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venerdì 21 marzo 2014

Torino non è per tutti

C'era una volta una città cresciuta ai piedi delle Alpi.
Era una città dai muri neri, le case avevano occhi stanchi, osservavano le persone camminare e qualche volta sussurravano, raccontando aneddoti che risalivano all'epoca d'oro della loro vita.
C'era una piazza enorme dai portici bianchi, perfetti nella loro geometria. La piazza si affacciava sul grande fiume e sulle colline. Talvolta, passeggiando lì, ho avuto la sensazione di scivolare in una sogno liquido e trasparente. Io, gli amici, i lampioni con la loro luce blu, la chiesa della Gran Madre come un'ammonizione.
Se conti fino a cento ti salverai, se conti fino a mille non cadrai nel fiume.
In effetti si rischiava sempre di perdersi. C'era una discesa verso l'acqua, i gradini erano bui, pensavi a nulla mentre li facevi, piccoli passi verso l'inferno.
I Murazzi erano un luogo incerto: tra la trasparenza della realtà e l'opacità del sonno. I Murazzi erano tane scavate nella pancia della città ai confini del Po. Di giorno dormivano, di notte vivevano.
Il monte dei cappuccini era una scoperta, ogni volta ti stupivi che fosse lì, così puro come la luna, una luce inspiegabile nel nero della collina e della notte. E poi all'alba i gabbiani iniziavano a gridare e tu capivi che era tardi, che quella parte di Torino ora si stava addormentando dolcemente.






Anche la Mole è un luogo onirico.
Già da fuori ti rendi conto che è eccessiva: un edificio con un'unica guglia protesa verso l'alto, schiacciato dagli altri palazzi. Dentro la Mole ha una grande pancia rossa, migliaia di frammenti di sogni altrui nuotano nell'aria. Ombre e luci, voci e musiche. Pesci multicolori e nuvole, sorrisi di donne e sguardi di uomini. E' un labirinto.

Torino ha tante facce. Questo è solo un angolo della grande città silenziosa. Non è per tutti, perché non tutti hanno voglia di ascoltarla e di guardarla per quello che è realmente.
Il sole si alza. I volti immobili scolpiti sulle pareti delle case aprono gli occhi. Non hanno pupille, ma ti osservano.








sabato 20 aprile 2013

la libreria comunardi

C'è una libreria stretta e lunga a Torino, vicino a Piazza Castello. In quella libreria io ho lavorato per anni. Precisamente dal 2000 al 2006, anni in cui è nato La memoria degli alberi. Mentre pulivo gli scaffali, sistemavo i libri, spazzavo il pavimento, pensavo ai personaggi di quel racconto lungo, sempre più intricato. La libreria Comunardi è, da sempre, un territorio fuori dal tempo. Là dentro sopravvive un'idea antica di rivoluzione laica, indipendente, vagamente anarchica.

Per anni ho ascoltato teorie interessanti sui palestinesi, sul governo italiano in balia dei poteri di sempre, sul g8 di Genova, sulla Fiat e, naturalmente, sul Toro. É infatti, anche una libreria integralmente granata. Durante le partite del Toro io potevo tutto sommato sonnecchiare perché il proprietario era troppo attento alla radiocronaca per accorgersi di me.
Se perdeva il Toro però il suo umore diventava inevitabilmente cupo e a quel punto era meglio rigare dritto.

La Comunardi è stata la mia libreria per anni, non potevo presentare La memoria degli alberi da un'altra parte. Così si aggiunge una nuova storia alla leggenda di questo luogo, ultimo avamposto di un' idea di libreria come luogo di diffusione del sapere rivolto a tutti, diffusione anche di quel sapere che, talvolta, è tenuto nascosto, perché ritenuto pericoloso.