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venerdì 4 agosto 2023

Pirra la città multiforme

 Venne il giorno in cui i miei viaggi mi portartono a Pirra. Appena vi misi piede tutto quello che immaginavo era dimenticato; Pirra era diventata ciò che è Pirra.

Italo Calvino, Le città invisibili.


                               




Non era una città, erano più città messe insieme. 

Buche profonde, crepacci, palazzi corrosi dall'acqua di mare, conchiglie incastrate nei muri, passaggi segreti, trappole.

C'era rimasta la traccia della guerra, come proiettili nei ricordi delle persone.

Quando il vento soffia qui i bambini si fermano a guardare dalle finestre il mare che diventa cielo.

Quanti nomi ha questa città?

Quante storie sono nate dal mare e sono diventati fantasmi, nei vicoli della città vecchia?




- Parlami ancora di quando sei partito e pensavi di non tornare, parlami del tempo che s'infrange sul tuo corpo e ti lascia acqua salata sulle labbra. Parlami dell'amore e delle sue metamorfosi, delle ali che spingono per uscire e degli occhi offuscati per il dolore muto. Parlami di ciò che abbiamo perso per paura e per proteggere il nostro cuore ferito -

Poi ho scoperto che nella città multiforme le storie diventano leggenda.

Ciò che è stato raccontato dagli antichi diventa una canzone che parla del vento, del mare, degli amori spezzati e poi ricongiunti, in un gioco dolce, che non vuole, e non può, finire.











mercoledì 10 agosto 2022

Dorotea, la città precipitata.

 Dorotea era una città celeste, lo raccontano le antiche leggende.

Nel suo remoto passato gli angeli suonavano melodie delicate tra le vie luminose.

Angeli dalle ali enormi, fatte di luce.

Dorotea brillava al tramonto e chi l'aveva vista, anche solo in sogno, non la dimenticava più.

Ma questo accadde molto tempo fa.

Dorotea precipitò sulla terra.



Tutto quello che c'era di etereo in lei si fece materia, diventò pietra, marmo, cemento.

I suoi abitanti non erano più angeli, ma uomini e donne. Il desiderio dell'altezza e della profondità però non si placò mai in loro e nella loro città.



Fontane nascoste nei cortili, 

finestre nel vuoto, 

cattedrali corrose dal mare e dal vento, 

vicoli incrostati di sogni, 

statue di angeli dallo sguardo triste, verso il tramonto, 

case dai muri curvi, 

volti senza occhi sulle pareti.


Arrivai a Dorotea con il corpo alla deriva.

Lividi, dolori, mancanze.

Andai fino alla sua basilica, sembrava un gigantesco termitaio o un organo nel deserto, ancora incompleto.



Lì c'era ancora la traccia remota della città precipitata.

All'interno grandi alberi s'innalzavano per cercare una luce perduta che, pure un tempo, avevano vissuto.

Quella luce prigioniera mi parlò di tutti i colori del mondo, dei rumori impercettibili dell'universo, della nascita e della morte.

Allora capii finalmente: 

Dorotea non era perduta 

e neanche io.









domenica 31 dicembre 2017

Isidora, l'ultima città

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città invisibili.

Ho visto Isidora. Era inverno ed ero stanca. La mia vita sbriciolata in poesie incomplete, i miei piedi pesanti, le mani piene di crepe. Ora le mie dita si spezzeranno, cadranno una a una.
Che ne sarà di me, mi dicevo, mentre scendevo dal treno. E poi mi apparve lei. Isidora. La città del male e del perdono.

Finestre incrostate di muschio, balaustre affacciate su cieli spaccati da nuvole, porte aperte su interni bui in cui gatti ricorrevano farfalle tardive. 

A Isidora il tempo è più lento. I suoi abitanti ti osservano pensosi, benevoli, ma inquieti. A Isidora non c'è la pace. 
Il mare era lontano, un'ombra blu, irraggiungibile.
Avevo perso tutto, potevo solo ricominciare una storia che non conoscevo. 
Camminai per ore, mi persi nei vicoli, i muri erano scuri, creature minerali e vegetali, erano tronchi ed erano pietre. 
Avevo paura, ad Isidora.


Le chiese erano abitate da angeli enigmatici, cherubini paffuti, donne altere velate, uomini di marmo, armati di spade e bastoni, teschi. È la città dei morti, pensai, questa è la fine. 

Ma non era così, svoltai l'angolo e mi accorsi che non ero più sola. 
- Mi sono perduta - disse la bambina.
Aveva occhi celesti e capelli neri, come l'ombra.
- Povera piccola, come ti chiami? -
- Isidora - disse.
Aprì la mano. C'erano tre conchiglie bianche.
- Non ti preoccupare, ti riaccompagno io a casa -
- Io non ho una casa, io non ho una famiglia -
- Allora siamo in due adesso -
In quella città ho scoperto chi sono. A Isidora mi sono smarrita e mi sono ritrovata, più nuova, più vecchia.