martedì 7 ottobre 2014

Il bambino del vento

Tanti anni fa incontrai un bambino. La sua voce era imprigionata tra i rami degli alberi. Era una voce frusciante e remota, sapeva di ragnatele e comete troppo veloci, troppo lontane.

Lui era bello, gli occhi erano azzurri, limpidi, ma impenetrabili. Eppure non sapeva giocare con i compagni. Un'onda si impossessava di lui, talvolta, e lui si abbandonava a lei, diventando vento e tempesta.

Allora lo vedevo, era lontano in un oceano ghiacciato e sterminato. Laggiù non c'erano appigli, c'era solo acqua scura e silenzio.

Volevo recuperare la chiave segreta che apriva la porta della sua mente, saper interpretare le tracce che lasciava, per farlo uscire da lì. Volevo aiutarlo a trovare la sua voce prigioniera di un incantesimo incomprensibile.


Se si trova la chiave il bambino del vento riuscirà a sorridere e, forse, imparerà a sopportare tutte le banalità del mondo, mi dicevo.

Ma poi capivo che dovevo solo imparare ad ascoltare.
Non subire, non indagare, ma aprire gli occhi e guardare tutto dalla sua prospettiva.
C'erano galassie collegate da fili d'argento nel cielo, me lo disse lui.
E io non l'ho più dimenticato.






mercoledì 1 ottobre 2014

Le stanze di Paolo Vergnano


Paolo Vergnano è un fotografo, ma è anche uno scrittore. Racconta con le immagini storie di interni distrutti dal tempo e dall'incuria, eppure ancora abitati da sogni e visioni. Nascono funghi nelle sue stanze, la natura riprende il possesso di ciò che l'uomo ha abbandonato. 



Stanza 1 (a volte sento dei suoni nel campo)


Animali esotici appaiono, ma sono allucinazioni o desideri repressi. Il mondo animale e quello umano si fondono.


 Stanza 3 (c'eravamo tanto amati)

Gufi o uomini e donne? Il vetro è rotto, gli sguardi sono distanti.



Stanza 4 (questa casa non mi appartiene)

In Questa casa non mi appartiene la zebra è come un giovane che abbandona la casa della propria infanzia, il contorno delle cose si addolcisce, la fotografia diventa illustrazione e pittura.



 Stanza 11 (non sento più niente)

Ma la natura nei quadri di Paolo Vergnano, talvolta, sembra sofferente. Come in Non sento più niente, l'otaria distesa sul vecchio forno è indolente, immobile e apatica. Cosa abbiamo fatto al nostro mondo? Cosa abbiamo fatto agli animali, prigionieri di stanze distrutte e fatiscenti? Cosa abbiamo fatto a noi stessi? La nostra civiltà è in decadenza, eppure qualcosa ancora respira tra le ragnatele e la polvere.

Stanza 8 (siamo stati bene insieme) 

Funghi, animali, esseri sopravvissuti all'uomo e al suo egoismo. Come dopo l'apocalisse, Paolo Vergnano ci racconta, con le sue foto, che la natura può salvarsi e salvarci.



http://www.paolovergnano.it/


lunedì 22 settembre 2014

L'età dell'attesa

Ci fu un'epoca, tanti e tanti anni fa, in cui tutti aspettavano.

Aspettavano il treno, l'autobus, il loro turno al banco dei salumi o alle poste.

Aspettavano anche di lavorare, perché il lavoro non c'era più; aspettavano la persona giusta da amare, perché negli altri non si vedevano più i pregi, ma piuttosto gli insopportabili difetti.

Aspettavano per avere dei figli e infine i figli non arrivavano più, non per crudeltà, ma perché ormai i loro corpi erano diventati vecchi.
Aspettavano tutti, da sempre.
Ma non si annoiavano, perché avevano svariate possibilità di svago. Erano passati i tempi grigi della televisione, ormai si viveva nell'era degli specchi magici. Tutti possedevano, infatti, degli specchi che consultavano con accanimento. Lì c'erano proiettate le parole degli amici, le foto, lì c'erano le notizie del mondo, lì c'era una possibile via di fuga. Grazie agli specchi incantanti le persone si sentivano meno sole e non si rendevano conto che la vita scivolava via, fuori dal tempo.

