Era gennaio. Le strade avevano perso tutti i colori. Avevo freddo. La mia famiglia era lontana, ero scappata da loro, avevo rinnegato i loro insegnamenti; ero una derelitta, una perdente.
Non potevo fare altro che tossire, osservavo il fumo che usciva dalle labbra. Io e il mio alito, nessun altro in tutta la via. Gli altri stavano festeggiando, io stavo annegando.
Se suono forse non sento questo dolore, se suono forse dimentico. Io, nella mia stanza, gli accordi per sconfiggere il silenzio.
La luce tutt'intorno a me, se mi sforzo posso immaginare il calore della mia infanzia, il caminetto acceso, i sorrisi perduti.
Se mi sforzo posso costruire un mondo migliore, fatto di promesse mantenute, di giardini dai petali umidi di vita, di battaglie vinte da tutti.
E l'inverno se ne andrà, anche senza gridare. L'inverno se ne andrà e mi vedrà diversa. Sarò più vecchia, più forte. Anche quando prenderò quel treno che mi porterà a casa, solo per un momento, un momento solo, non mi sentirò straniera.
Ecco, ora, in questo istante, io ti sento.
Oltre la morte, oltre i giorni e le notti.
Io ti sento. E tu sei tutto il mio amore, sei il mio passato e sei il mio futuro.
Aria, tempesta, lacrima, sorriso, sospiro.
E in queste ore, in cui tutti brindano, in cui ci si abbraccia, ci si bacia, sotto il cielo così asciutto, il nostro cielo così deserto, io alzo il calice anche per te, per voi.
Io, circondata dagli specchi, coi vostri volti, così vicini e così irraggiungibili.
Buon Natale.
Vi amo, per sempre.
Alcune volte S. credeva di non potercela fare. Troppa la polvere nella sua casa, troppe le idee che si affollavano nella sua mente. Troppi i sogni e i desideri, come statuine di vetro, scheggiate dall'incuria e dalle offese. In fondo non erano importanti, lo aveva capito. Non era diversa dagli altri, non era migliore. Si ritrovava a pulire quelle stanze, in un labirinto di scale, di specchi azzurri.
Insegnatemi i segreti,
tutto devo imparare.
Si diceva.
Dove sto sbagliando.
Dove.
E poi doveva riprendere a correre,
a correre,
correre ancora.
Per un istante, nelle vetrine, si vedeva. Era una creatura fuggita dal regno delle favole, precipitata nella vita. Era distrutta, fragile ed esausta.
La strada, davanti a lei, ghiacciata dai silenzi degli uomini, si apriva come le pagine di un libro già letto.
Ora entro nella mia piccola storia.
Nessuno lo saprà.
Nessuno mi vedrà.
La città del nord, quella notte, si scoprì indifesa.
Piangere non basta, gridare non basta, popoli senza frontiere.
Siete scalzi, avete di colpo così freddo, perché avete visto i vostri fratelli per terra.
C'era del sangue sul pavimento,
sulla pelle, sui vestiti.
La musica si è fermata.
La città del nord amava la musica, gliela strapparono.
Uomini, donne, bambini, nello stadio, si abbracciavano.
Là fuori qualcuno stava uccidendo, uno a uno, persone sconosciute.
Uno a uno.
Uno a uno.
Conta fino a cento, in fondo sono solo colpi.
In fondo sono solo corpi.
E poi ti si aprono le porte del paradiso.
Uno a uno.
Questa è la vendetta per i morti che non vediamo.
Uno a uno.
Ma la morte non resuscita mai.
Uno a uno.
Che prezzo ha la vita? Conta qualcosa una vita.
Uno a uno.
Conta e conta ancora.
C'è troppo sangue, troppo silenzio.
Qualcosa si è spezzato.
Non siamo numeri, siamo sogni, desideri, pensieri.
Fermi, ora.
Fermi per sempre.
Quella malinconia che sale quando piove e il mondo si ferma, prigioniero delle piccole gocce.
Quella malinconia io la conosco. Rivedere te, dentro di me, fermo in un istante in cui sorridi e non puoi parlare. Allora mi maledico e maledico questo sortilegio, questo ricordo dolce e crudele, questo vetro d'aria che ci separa per sempre.
Quando piove qualcosa si scioglie denso, dentro di me.
La mia memoria.
Tutto il mio passato, in minuscole sfere d'acqua.
Io.
Io sono stata bambina e tu non volevi capirmi.
Io sono diventata una ragazza, incerta, ossuta, per niente attraente. Ti ho visto per terra, chiedevi aiuto. E un pezzo di me è morto.
Io ti ho visto all'ospedale e sono cresciuta, perché tu eri diverso, eri un essere nuovo, rinato dopo la caduta.
Io, con te. Mi hai vista illuminata.
Io ho sbagliato così tante volte, ho amato in modo distorto e tu temevi per me, per la mia vita.
