L'eco delle città, mi porta lontano, lì dove c'eri tu. Eri tutto ciò che desideravo in un universo corrotto e senza pace. Eri la stella luminosa e la vertigine, eri la mia infanzia e il mio futuro. Eri giovane e lo ero anch'io. Non sapevamo quello che sarebbe accaduto ed era giusto così.
Eri selvaggia e coraggiosa; in un mondo di falsità sapevi essere vera. Per questo mi ero innamorato di te, non subito, ma lentamente, giorno dopo giorno.
La nostra storia fu unica come tutte le storie d'amore. Due persone diventano un unico mondo, s'intrecciano e fioriscono insieme. Poi viene l'autunno, le incomprensioni, la lontananza, le accuse, i verdetti.
I tuoi occhi si riempivano di nuvole e tempeste. Io mi rimpicciolivo, mostravo le mie ferite, le mie fragilità. E tu mostravi le tue. Eravamo inermi davanti alle cattiverie del mondo, alle insidie, ai tranelli.
Io e te, come due angeli senza più ali ci guardavamo e non ci riconoscevamo più. Dov'era il tuo coraggio, dov'era la mia anima?
Ancora oggi, mentre cammino in questa città sporca di fumo, ti penso.
Penso al nostro amore, come al fiore più ostinato che cresce in mezzo al cemento, penso al tuo sorriso così ingenuo, così luminoso. Penso ai nostri giochi che diventavano canzoni d'amore. Penso a tutta la mia vita e vorrei cantare, ma non posso.
Così scrivo. Frasi sconnesse, poesie, pensieri. E tu dove sei?
Ho perso tutto di te, ma mi è rimasto il ricordo. Così, come molti vecchi che ho avuto il privilegio di conoscere, ti aspetto dall'altra parte del cancello. Lì continueremo a giocare e forse ci ameremo ancora per un'ultima volta.
La signora Maria, detta Mari, amava parlare con il signor Fernando. Prima di vederlo andava a trovare il suo albero, vicino al fiume. I rami del grande olmo si protendevano verso il fiume e lei lo accarezzava. Chiudeva gli occhi e lo ascoltava. Lui le diceva frase sconnesse eppure rivelatrici.
La terra che si sbriciola,
il sole all'orizzonte,
un tramonto che ti trafigge l'anima,
le sue parole custodite in uno scrigno,
come pietre preziose,
la pelle,
antica e cara,
l'abbraccio.
Le foglie su di te.
Il vecchio olmo parlava spesso, ma nessuno lo sapeva. Solo Mari, per la verità, lo sapeva ascoltare.
Mari andava a trovare il signor Fernando nel suo negozio di vernici. Dietro però c'era la stanza in cui lui dipingeva e lì la donna si perdeva. I colori erano acquatici. Blu, ghiaccio, dolore, speranza. Erano fiori, paesaggi, creature dell'inconscio. Il mondo di Fer si popolava di sogni sottomarini.
Mari nutriva la sua vita in quei momenti. Come gocce di linfa quegli istanti entravano in lei e l'illuminavano dall'interno. Talvolta piangeva guardando quei quadri perché erano finestre verso l'infinito. Fer vibrava, come scosso da un ricordo remoto.
Quella donna era un mistero, era vera in ogni suo gesto. Avrebbe voluto stringerla, ma non era possibile. Avrebbe voluto vivere un'altra volta per incontrarla al momento giusto. Quello invece non era il momento giusto, non era la vita giusta.
Così si limitavano a vedersi per pochi momenti, una volta al mese. Lei andava a comprare qualcosa nel suo negozio e poi chiedeva di guardare i suoi quadri e restava per un po' a contemplarli. Talvolta parlavano del mondo, talvolta ridevano e in quegli istanti erano felici, come se fossero finalmente a casa.
Poi tornava il vento. Qualcuno entrava, chiedeva qualcosa, la vita li portava di nuovo lontani. Mari lo salutava e mentre chiudeva la porta del negozio sentiva il cuore spezzarsi. Mille spilli di dolore nell'anima. Sangue ghiacciato nelle vene. Un passo dietro l'altro.
Prima di tornare a casa passava dall'olmo e gli raccontava tutto. L'olmo conosceva la guerra, conosceva la morte e sapeva ascoltare.
Gli ultimi giorni prima di Natale, le luci che si accendono e si spengono dentro al cuore. Il vento nei pensieri, vento che spazza via ogni parola e rimane il silenzio.