Si sognava una rivoluzione, ma non si aveva la forza di agire. Il sogno aveva preso il posto della realtà, ma non era entusiasmante, perché nulla era vero.

Alcuni uomini e donne si accorsero dell'inganno, distrussero gli schermi, tornarono a sporcarsi le mani di terra e sudore. Ma ancora non sappiamo che ne sarà di loro e della loro età sospesa e incerta. Di certo sappiamo che quella fu un'epoca soggetta a passioni fugaci e ingannevoli. I veri eroi rimasero nel limbo, sconosciuti, silenziosi, ma vivi.




lunedì 15 settembre 2014

Il fungo

Il bruco aveva occhi come fessure di tronco. Fumava il narghilè e forse non si era accorto della mia minuscola presenza.
Aveva un volto conosciuto, dove lo avevo già visto? 
- Chi sei tu? - 
La sua voce apparteneva al mio passato, un'onda amica, conosciuta.
- Alice - risposi.
- Avvicinati - 
Ubbidii. 
L'ombra era una sostanza quasi liquida, accarezzava il bosco, le foglie della quercia e il fungo su cui lui era sdraiato. 
- Cosa sai fare, Alice? -
Era una domanda difficile, a lui non si poteva mentire, lo sapevo.
- So guardare i tramonti - improvvisai.
- Troppo poco, non basta -
Cosa potevo dirgli? Le sue sopracciglia si erano pericolosamente increspate. 
- Mi piace stare con i bambini, giocare con loro, vederli felici -
Non sembrava ancora soddisfatto.
- E so inventare delle storie -
- Davvero? Raccontamene una allora, mi sto annoiando e il giorno è ancora così lungo -
Mi sedetti sotto al fungo, osservavo le dolce geometria delle lamelle sotto al grande cappello. 
Il bruco chiuse gli occhi pronto a entrare nel mio sogno.

C'era una volta una bambina che non aveva paura dei precipizi. Si avvicinava al bordo dei dirupi e allargava le braccia ridendo. Un giorno però il suo equilibrio non bastò, il vento era troppo forte. la bambina cadde. Faceva male rotolare giù, le rocce erano spietate, gli alberi non riuscirono a trattenere la sua caduta rovinosa.
La bambina si ritrovò in un bosco umido e buio. Non poteva più camminare. Strisciò con le mani per ore. Le formiche pensarono fosse una sirena che aveva smarrito la strada e la scortarono.
Tu conosci il buio? Non è completamente nero, ci sono i colori, ma sono attutiti, spenti. Lei lo sapeva, per questo non aveva paura dell'oscurità. 
Conta fino a cento, si diceva, conta fino a cento e non morirai. 
Sopravvisse quella notte e anche tutte le altre, perché allenò le sue braccia e diventò veloce come uno scoiattolo. Visse sugli alberi, protetta dai gufi e dagli insetti, suoi amici. E ancora oggi puoi trovarla, nelle sere d'estate, sui castani più alti. E' una fata dei boschi e vive di vento e rugiada. 

- Le fate sono esseri pericolosi. Ingannatrici, dispotiche. Stanne alla larga - disse il bruco.
- Mangia un pezzo di fungo e ogni cosa ti apparirà più chiara -
Staccai un frammento morbido del cappello. Era bianco sotto e arancione sopra come il sole che muore all'orizzonte. 
Il mio corpo si indurì, forse è la fine questa. Ma no, stavo solo crescendo. 
Addio piccolo bruco, addio fungo e fate dei boschi. Questo pensavo, ma non era vero. 

Cammino per le vie straziate dal grigio eppure vedo ancora le porte magiche che conducono dall'altra parte. 




mercoledì 10 settembre 2014

ti amerò fino alla fine del tempo

Fino alla fine dei miei giorni,
fino all'ultimo respiro
che mi verrà concesso.

So che siamo sbagliati,
riconosco tutti i nostri errori,
eppure vivo in te.

Insieme costruiamo una casa piena di vento.
Polvere e desideri sulle lenzuola,
distruggi tutte le mie paure di bambina,
riducile a una manciata di polline,
via
nell'aria.
Dimenticando tutto,
io plasmo la tua schiena,
ogni volta è diversa e nuova,
per me.

