Perdonami, se puoi,
fratello ingrato.
La mia prigione è intatta.
Io sono ancora qui, ma coltiverò piante rampicanti, tralci di vite, per evadere.
Mi arrampicherò sulle loro foglie,
nel silenzio dell'addio.
Non potrò voltarmi.
Solitaria Proserpina
emigro dagli inferi.
Selene
Se qualcosa, se qualcuno, se io, se tu.
Se le nuvole nel cielo, se i fiori, se le stelle.
Tutto precipita e brucia.
Tutto secca e muore, Endimione, figlio degli uomini, io vengo da una stella vecchia e opaca.
Tu, fratello, giochi con le emozioni.
Tu ami lasciare sospese le tue amanti.
Io me ne vado.
Rientro nel mio buio.
Mi rintano nella cuccia di terra secca.
Mangio margherite, ricordandoti.
Tu non ci sei più
a nulla valgono le mie parole,
così fragili, così ingenue.
Tu non ci sei più.
Non puoi più sorridere delle tue sventure,
non puoi più dire che va tutto bene,
non puoi più fumare, fregandotene dei consigli.
Non ci sei per me
non ci sei per lei,
non ci sei per tutti gli altri.
Eppure talvolta ti sento,
in un vago sussurro,
nel ricordo della tua voce,
nel ricordo del tuo sguardo,
diverso perché era il tuo sguardo.
E non importa se non sei più qui,
hai lasciato qualcosa dentro di me.
E non importa se non eri perfetto,
eri tu.
Non ti avrei mai cambiato per nessun altro.
Si aprono i fiori,
anche questa volta senza di te.
Si aprono i fiori,
forse già lo sai,
perché ci sei dentro,
sei parte di questa maledetta primavera.
Le stelle, limpide e ghiacciate, riflettevano la sua luce. Lei sapeva che le stelle piangevano, talvolta, mentre giravano lente. Le aveva udite.
Marlene amava troppo Peter. Così si rinchiudeva nell'armadio di legno. Respirava piano il suo silenzio. E si inventava nenie e filastrocche per non pensare.
Peter, forse, non aveva cuore.
I suoi occhi erano dolci, in certi istanti. Erano occhi di daino.
Ma quando fuggiva Marlene si sentiva sola e dispersa. Si aggirava per la città con una rapidità non sua, la voce le diventava dura, lo sguardo opaco.
Vedeva i piccioni morti agli angoli delle strade. Le nuvole cadevano in fili bianchi dal cielo. E il sole era il grande ragno.
Marlene non avrebbe voluto amare così, troppo amare era morire. Si specchiava nei bicchieri di cristallo, la sua faccia si allungava. Il vetro era liscio. Marlene avrebbe voluto essere vetro. Essere libera. Essere muta, sorda, cieca. Essere pura e vuota, come i calici nella sua credenza.
Dove se ne andranno tutti i miei ricordi, tutte le immagini che ancora conservo dentro di me... Dove vanno quegli istanti, importanti e unici, solo per me. Dove saranno?
Nel vento di febbraio, nel cielo così sterminato che fa paura.
La luce in quelle mattine d'estate, l'ombra dei piedi da bambina, il profilo dei miei genitori in controluce, il filare dei peri, il cancello di ferro scrostato, il volo obliquo delle rondini. Nel vento... Finiranno nel vento.
Vorrei raccogliere gli istanti di poesia di chi non c'è più, di chi ho amato. Inventare una favola su di loro, per non lasciarli soli, con le gocce di pioggia dietro i vetri.
Kate abita in un paese a Nord. La neve si ferma sulle case, sugli alberi, per molti mesi. La neve è parte del piccolo paese. E’ una continua, multiforme, presenza.
Kate ha 11 anni. Sta ferma nel campo di suo padre e osserva i gabbiani partire. I gabbiani partono sempre.
I gabbiani sanno morire.
- Bisogna zappare!- dice suo padre. Ha la barba grigia e occhi castani piccoli, nascosti dalle guance.
- No! –
- Kate! –
- Ti ho detto di no! –
- Kate! –
La bambina scappa. Attraversa il prato coperto di bianco ghiacciato. Il fumo esce dalle sue labbra. Non c’è altro che bianco tutt’intorno e il paese è stato inghiottito dal grande silenzio. Kate vuole raggiungere il mare e poi vuole salpare. Partire per sempre.
Suo padre non l’insegue. S’inginocchia nella neve e abbassa il capo.
- Dove vai Katyusha! – grida la vecchia Hester. E’ vestita tutta di nero e i suoi occhi sono verdi come quelli dei gatti.
Kate non risponde, continua a correre.
Il mare è agitato. E’ blu come un cielo capovolto, ma senza nuvole. Kate corre fino al Grande Faro. Bussa alla porta rossa.
- Aprimi Jean! – grida. Le sue mani non si possono più muovere. Sa che se avesse aspettato ancora un po’ sarebbe diventata una statua di ghiaccio. Il paese ne è pieno. La porta di legno pitturato si apre. Kate sale le scale a chiocciola mentre i ragni canterini la guardano. I ragni canterini sono insetti che non fanno la tela. Quindi non sono veri ragni. Ma se li ascolti attentamente bisbigliano strane nenie:
- Non puoi partire… - le dicono
- Non puoi attraversar il mare –
Kate li guarda.
- Siete solo stupidi, stupidissimi ragnetti! –
I ragni tacciono.
E poi non hanno occhi.
- Che cosa succede?- E’ Jean, il guardiano del Faro. Ha la barba nera, folta, e gli occhi da lupo.
- Domani parto! – esclama Kate. Ha lo sguardo dorato e le sue lentiggini sembrano stelle in un cielo pallido.
