sabato 12 marzo 2016

La luce dell'ombra. Elio Rosolino Cassarà

Mi sono perso varie volte nella vita, dimenticando il mio nome e il nome delle cose. La realtà mi appariva come pura sostanza, liberata dal linguaggio e dai concetti.



Ero vivo, respiravo, camminavo, piangevo, ma ero troppo vulnerabile. Un uomo abbagliato dalle sfumature inaspettate del buio e della luce.
Non avrei potuto sopravvivere in questa terra di desolate menzogne.
Fuggii da me stesso.

Mi ritrovai a Venezia.







Venezia è un miraggio. Un incanto sopravvissuto alla barbarie del nostro tempo. I suoi palazzi, come merletti preziosi, fatti di vetro e silenzio.
L’acqua che la nutre e la disseta, perché  è l’acqua il suo elemento. È lei che rende i suoi colori così leggeri, mutevoli e intensi.
A Venezia ho scoperto che volevo dipingere.
Volevo dipingere i bagliori e l’oscurità, perché entrambi facevano parte di me e non sapevo vivere di sola sostanza e non sapevo vivere senza forma.
Volevo mettere sulla tela il mio tormento di sempre.
Volevo raccontare a tutti la mia storia per liberarmene per sempre.


Le donne che ho amato, piangere in fondo non serve.
I loro occhi, persi nel momento dell’abbandono.
Luce che si spegne nello sguardo,
porte chiuse in faccia,
passi che si allontanano.
Silenzi.
Sedie abbandonate in una stanza vuota.
Non c’è vento.
Non si può più fare niente, è tardi.






Le strade di notte, senza più alcuna possibilità di salvarmi,
il nero dei canali,
le ombre che mi inseguono e poi tacciono,
come promesse mai mantenute.
Troppo vino in corpo, non basta a colmare questo dolore, freddo e incessante.




E il male che mi fa tutta la violenza del frastuono, dipingo l’immenso e dolce istante di quiete, dipingo la pace che non so trovare, la pace che desidero e che mai riesco a raggiungere.





Il bambino che ero, in controluce, è tutto ciò che mi è rimasto. È ciò che aspetto da sempre. È il solo che può interrompere questo continuo sbagliare. Il bambino ha occhi conosciuti, un sorriso che non ricordavo. È lui che mi porta su per questa scala, vecchia come il tempo. È lui che mi conduce fin dentro casa mia, davanti alla tela sporca di colore. Grigio ardesia, rame perlato, ocra, terra di Siena.




L’immagine che nasce ora, davanti a me, è un’immagine deformata dalla dimenticanza, come le tracce sfumate dei sogni.

I particolari sfuggono, ma resta la sensazione, il senso e il sentimento.
Sto dipingendo me stesso, la mia esistenza, i miei giorni.
Anche se mi trema la mano, ora, andrò avanti.

Lui mi attenderà, perché è lui che mi ha salvato. È lui che mi sta salvando.


Parlami del sole d’estate, parlami di quel giorno in cui hai creduto in me e nel mondo, parlami di quando l’universo intero era libero e forte. Parlami e inventa tutte le storie più belle, più assurde, io ti crederò.
Perché sono stanco di morire lentamente, ora scelgo il giusto colore per dipingere questo istante di vita.





 




Non voglio più dimenticare. Insegnami il gesto, io ti seguirò.

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