amata,
desiderata.
Acqua.
(Sulle strade, nel cielo, fuori dai vetri, sui petali, sulle foglie)
Acqua dagli occhi.
Ci sono storie che nascono e poi non vedono la luce.
Semi rimasti nella terra pieni di desiderio.
Primavere dimenticate, inverni precoci, destini seccati.
Ci sono amici che ci hanno ferito, lame nella carne,
parole come frecce avvelenate,
liquido verde nel sangue.
Amici che hanno strappato la nostra foto,
lì sorridevamo,
lì ci credevamo.
Ci sono strade che portano lontano,
stanze che diventano buie,
canzoni che non riusciamo più ad ascoltare,
carezze che ricordiamo,
fuochi nel cuore,
stelle precipitate,
silenzi,
lacrime davanti al cielo.
Ci sono stazioni da cui non sei mai partito,
treni che hai perso cento volte,
baci che non hai mai dato.
Ci sono tramonti che ti sono rimasti dentro,
onde del mare,
speranze ancora conficcate nella testa,
speranze,
come maledizioni o benedizioni,
che ti portano a camminare ogni giorno.
Verso la meta,
verso l'ultimo giorno.
Allora, in un momento,
il sole, la terra, l'acqua, il mare,
tutto sarà chiaro
e presente.
Figlia di un temporale,
cosa è rimasto di te?
Capelli umidi sugli occhi,
corpo, macerie.
Dimmi dove stai andando, nell'aria tagliente dell'inverno,
dimmelo.
Piedi nella neve,
occhi lucidi, tagli sulle mani.
Cammini nel bosco, attenta ai sussurri e ti perdi le mie parole.
Sono qui, non mi sono mai allontanto da te,
come un abbraccio freddo,
fatto di vento e di cristalli di ghiaccio.
Figlia di un temporale,
io non posso dimenticarti, perchè fai parte di me,
del mio passato e del mio futuro.
Il mio presente è impresso nella corteccia, tu l'accarezzi e mi parli.
Figia di un temporale,
non andare via da me.
Ci ho riprovato.
Ho provato a scrivere direttamente al computer, ma non ce l'ho fatta.
La storia si sbriciolava davanti a me, così inutile e sbiadita. Non riuscivo a sentire i personaggi. Personaggi che restavano muti, non riuscivo a percepirli. A sentire il loro dolore, la loro gioia.
Ho lasciato stare il pc, ho preso un quaderno e una penna. La storia si è aperta lentamente come un fiore, petalo a petalo.
È solo così che ci riesco. Solo con il contatto del foglio e lo scorrere della penna. È lì che accade il mio piccolo prodigio, è lì che divento il tramite tra un mondo e l'altro.
E non importa se ci vorrà più tempo, perché poi dovrò ritrascrivere tutto, non importa. L'essenziale è che si crei quella situazione strana in cui io entro dall'altra parte, come nella tana del Bianconiglio, e che possa osservare, sentire, vivere quello che stanno vivendo loro, i miei personaggi.
Un'altra cosa serve, oltre al quaderno e alla penna. Mi serve il silenzio.
Non canzoni, non parole, non voci. Solo il silenzio. E questo talvolta è davvero difficile da ottenere.
Ma ci proverò. Ho voglia di tornare a viaggiare. Dentro la mia storia inventata.
Tutti gli specchi rivelano una parte del tutto.
Ci sono scale nascoste negli specchi, porte, passaggi.
Spesso non li vogliamo vedere, distogliamo lo sguardo, ignorandoli.
Io un giorno ho visto una porta di ghiaccio. Ho sfiorato la superficie del vetro e sono entrata.
Faceva freddo, un gelo millenario che entrava nelle ossa e si depositava dentro.
Gli occhi coperti di brina. Era troppo tardi per tornare, dovevo trovare l'uscita per sopravvivere.
Un giardino di neve, pesci congelati nel laghetto, il mio respiro sempre più breve.
Non c'è più tempo.
Non c'è più tempo.
Tutta la mia vita in brevi fotogrammi. Troppo veloci per essere capiti. Mani di bambina, giochi, strade di periferia, occhi, baci, grida, vetri rotti, silenzi.
