Talvolta io non lo so cosa vuoi da me. Vuoi distruggermi? Vuoi annientare la mia gioia, ridurla in piccoli pezzi? Perché questo io sento e mi fa male, perché io per te sognavo i paesaggi migliori, sognavo di portarti al mare, sognavo di ridere con te, di farti dimenticare. E invece eccomi qui, una statua di donna, i capelli legati, il corpo scheggiato e il dolore nel petto.
Un cuore rotto che palpita sotto il marmo. E tu sei il mio costruttore, sei il grande maestro, lo scultore e io sono solo io, una donna imprigionata nella materia e tu non riesci a liberarmi. In realtà, tu non vuoi liberarmi, vuoi lasciarmi così, bloccata nel marmo per sempre, una statua bella e incompleta con il seno da ragazza e le labbra spaccate. Mi sai amare solo così, ferma in un istante eterno, bloccata per sempre nell'immobilità.
Eppure io non merito questo dolore, non merito quest'attesa crudele, merito di vivere, merito di uscire dal marmo e di correre via, lontano.
E tu, mio amato scultore, troverai l'impronta vuota, il mio corpo sarà lontano e allora sarà troppo tardi per chiedermi di amarti e per capire chi sono veramente.
Pioveva da giorni e io diventavo piccola e informe, fluida, trasparente. Tornavo a cercare le parole nei libri, nei diari, nelle lettere mai inviate.
E le frasi coprivano i silenzi. Cercavo anche le tue parole che arrivavano a stento, frammentate e incomplete.
Le tue parole, così preziose per me. Le custodivo in un cassetto insieme ai fiori essiccati, alle musicassette, ai vecchi diari.
Le tue parole le avevo trascritte su fogli stropicciati e, in quei giorni di pioggia, le rileggevo.
Mi parlavano dell'estate, del mare, di viaggi su treni, di cadute, ferite e dolori. Mi parlavano della tua fragilità, del tempo che a volte scivola via, come acqua nel canale.
E io mi rivedevo, come in una vecchia fotografia un po' ingiallita. Ero più giovane, le mie gambe erano più forti e avevo negli occhi la luce del tramonto. A te piaceva quella luce e la ricercavi, ti piaceva farmi ridere.
Era l'inizio di tutto e non lo sapevamo.
La pioggia copre ogni cosa, bagna il ricordo, accarezza il dolore ed io scrivo tutto ciò che sono e sono stata.
Invento mille storie che parlano di te, anche se tu, attraverso le trame velate, non ti riconoscerai. E forse sarai diverso, sarai un altro, e io avrò un altro nome, un altro corpo. E nel gioco infinito delle storie forse potremo trovarci. Uniti come all'origine, quando tutto aveva un nome.
Nei ghiacci dell'anima hai trovato un ricordo. Era una possibilità, un consiglio, una vendetta.
Le parole frantumate, fatte a pezzi dall'incuria.
Eppure sei rimasta ingenua come allora, in mezzo a tutto questo frastuono.
Povera piccola guerriera, tra le macerie.
Una guerriera stanca, ciuffi di capelli bianchi e la fatica degli anni. Cosa ne sarà di te, bambina mia, in mezzo a tutta questa rabbia, in mezzo all'invidia. Che ne sarà di te?
Ti spezzerai, così è sempre stato e già lo sai. Ti spezzerai, ma non in modo irreparabile. Farai colare l'oro sulle tue ferite e diventerai qualcosa di nuovo.
Non sai abbandonare le tue battaglie, non sai fingere. Eppure custodisci il vento, chiuso in una scatola, dentro di te.
La guardiana del vento, così ti chiamavo, lo ricordi? Come in quei giorni in cui la città sbiadiva e ti vedevo nel bosco. I palazzi sfumavano e crescevano alberi centenari intorno a te. Le radici pulsavano, le foglie frusciavano e noi eravamo lì, uniti e invincibili.
Come fratelli o amanti, come universi in divenire, semi in trasformazione nella terra. Non sapevamo che ne sarebbe stato di noi e del mondo, non sapevamo, e in quell'ignoranza ci guardavamo, stupiti dalla nostra luce.
L'eco delle città, mi porta lontano, lì dove c'eri tu. Eri tutto ciò che desideravo in un universo corrotto e senza pace. Eri la stella luminosa e la vertigine, eri la mia infanzia e il mio futuro. Eri giovane e lo ero anch'io. Non sapevamo quello che sarebbe accaduto ed era giusto così.
Eri selvaggia e coraggiosa; in un mondo di falsità sapevi essere vera. Per questo mi ero innamorato di te, non subito, ma lentamente, giorno dopo giorno.
La nostra storia fu unica come tutte le storie d'amore. Due persone diventano un unico mondo, s'intrecciano e fioriscono insieme. Poi viene l'autunno, le incomprensioni, la lontananza, le accuse, i verdetti.
I tuoi occhi si riempivano di nuvole e tempeste. Io mi rimpicciolivo, mostravo le mie ferite, le mie fragilità. E tu mostravi le tue. Eravamo inermi davanti alle cattiverie del mondo, alle insidie, ai tranelli.
Io e te, come due angeli senza più ali ci guardavamo e non ci riconoscevamo più. Dov'era il tuo coraggio, dov'era la mia anima?
Ancora oggi, mentre cammino in questa città sporca di fumo, ti penso.
Penso al nostro amore, come al fiore più ostinato che cresce in mezzo al cemento, penso al tuo sorriso così ingenuo, così luminoso. Penso ai nostri giochi che diventavano canzoni d'amore. Penso a tutta la mia vita e vorrei cantare, ma non posso.