- Devi solo nascondermi per questa notte Jean, ti prego! –
Jean annuisce.
Il mare sotto abbraccia il Faro. Kate sorride.
Kate non è mai scappata da casa. La notte è sempre stata nella sua stanza di legno a respirare gli odori familiari della sua terra. Ora è notte e tutto è nuovo. Jean le ha dato una coperta rossa e Kate si nasconde. Il cielo è infinito dal Faro. Si vedono le costellazioni, fili d’argento uniscono i puntini d’oro. Quando si muovono fanno rumore. Kate si tappa le orecchie. Perché le stelle gridano.
La notte è spaventosa.
Il mare poi è nero. E’ come un grande polipo liquido. E’ un animale crudele e spietato.
- Dove sono i gabbiani? – grida Kate.
Jean si volta e la guarda.
- Dove sono? –
- Dormono –
- Voglio tornare a casa! – mormora la bambina.
- Ora no, ora non puoi… All'alba, forse. Ora c’è lei – e Jean indica la luna che sorge lenta ed enorme dal mare.
La luna ha un grande viso pallido e corroso dall'acqua e dal vento. La luna non ha occhi, come i ragni. Ma canta. E’ una voce nota. Kate non la dimenticherà mai. Viene dal suo passato.
- Non è ancora il tempo – dice la luna.
Kate sorride e abbraccia il suo amico Jean. Il grande viso antico si alza e sparge nel buio la polvere d’argento.
- La luce – mormora Kate.
- C’è ancora la luce –
Omar, dentro Alicia, vedeva un bosco.
Se chiudeva gli occhi, nelle sere d'inverno, e pensava all'anima di Alicia, ecco che vedeva alberi fantastici, dalle radici contorte e aeree, dalle foglie venate di blu, come vene. Era un bosco che non poteva esistere nella realtà perché le specie arboree che vi crescevano erano sconosciute agli uomini. Per questo Alicia profumava di terra bagnata e in certi momenti, in cui pareva distante da tutti, i suoi occhi scuri secernevano lacrime gialle e dense, come ferite di un tronco. Era perché lei aveva gli alberi dentro.
Ma il suo capo lo ignorava e continuava a farle pulire i pavimenti e a sgridarla per la sua distrazione.
Alicia veniva dal sud, un sud aspro e senza boschi.
Nessuno, a parte Omar, sospettava la sua vera natura. Solo lui sapeva che dentro di lei crescevano migliaia di storie sussurrate e umide.
M'insegnasti il volo.
Ora precipito.
Ma non t'importa. Già guardi altrove e io,
allieva distratta dalle nuvole,
annego nell'aria.
Gennaio 2004
Rientri in casa.
Io ti attendo da giorni.
Ho una pistola carica, ma non l'userò.
E' per far paura agli uomini.
Tu, invece,
non sei un uomo.
Hai ali grandi
e occhi liquidi,
da bambino.
Tutti sembrano felici in tv. Le donne sono sempre bellissime, gli uomini sorridono compiaciuti del loro potere. Tutto il mondo si muove troppo velocemente e io non sono che un relitto. Combatto una malattia da anni, eppure a volte mi chiedo perché.
Perché le mie gambe sono così gonfie, perché il mio cuore ha dei battiti irregolari, perché i dolori mi divorano le ossa. Poi mi dico che è normale, non sono più così giovane. Ma la discesa della vita è così ripida, a un tratto ti trovi vecchia. Le mani. Non riconosco più le mie mani. Un tempo era diverso e allora mi rifugio nel passato. Rivedo la mia vita, come in una pellicola ingiallita, tutti gli istanti che ancora la mia memoria conserva.
Nonno nel 1944
Rivedo l'inverno mite a Roma, le statue come catturate da una danza lenta, il mio sorriso, oh sì, era bellissimo il mio sorriso e tu non potevi smettere di guardarmi. Tu, avevi attraversato l'Italia in guerra per vedermi. Roma città aperta, lì ci eravamo rifugiati. Ma mio padre non voleva che ti vedessi, tu eri un nemico, un nemico del popolo.
Avevi negli occhi la luce degli uragani, era una luce che mi abbracciava lentamente, un fuoco dolce che non ho mai più sentito, una luce in cui avrei voluto smarrirmi, per sempre.
- Fuggiamo - hai detto tu - sono qui per portarti via -
Ma no, io non potevo farlo, avrei spezzato il cuore di mio padre, lo avrei ucciso.
- No - dissi io.
E mi odiai.
Roma sotto la pioggia. Il tuo cappotto logoro. Tu sei solo un comunista. Io ti devo odiare, ma non ci riesco, qualcuno mi aiuti, perché una crepa ora si è aperta dentro di me.
Chissà quando si chiuderà.
Torino, 1947. Una Roma più scura, come me. Una città adatta a me, perché non ho più la luce dei vent'anni. Lì ho conosciuto mio marito. Quattro figli, due morti nella mia pancia. Altre crepe, come una statua mi spezzerò.
Ma non è stato così.
Sono cresciuta anche all'ombra e le mie piante sono splendide e lucenti.
Quanti se ne sono andati. Ora tocca a me?
Eppure qualcosa mi cura l'anima, come una carezza d'acqua sulle ferite antiche e nuove. Mi cura il ricordo di tutto, ricordo che si fa sempre più confuso, ma ancora è vivo in me, in qualche spazio remoto della mia coscienza.
In questa stanza danzano allora le statue di Roma, la luce del fiume attraversa lo specchio, entra nei bicchieri esposti nella credenza e il sole è una scoperta sconvolgente fuori dai vetri. É quello stesso sole di allora e io, vecchia bambina, piango davanti alla mia vita ritrovata.