Il buio.
La notte.
Il battito del mio cuore.
Solo quello nel nero.
Il mio battito.
Il mio respiro.
Petali screziati che si aprono nella neve.
Il risveglio nel letto, un sudore gelato su tutto il corpo.
Sono ancora viva, sono tornata.
Sono ancora viva.
Lo specchio davanti a me mostrava il disgelo.
Il giardino innevato si scioglieva lentamente, gocce d'acqua scorrevano sugli aghi di pino, il ghiaccio si stava trasformando.
Un respiro alla volta. Una goccia alla volta.
Ritornai a respirare.
Specchio crudele,
mostrami chi se ne è andato e non ritornerà più.
Mostrami quei giorni,
(non sapevamo che fossero giorni speciali).
Specchio crudele,
mostrami le case che abbiamo dimenticato,
i corridoi,
i giardini nascosti.
Mostrami l'autunno lento della mia vita,
mostrami il cadere silenzioso delle foglie,
e i sorrisi di oggi,
prima che svaniscano,
gocce nell'acqua.
Mostrami ancora una volta
il fiume della mia vita,
talvolta così impetuoso,
lasciami così,
immersa nell'acqua gelida,
viva.
Lasciami così,
a guardare le nuvole.
Mostrami il presente,
che è tutto ciò che abbiamo;
mostrami l'amore,
le mani,
le ombre sui corpi,
i fiori dell'inverno.
Specchio,
non tradirmi,
rivelami ciò che sono,
solo così potrò capire,
solo così potrò riconoscermi.
Cosa si pensa in guerra?
Forse a sopravvivere.
Portare avanti i giorni e le notti.
Arrivare ad aprire gli occhi al mattino. Proteggere chi ami, fino alla fine dei bombardamenti.
Cosa si pensa quando la guerra è finita?
Ad amare.
Ad amare chi è stato lontano per tanto tempo e ti ha aspettato.
Immagino allora mio nonno e mia nonna. Lei sfollata a Roma, dichiarata città aperta,
lui in Germania in un campo di lavoro, arrestato su un treno, l'8 settembre del '43.
Poi la liberazione e lui che torna finalmente a casa, a Messina, zoppicando.
Vivo.
E lei, viva.
Si abbracciano.
E la guerra scivolò via, per un momento, via da loro.
Guardo questa foto.
All'epoca le foto erano rare. Preziose.
Guardo i loro sorrisi, due ragazzi sopravvissuti alla guerra, in mezzo agli amici,
una sola foto, ma basta.
La calca, gli abbracci, la voglia di farcela.
La gioia di chi ha visto la morte e adesso ha solo voglia di vivere.
Forse è solo questo che conta.
Dorotea era una città celeste, lo raccontano le antiche leggende.
Nel suo remoto passato gli angeli suonavano melodie delicate tra le vie luminose.
Angeli dalle ali enormi, fatte di luce.
Dorotea brillava al tramonto e chi l'aveva vista, anche solo in sogno, non la dimenticava più.
Ma questo accadde molto tempo fa.
Dorotea precipitò sulla terra.
Tutto quello che c'era di etereo in lei si fece materia, diventò pietra, marmo, cemento.
I suoi abitanti non erano più angeli, ma uomini e donne. Il desiderio dell'altezza e della profondità però non si placò mai in loro e nella loro città.
Fontane nascoste nei cortili,
finestre nel vuoto,
cattedrali corrose dal mare e dal vento,
vicoli incrostati di sogni,
statue di angeli dallo sguardo triste, verso il tramonto,
case dai muri curvi,
volti senza occhi sulle pareti.
Arrivai a Dorotea con il corpo alla deriva.
Lividi, dolori, mancanze.
Andai fino alla sua basilica, sembrava un gigantesco termitaio o un organo nel deserto, ancora incompleto.
Lì c'era ancora la traccia remota della città precipitata.
All'interno grandi alberi s'innalzavano per cercare una luce perduta che, pure un tempo, avevano vissuto.
Quella luce prigioniera mi parlò di tutti i colori del mondo, dei rumori impercettibili dell'universo, della nascita e della morte.
Allora capii finalmente:
Dorotea non era perduta
e neanche io.