Così scrivo. Frasi sconnesse, poesie, pensieri. E tu dove sei?
Ho perso tutto di te, ma mi è rimasto il ricordo. Così, come molti vecchi che ho avuto il privilegio di conoscere, ti aspetto dall'altra parte del cancello. Lì continueremo a giocare e forse ci ameremo ancora per un'ultima volta.
La signora Maria, detta Mari, amava parlare con il signor Fernando. Prima di vederlo andava a trovare il suo albero, vicino al fiume. I rami del grande olmo si protendevano verso il fiume e lei lo accarezzava. Chiudeva gli occhi e lo ascoltava. Lui le diceva frase sconnesse eppure rivelatrici.
La terra che si sbriciola,
il sole all'orizzonte,
un tramonto che ti trafigge l'anima,
le sue parole custodite in uno scrigno,
come pietre preziose,
la pelle,
antica e cara,
l'abbraccio.
Le foglie su di te.
Il vecchio olmo parlava spesso, ma nessuno lo sapeva. Solo Mari, per la verità, lo sapeva ascoltare.
Mari andava a trovare il signor Fernando nel suo negozio di vernici. Dietro però c'era la stanza in cui lui dipingeva e lì la donna si perdeva. I colori erano acquatici. Blu, ghiaccio, dolore, speranza. Erano fiori, paesaggi, creature dell'inconscio. Il mondo di Fer si popolava di sogni sottomarini.
Mari nutriva la sua vita in quei momenti. Come gocce di linfa quegli istanti entravano in lei e l'illuminavano dall'interno. Talvolta piangeva guardando quei quadri perché erano finestre verso l'infinito. Fer vibrava, come scosso da un ricordo remoto.
Quella donna era un mistero, era vera in ogni suo gesto. Avrebbe voluto stringerla, ma non era possibile. Avrebbe voluto vivere un'altra volta per incontrarla al momento giusto. Quello invece non era il momento giusto, non era la vita giusta.
Così si limitavano a vedersi per pochi momenti, una volta al mese. Lei andava a comprare qualcosa nel suo negozio e poi chiedeva di guardare i suoi quadri e restava per un po' a contemplarli. Talvolta parlavano del mondo, talvolta ridevano e in quegli istanti erano felici, come se fossero finalmente a casa.
Poi tornava il vento. Qualcuno entrava, chiedeva qualcosa, la vita li portava di nuovo lontani. Mari lo salutava e mentre chiudeva la porta del negozio sentiva il cuore spezzarsi. Mille spilli di dolore nell'anima. Sangue ghiacciato nelle vene. Un passo dietro l'altro.
Prima di tornare a casa passava dall'olmo e gli raccontava tutto. L'olmo conosceva la guerra, conosceva la morte e sapeva ascoltare.
Gli ultimi giorni prima di Natale, le luci che si accendono e si spengono dentro al cuore. Il vento nei pensieri, vento che spazza via ogni parola e rimane il silenzio.
E diventare muti, sordi e ciechi davanti al dolore del mondo per poter sopravvivere.
Camminavo sotto alla pioggia leggera e non potevo nascondere il dolore e neanche l'amore. Amore e dolore mescolati insieme, in un liquido denso dentro di me.
Sono un uomo e sono un bambino, un uomo scheggiato. Trafitto.
I ricordi s'interrompono nella mia mente, arriva il nero a cancellare alcune scene.
Nora mi amava e io non ero capace di dirglielo.
Lei mi guardava attraverso il velo bianco del ricordo, era più bella nella realtà che nei miei pensieri. Lei, non era mai riuscita ad andare via dalla mia vita e lì voleva restare.
Le avevo detto del mio passato e mi ero accorto che era antica e nuova. I capelli lunghi, con alcune ciocche bianche, la pelle morbida.
Quel Natale avrei voluto passarlo soltanto con lei, davanti alla finestra, ad ascoltare la pioggia.
Avremmo inventato storie, bevuto del vino. Ci saremmo abbracciati, dimenticando tutti i dolori.
E invece sono qui e non so dirle cosa provo.
Lei è partita, è salita su quel maledetto treno e io non l'ho fermata, non le ho detto - Resta -
Io e la pioggia di Natale. Le vetrine piene di luci, io e il mio buio.
Nora.
Mi aveva detto parole d'amore, parole che ora mi accarezzano.
E per un momento la vedo, dorme sul treno, rannicchiata su se stessa e un angelo le accarezza la testa.
L'angelo ha occhi di vetro, ma ha posato la spada. Non è venuto per vendetta, ma solo per amore. Ha ali grandi, bianche e ghiacciate, un viso bellissimo, eppure non si può guardarlo troppo a lungo.
Nora lo sa. Chiude gli occhi e mi sogna. La strada è ancora lunga, arriverà dalla sua famiglia, da un altro uomo, ascolterà un'altra favola che non parla di me. Non dirà a nessuno dell'angelo di ghiaccio, del resto certe cose le diceva solo a me.
Poi però alzerà gli occhi e lo vedrà, come un'ombra di luce e non avrà paura.
Forse potrei andare da lei, forse potrei perdermi ancora nei suoi capelli, forse potrei raccontare un finale diverso di questa vecchia storia di Natale.
Un bambino che nasce, un uomo che ritrova la sua voce, dopo anni di silenzio.
Un angelo che lascia cadere la spada e si allontana nel cielo.
E le luci che si accendono e si spengono nel mio cuore.