Era il giorno del funerale della sua bambina. Può una bambina morire a quattro anni? Dopo pochi giorni di dolore? Faceva molto freddo. La neve dappertutto. Le montagne ghiacciate, giganti scolpiti nel cielo bianco. Una fila di persone, immobili nel cimitero, a Trinitè. Suo marito era bravo a lavorare il legno, le aveva fatto lui la croce. Una croce rosa, lei adorava il rosa. Una croce da bambina, ma le bambine non dovrebbero avere una croce, anche se è rosa, anche se ha dei cuori disegnati.
Lei, la mia amica, la mia stella, era lì, nel bianco a ricevere le condoglianze.
Che brutta parola: condoglianze. Non mi è mai piaciuta. È fredda. Preferisco dire: mi dispiace tantissimo.
Preferisco abbracciare e basta e piangere, magari.
Era l'inverno più freddo del decennio e si era ghiacciato anche il mio cuore.
Lei era quasi trasparente, non puoi capire chi perde un figlio.
Non puoi capire.
L'abbracciai e mi sentii spezzare lentamente, pezzo a pezzo.
Cosa sarebbe rimasto di me, di noi.
Io e lei, felici.
Io e lei.
Il dolore non si spiega.
Io e lei a Torino, io e lei nella nostra stanza a ridere.
Ho provato a scrivere direttamente al computer, ma non ce l'ho fatta.
La storia si sbriciolava davanti a me, così inutile e sbiadita. Non riuscivo a sentire i personaggi. Personaggi che restavano muti, non riuscivo a percepirli. A sentire il loro dolore, la loro gioia.
Ho lasciato stare il pc, ho preso un quaderno e una penna. La storia si è aperta lentamente come un fiore, petalo a petalo.
È solo così che ci riesco. Solo con il contatto del foglio e lo scorrere della penna. È lì che accade il mio piccolo prodigio, è lì che divento il tramite tra un mondo e l'altro.
E non importa se ci vorrà più tempo, perché poi dovrò ritrascrivere tutto, non importa. L'essenziale è che si crei quella situazione strana in cui io entro dall'altra parte, come nella tana del Bianconiglio, e che possa osservare, sentire, vivere quello che stanno vivendo loro, i miei personaggi.
Un'altra cosa serve, oltre al quaderno e alla penna. Mi serve il silenzio.
Non canzoni, non parole, non voci. Solo il silenzio. E questo talvolta è davvero difficile da ottenere.
Ma ci proverò. Ho voglia di tornare a viaggiare. Dentro la mia storia inventata.
Ci sono scale nascoste negli specchi, porte, passaggi.
Spesso non li vogliamo vedere, distogliamo lo sguardo, ignorandoli.
Io un giorno ho visto una porta di ghiaccio. Ho sfiorato la superficie del vetro e sono entrata.
Faceva freddo, un gelo millenario che entrava nelle ossa e si depositava dentro.
Gli occhi coperti di brina. Era troppo tardi per tornare, dovevo trovare l'uscita per sopravvivere.
Un giardino di neve, pesci congelati nel laghetto, il mio respiro sempre più breve.
Non c'è più tempo.
Non c'è più tempo.
Tutta la mia vita in brevi fotogrammi. Troppo veloci per essere capiti. Mani di bambina, giochi, strade di periferia, occhi, baci, grida, vetri rotti, silenzi.
Il buio.
La notte.
Il battito del mio cuore.
Solo quello nel nero.
Il mio battito.
Il mio respiro.
Petali screziati che si aprono nella neve.
Il risveglio nel letto, un sudore gelato su tutto il corpo.
Sono ancora viva, sono tornata.
Sono ancora viva.
Lo specchio davanti a me mostrava il disgelo.
Il giardino innevato si scioglieva lentamente, gocce d'acqua scorrevano sugli aghi di pino, il ghiaccio si stava trasformando.
Dorotea era una città celeste, lo raccontano le antiche leggende.
Nel suo remoto passato gli angeli suonavano melodie delicate tra le vie luminose.
Angeli dalle ali enormi, fatte di luce.
Dorotea brillava al tramonto e chi l'aveva vista, anche solo in sogno, non la dimenticava più.
Ma questo accadde molto tempo fa.
Dorotea precipitò sulla terra.
Tutto quello che c'era di etereo in lei si fece materia, diventò pietra, marmo, cemento.
I suoi abitanti non erano più angeli, ma uomini e donne. Il desiderio dell'altezza e della profondità però non si placò mai in loro e nella loro città.
Fontane nascoste nei cortili,
finestre nel vuoto,
cattedrali corrose dal mare e dal vento,
vicoli incrostati di sogni,
statue di angeli dallo sguardo triste, verso il tramonto,
case dai muri curvi,
volti senza occhi sulle pareti.
Arrivai a Dorotea con il corpo alla deriva.
Lividi, dolori, mancanze.
Andai fino alla sua basilica, sembrava un gigantesco termitaio o un organo nel deserto, ancora incompleto.
Lì c'era ancora la traccia remota della città precipitata.
All'interno grandi alberi s'innalzavano per cercare una luce perduta che, pure un tempo, avevano vissuto.
Quella luce prigioniera mi parlò di tutti i colori del mondo, dei rumori impercettibili dell'universo, della nascita e della morte.