E diventare muti, sordi e ciechi davanti al dolore del mondo per poter sopravvivere.
Camminavo sotto alla pioggia leggera e non potevo nascondere il dolore e neanche l'amore. Amore e dolore mescolati insieme, in un liquido denso dentro di me.
Sono un uomo e sono un bambino, un uomo scheggiato. Trafitto.
I ricordi s'interrompono nella mia mente, arriva il nero a cancellare alcune scene.
Nora mi amava e io non ero capace di dirglielo.
Lei mi guardava attraverso il velo bianco del ricordo, era più bella nella realtà che nei miei pensieri. Lei, non era mai riuscita ad andare via dalla mia vita e lì voleva restare.
Le avevo detto del mio passato e mi ero accorto che era antica e nuova. I capelli lunghi, con alcune ciocche bianche, la pelle morbida.
Quel Natale avrei voluto passarlo soltanto con lei, davanti alla finestra, ad ascoltare la pioggia.
Avremmo inventato storie, bevuto del vino. Ci saremmo abbracciati, dimenticando tutti i dolori.
E invece sono qui e non so dirle cosa provo.
Lei è partita, è salita su quel maledetto treno e io non l'ho fermata, non le ho detto - Resta -
Io e la pioggia di Natale. Le vetrine piene di luci, io e il mio buio.
Nora.
Mi aveva detto parole d'amore, parole che ora mi accarezzano.
E per un momento la vedo, dorme sul treno, rannicchiata su se stessa e un angelo le accarezza la testa.
L'angelo ha occhi di vetro, ma ha posato la spada. Non è venuto per vendetta, ma solo per amore. Ha ali grandi, bianche e ghiacciate, un viso bellissimo, eppure non si può guardarlo troppo a lungo.
Nora lo sa. Chiude gli occhi e mi sogna. La strada è ancora lunga, arriverà dalla sua famiglia, da un altro uomo, ascolterà un'altra favola che non parla di me. Non dirà a nessuno dell'angelo di ghiaccio, del resto certe cose le diceva solo a me.
Poi però alzerà gli occhi e lo vedrà, come un'ombra di luce e non avrà paura.
Forse potrei andare da lei, forse potrei perdermi ancora nei suoi capelli, forse potrei raccontare un finale diverso di questa vecchia storia di Natale.
Un bambino che nasce, un uomo che ritrova la sua voce, dopo anni di silenzio.
Un angelo che lascia cadere la spada e si allontana nel cielo.
E le luci che si accendono e si spengono nel mio cuore.
L'universo si apriva ogni notte e respirava piano, fuori da casa mia. L'universo era fatto di stelle brillanti nel nero, di grilli che cantavano nascosti nella notte.
Io non avevo paura del buio.
Forse per il mio nome, Stella.
Abitavamo in una cascina in mezzo ai campi di grano. Lavoravamo molto, arrivavamo alla sera stanchi e guardavamo quei puntini luminosi senza pensare a niente.
La guerra non era lontana. Vedevamo passare i caccia, un suono troppo forte per il nostro cielo fatto di nuvole e silenzi.
Era un autunno caldo e ventoso.
Io mi occupavo delle galline e dell'orto. I miei due fratelli invece andavano nei campi con mio padre. Mia madre era in città per delle cure. Ci tenevano all'oscuro da ciò che accadeva, ogni giorno era un mistero.
Il mondo si sbriciolava lentamente, pezzo dopo pezzo, nazione dopo nazione, nascevano muri, confini, ghetti. Cresceva la paura per tutto ciò che era diverso. E c'era la grande depressione.
Nonostante tutta quella stanchezza io talvolta, la sera, scappavo da casa per vedere Kim. Dovevo stare attenta, perché la notte le strade del paese erano deserte e pericolose. C'erano i lupi e i cinghiali, nessuno usciva, le luci delle strade venivano spente per risparmiare l'energia elettrica. Solo la Luna mandava un bagliore, quando c'era.
Eppure io e Kim rischiavamo spesso, per vederci. Kim era come un pezzo di me, come una gamba o un braccio che non puoi staccare dal tuo corpo.
Eravamo stati compagni di classe, quando ancora le scuole erano aperte. Poi le avevano chiuse in tutto lo stato, solo i ricchi potevano mandare i figli a scuola, noi eravamo poveri, saremmo diventati tutti contadini o artigiani.
