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giovedì 17 aprile 2014

Fiaba balcanica


Le montagne dietro le loro case erano brulle e ventose. Non c’erano villaggi lassù, c’erano solo tane di topi dal pelo marrone striato di polvere e formicai profondi scavati nella terra secca.


Mirko e Anghelka lo sapevano perchè spesso, nei pomeriggi di sole, si arrampicavano fin là per distruggere un po’ di città sabbiose brulicanti di formiche. Quel gioco però, non piaceva molto ad Anghelka perchè le ricordava il suo paese che era diventato grigio e pieno di buchi per la guerra. Per questo un giorno si ribellò.


Le nuvole erano enormi e scure sopra di loro. Parevano pance di draghi gonfie d’acqua. Anghelka rabbrividì mentre Mirko, con un bastone, si apriva un passaggio tra le sterpaglie secche.


- Eccolo! - esclamò lui, ad un tratto, chinandosi. Le nubi proiettavano una luce ingiallita quando il ragazzo, con un ramo sottile, allargò il buco nel terreno arido. Le ombre blu dell’erba alta non riuscirono a nascondere ad Anghelka la vista del formicaio scoperchiato: là c’erano vicoli e strade affollate di formiche nere, puntini impazziti che correvano in tutte le direzioni.


- No! - gridò quel giorno la bambina. Ma Mirko, con una bastonata, distrusse il rifugio sotterraneo. Aveva occhi opachi, grigi come il ferro.









Anghelka non tornò a casa con lui. Fino a che la luce del tramonto non si fece rossa, lei si ostinò a costruire piccoli ponti e passaggi con fili d’erba e pietruzze. Ma il formicaio era stato abbandonato. La sua città era deserta.







venerdì 14 marzo 2014

due donne

Proserpina

Perdonami, se puoi,
fratello ingrato.
La mia prigione è intatta.
Io sono ancora qui, ma coltiverò piante rampicanti, tralci di vite, per evadere.

Mi arrampicherò sulle loro foglie,
nel silenzio dell'addio.

Non potrò voltarmi.

Solitaria Proserpina
emigro dagli inferi.



Selene

Se qualcosa, se qualcuno, se io, se tu.
Se le nuvole nel cielo, se i fiori, se le stelle.
Tutto precipita e brucia.
Tutto secca e muore, Endimione, figlio degli uomini, io vengo da una stella vecchia e opaca.

Tu, fratello, giochi con le emozioni.
Tu ami lasciare sospese le tue amanti.
 Io me ne vado.
Rientro nel mio buio.
Mi rintano nella cuccia di terra secca.
Mangio margherite, ricordandoti.





giovedì 27 febbraio 2014

La perfezione del vetro


Marlene si guadava nel cielo. 
Le stelle, limpide e ghiacciate, riflettevano la sua luce. Lei sapeva che le stelle piangevano, talvolta, mentre giravano lente. Le aveva udite. 
Marlene amava troppo Peter. Così si rinchiudeva nell'armadio di legno. Respirava piano il suo silenzio. E si inventava nenie e filastrocche per non pensare.
Peter, forse, non aveva cuore. 
I suoi occhi erano dolci, in certi istanti. Erano occhi di daino.
Ma quando fuggiva Marlene si sentiva sola e dispersa. Si aggirava per la città con una rapidità non sua, la voce le diventava dura, lo sguardo opaco. 
Vedeva i piccioni morti agli angoli delle strade. Le nuvole cadevano in fili bianchi dal cielo. E il sole era il grande ragno. 
Marlene non avrebbe voluto amare così, troppo amare era morire. Si specchiava nei bicchieri di cristallo, la sua faccia si allungava. Il vetro era liscio. Marlene avrebbe voluto essere vetro. Essere libera. Essere muta, sorda, cieca. Essere pura e vuota, come i calici nella sua credenza.







sabato 18 gennaio 2014

Gli alberi dentro

Omar, dentro Alicia, vedeva un bosco.
Se chiudeva gli occhi, nelle sere d'inverno, e pensava all'anima di Alicia, ecco che vedeva alberi fantastici, dalle radici contorte e aeree, dalle foglie venate di blu, come vene. Era un bosco che non poteva esistere nella realtà perché le specie arboree che vi crescevano erano sconosciute agli uomini. Per questo Alicia profumava di terra bagnata e in certi momenti, in cui pareva distante da tutti, i suoi occhi scuri secernevano lacrime gialle e dense, come ferite di un tronco. Era perché lei aveva gli alberi dentro.
Ma il suo capo lo ignorava e continuava a farle pulire i pavimenti e a sgridarla per la sua distrazione.
Alicia veniva dal sud, un sud aspro e senza boschi.

Nessuno, a parte Omar, sospettava la sua vera natura. Solo lui sapeva che dentro di lei crescevano migliaia di storie sussurrate e umide.