Tu che mi hai visto piangere,
tu che mi hai visto cadere,
fissare il marciapiede,
perdermi nel rumore assordante della notte,
tu,
mi accarezzi e
sorridi
quando varco il limite.

Solo più nuvole
e il giardino della mia infanzia.
I petali si sono aperti,
le perle d'acqua non fanno male, scivolano via veloci
e io e te,
come all'origine,
respiriamo.








mercoledì 3 settembre 2014

Il mondo in una biglia

In una biglia una volta ho visto una cascina capovolta.
Avevo 9 anni.
Ho detto a mia sorella - Qui c'è un mondo magico -
Lei non era una stupida - Non è vero! E' la cascina che c'è lì, davanti a noi! -
- E' un mondo molto simile al nostro, ma ci sono piccoli particolari diversi. Guarda, lì c'è un'ombra, forse è una persona, una persona che non è qui, ma è solo dall'altra parte -
- Davvero? -
Annuii con convinzione.
Lei osservò di nuovo la biglia.
- E' vero... -
Io e lei spettatrici di un prodigio.

Nella sfera c'era una ragazzina bionda che ci guardava e ci salutava. Accanto a lei una bambina più piccola sgranava gli occhi, non sapeva se crederci. Scendeva la neve, come nelle palle di vetro in cui è sempre Natale. Ma loro non avevano paura della bufera, si stringevano e diventavano sempre più sfocate, lontane.

Cosa vedo oggi nella biglia? Tutto il mio universo, la scia dell'onda, il cielo quando precipita, le parole sussurrate dal fuoco e tutti i giorni, preziose gocce racchiuse nel mio palmo.

Dormi, dormi bambina, non aver paura di sognare, ma poi apri gli occhi e inizia a camminare.




lunedì 11 agosto 2014

I ricordi perduti

La città si svuota, si riempiono le spiagge. La città ha corridoi infiniti, pieni di speranze e di voglie represse. I superstiti si aggirano assonnati, forse il sogno che stanno vivendo non gli piace. Vorrebbero svegliarsi e trovarsi diversi.

È un’estate fatta d’acqua. Temporali improvvisi sconvolgono il cielo; le nuvole sono le splendide, crudeli, protagoniste dell'orizzonte e dei nostri giorni.
Non fa che piovere. Le gocce sono i ricordi perduti. I ricordi di chi non c’è più. Scivolano via, sui vetri e sui nostri visi.

Cammino nel silenzio e con me ci siete anche voi, così tanto amati. Non si possono più sentire le vostre voci, ora adirate, ora sciocche, ora annoiate… Ma si sentono i vostri pensieri, liquidi, come fatti di nuvole. Mi mancate. Lo sapete. E l’estate è diventata una terra straniera, parla una lingua nuova, nemica, ostile. Voi sorridete, ma io non posso capirvi. Voi siete luce e tenebra, io sono povera carne.

Mi manca tutto di voi e a volte i vostri sussurri non bastano, ma non importa. Questa quiete finirà, la città tornerà ad agitarsi, il frastuono coprirà i vostri pensosi silenzi. Eppure non passerà questo desiderio, non passerà quest’ossessione. Dove se ne vanno tutte quelle immagini che erano dentro di voi? I volti delle persone amate, il mare, quella pedalata con Fabrizio, l’amico d'infanzia, quella volta in cui tu avevi pianto per lei e lei se ne era andata. Nell'aria danzano migliaia di frammenti di luce, pulviscolo, favole incomplete. Forse diventeranno così i nostri ricordi perduti.








lunedì 28 luglio 2014

La volpe rossa

Ho le mani forti padre e non ricordo più il mio tempo.
Ho corso per notti intere nei campi deserti, cercando la terra, ma non ho trovato altro che erba.
Nella notte le colline parevano rivestite di un pelo fitto, blu ed io non riuscivo a fermarmi. Spesso mi trovavo a carponi, nel buio. Mi vedevo tastare le zolle umide in cerca del varco. La luna, sopra di me, era ora un teschio, ora una pietra enorme, sospesa, attaccata ad un filo invisibile. Potevo vedere i suoi crateri, le valli ghiacciate, forse lì si nascondeva la tana della volpe. Forse era per questo che non riuscivo a trovarla...