Eppure io e Kim volevamo studiare. Ci vedevamo alla sera. Dietro alla stalla dei suoi genitori c'era un capanno di legno con gli attrezzi da lavoro, i rastrelli, le vanghe, le zappe. Io e lui con le nostre pile leggevamo e parlavamo. Eravamo pieni di sogni. Lui mi aiutava a vivere ogni giorno.
Ci piaceva studiare storia, perché volevamo capire come mai fosse tornato il caos nel mondo. Disegnavamo mappe, formulavamo ipotesi. E poi lui mi aiutava a studiare inglese. Era una lingua complicata per me e lui, con pazienza, mi faceva ripetere alcune frasi per memorizzarle.
- Dobbiamo fuggire - diceva.
- Passare il confine, andare verso il mare -
Io allora lo guardavo, guardavo i suoi occhi scuri, le mani piene di calli, la cicatrice che aveva sulla guancia destra e pensavo che lo avrei seguito dovunque, senza esitazione.
Una sera mi accorsi che anche lui mi guardava e i silenzi si allungarono. Non eravamo più bambini, cosa avrebbe detto mio padre se mi avesse scoperto? E i miei fratelli? Non volevo pensarci.
Ma perché non parlava? Perché sentivo una fiamma risalire dentro il corpo e bruciare piano, come una pianta inerme in un incendio?
Ne ebbi paura, farfugliai qualcosa e me ne andai.
I campi erano avvolti nel buio più totale, le stelle brillavano, soli lontanissimi, perduti nell'universo. Qualcosa si muoveva nell'oscurità. Avevo paura, ma dovevo andare avanti. Una volpe si rifugiò in un cespuglio, la vita brulicava nella notte, creature misteriose si muovevano attorno a me, lo percepivo.
E qualcuno o qualcosa mi stava seguendo.
Mi voltai di scatto e mi ritrovai tra le braccia di Kim.
- Non andare via - mi disse.
Non eravamo mai stati così vicini, sentivo il suo alito, era caldo.
Lo strinsi forte.
Eravamo parte di un tutto che ci sovrastava, come lo era la volpe lì vicino, come i lombrichi sotto la terra, gli scarabei, il noce, le galassie, il respiro del mondo.
Era inutile scappare, dovevamo solo ritrovare la strada perduta.
Ci baciammo e scoprii che il mondo aveva un senso imprevisto, sconosciuto. C'era il rosso nelle cose, c'era la luce nel cielo e nell'acqua, c'erano infinite geometrie negli occhi delle persone, c'era il calore della sua pelle e io, fino ad allora, ero stata così lontana dalla conoscenza.
Era il confine del sonno. Una casa al bordo del precipizio.
L'oceano s'intravedeva dalle grandi finestre delle camere da letto. Il colore del mare era mutevole, grigio, celeste, blu. I gabbiani gridavano felici gettandosi a capofitto verso le onde.
Forse stavo dormendo. Il corridoio era in penombra, la cucina era bagnata da una luce opaca, acquatica. C'era un grande acquario al posto della televisione, era un acquario marino, con anemoni e pesci pagliaccio.
E tu eri lì, come al di là del tempo. Ci guardavamo, superstiti di un conflitto. Ti avevo portato un vecchio album di foto e una bottiglia di vino.
Il mare entrò in noi, lentamente.
Il mare era finito nei nostri ricordi e nelle nostre speranze.
- Vieni - mi hai detto e mi hai mostrato una scala in pietra, dietro alla casa. Scendeva verso l'oceano, in mezzo al vento di quella mattina.
Io avevo paura di cadere, troppo impacciata ormai, troppi anni sulle spalle, ma guardai solo i miei piedi, un passo alla volta, senza pensare.
L'oceano era lì, immenso. E io e te eravamo così piccoli, vicini a lui e al cielo. Ci sorridevamo, come compagni di giochi.
Eravamo felici.
Le onde, le attese, le lacrime, le ferite, tutto era lì, in quell'istante infinito.
Io lo chiamo "il sogno del mare". Lo tiro fuori ancora adesso, quando mi manchi. Prendo dalla mensola una grande conchiglia che proviene dall'oceano e l'accosto all'orecchio. Così torno in quella casa al confine del mondo e tu torni a parlarmi, come allora.
- Non tutto è perduto -
- Ciò che ami resta, ciò che ami mette radici e non se ne va via -