Prima di partire tu mi avevi detto - Procedi verso nord, attraversa la Pianura e troverai le colline. Lì c'è il nascondiglio della bestia. Non avere fretta, perlustra il terreno con cura -
A cosa è servito questo viaggio?
Sono qui, ora, padre, che gratto la terra. Non ho trovato nessuno.

Ma all'alba accadde qualcosa.
L'aria era chiara. Il cielo aveva il riflesso delle perle.
La volpe era davanti a me.
Mi osservava.
Aveva il pelo rossastro e ispido. Fili di rame. Gli occhi verdi, grandi e pensosi.
- Eccoti! - mi scappò dalle labbra appena la vidi.
Lei balzò indietro di qualche passo. Si acquattò un poco nell'erba.
- Devi aiutarmi - le spiegai. Avevo la gola secca. La mia faccia era sporca di lacrime e bava.
- La nostra casa è bruciata. Il fumo ha invaso le stanze. Le pareti sono nere di caligine. Non abbiamo più niente - Avrei voluto continuare a parlare, spiegarle la situazione della mia famiglia. Avrei voluto commuoverla. Ma non riuscii a dire altro.
La volpe aveva un muso da cane. Aprì le fauci, come per ridere, ma i suoi denti erano gialli, aguzzi.
Fischiò.
Le colline rimasero ferme. Io no: tremavo.

Ero sull'erba, supina. Le nuvole si muovevano lentamente sopra di me. Era un film che avevo già visto. Mi voltai.

La nostra casa era come un tempo: le pareti bianche, tinteggiate da poco, i gerani rossi alle finestre. La mamma stava spazzando via la polvere dal cortile. Corsi verso di lei. Il suo viso era bagnato dalla luce dorata del tramonto. Lei mi sorrise: i denti erano appuntiti. Li riconobbi.
Era il prezzo, capisci? Il prezzo da pagare, padre.
- Hai perso la tua innocenza - mi disse quel giorno.
- Non sei più una bambina! - forse voleva rimproverarmi.
I suoi occhi erano castani, lignei. Ma le labbra erano morbide, rosate come prima del grande incendio. Ci abbracciammo.





venerdì 11 luglio 2014

un'estate passata a guardare la metamorfosi delle nuvole

Il blog, come l'anno scorso, rallenta per ferie.

Poche parole per salutare chi, fedele e silenzioso, legge le mie righe strampalate e mi fa compagnia con la sua muta presenza.
Posterò però, in questi 2 mesi, qualche racconto lungo, riesumato dai famosi cassetti polverosi che hanno tutti quelli che si ostinano a scrivere...
Buon cammino e a presto.





venerdì 4 luglio 2014

Il mio nuovo piccolo sogno

Non parlerò del nuovo libro. Eppure vorrei, ma non posso. Non posso parlarne perché è ancora un libro non pubblicato, eppure ne ho l'esigenza.

E' un romanzo di formazione, parla dell'amore e della morte, vicini e intrecciati. Nulla di nuovo, quindi. Non pretendo di aggiungere nulla a quello che è già stato scritto; è solo un viaggio nel mio mondo parallelo, in uno dei miei mondi paralleli.

E' ambientato negli anni 90, a quell'epoca io avevo l'età dei miei protagonisti, 16-17 anni. L'età dei cambiamenti profondi e inarrestabili, l'età in cui l'amore ti brucia la pelle e l'anima in un incendio rapido e crudele. Ma è anche l'età in cui ami ancora giocare, esplorare il mondo, avvicinarti al precipizio solo per il gusto di farlo.

Ogni tanto forse la mia scrittura è troppo rapida, forse salto dei passaggi e il lettore si ritrova di colpo alla fine della storia, come su una montagna russa, emozionante, ma eccessivamente veloce. Non lo so, me lo dirà chi lo leggerà. Non so che ne sarà di questo libro, La memoria degli alberi è stato per 6 anni nel cassetto, ignorato dalle case editrici a cui lo avevo inviato. Poi al Premio La Giara, Dacia Maraini, Ginevra Bompiani, Pier Luigi Celli, Antonio Debenedetti dicono che può andare. E il mio manoscritto diventa libro.

Spero che anche questo romanzo potrà essere pubblicato, ora non ci resta che attendere, attendere, attendere e correggere, naturalmente.



Foto di Ellen Kooi