Sono diventata donna e mi sono liberata, allontanando da me tutte le menzogne.
Una, due, tre volte la mia pancia si è gonfiata, allora hai abbracciato i miei piccoli. E hai pianto, liberandoti da tanto dolore.
Hai pianto perché eri diventato nonno e ti sentivi perdonato. Hai riscoperto l'amore quando tutto sembrava perduto.
Il tuo corpo per sempre diviso in due. Una parte più forte, l'altra come inerte; eppure tu hai lottato sempre, senza lamentarti. Ti ho visto come un guerriero e ti ho amato per quella tenacia, per quel tuo sorriso, mai finto, sempre sincero.
Il tuo cuore, infine, non ce l'ha fatta e si è fermato. Non più battiti, non più parole, non più sorrisi. É quella voce che mi manca.
Ma rimane il ricordo.
Dio lasciami i ricordi fino alla fine.
Così potrò risentire tutti i tuoi discorsi, rivedermi sul treno, con te, quando siamo partiti verso il paese dalla tua infanzia. Come due ragazzi in cerca d'avventura.
Perchè ti ostini a scrivere, amica. Nessuno legge più di 20 righe ormai, la frase si è frantumata, il romanzo è morto.
Perchè ti ostini a perdere ore, giorni, momenti preziosi della tua misera vita, per creare universi paralleli, personaggi dall'incerto sorriso, avventure fatte solo di parole?
A nessuno importa.
Forse è così, ma scrivere è per me conservare il pensiero. In un mondo caotico, fatto di immagini in successione sempre più vorticose, io scrivo per ritrovare la memoria. La memoria del tempo, la memoria dei miei ricordi remoti, la memoria di chi ho amato e ora non c'è più.
Scrivo per non perdermi, in questa realtà fatta di storie vissute e subito buttate, scrivo per ritrovare la quiete in tutto questo rumore.
Scrivo per non dimenticare, per fermare sulla carta ciò che temo di perdere, ciò che sono e che ero.
E per raccontare una leggenda, una favola.
Triste, incompleta, beffarda.
Parla di me e di tutti i miei amori perduti.
Tu sai che è così. Gli uomini hanno bisogno d'incanti e di sogni; alcuni dipingono, altri fotografano, altri ancora recitano. Io scrivo. Non è il mio lavoro, non lo faccio per denaro, lo faccio perché da sempre invento storie, fa parte di me.
Allora siediti qui, e ascolta, ancora una volta, questa fiaba, cieca e muta. Le immagini verranno da te e anche le voci, nessuno te le suggerirà.
Fa parte del prodigio.
Buon compleanno,
in questi giorni amari di perdita. Buon compleanno a te, perdona la mia debolezza. So che insieme saremo più forti. Affronteremo tutte le tempeste, supereremo le sabbie mobili, i pantani, le nebbie della monotonia. Insieme a tutti coloro che abbiamo amato e che ora ci accompagnano in silenzio. Non abbiamo paura dei fantasmi, io e te. Perché siamo precipitati troppe volte; il fuoco brucia e lascia delle tracce sulla pelle e negli occhi. Ora, con questo nuovo dolore, andiamo avanti. Stupiti dalla violenza dell'amore, amore che sopravvive anche dopo la morte.
L'amore che strappa via ogni timore, l'amore che resiste, l'amore che ti brucia dentro ogni cosa; l'incendio dolce e terribile delle immagini felici, immagini che adesso sono graffi interni.
Entriamo nell'acqua ora, laviamo queste ferite, non importa se fa male. La vita è così maledettamente bella, così dannatamente fragile. Vieni, ora tutto passa, ora. Il cielo, l'acqua, il deserto, la pioggia, le mani, il suo sorriso, tutto passa. Eppure tutto resta.
Stella bianca nella notte d'estate,
tu sei bagliore nel mio silenzio.
Stella, tu mi parli con una voce che conosco,
dolce, facile al riso,
una voce di ragazza, più che di donna,
una voce di bambina cresciuta in alto, tra le vette.
Raccontami allora la sua storia,
stella,
raccontami di quell'infanzia, perduta tra le rocce più alte,
con sua sorella e il bambino dai capelli rossi,
raccontami del cielo,
immenso sopra di lei,
così piccola, così forte.
Parlami di quei giorni di nuvole e pioggia,
sui prati,
delle corse fino a non avere più fiato,
su, fino alla cascata, dove l'acqua scava e non si ferma.
Parlami dei pomeriggi nella grande città,
dei suoi vent'anni, della sua incerta scoperta del mondo,
e poi dell'amore,
tu lo sai e brilli con violenza.
Dell'amore.
Gocce sugli aghi di pino,
istanti vissuti,
perle,
sorrisi,
abbracci.
Dimmi, quanto tempo ci è rimasto per tutto questo,
stella.
Tu conosci il segreto di questa magica e dolorosa storia: vivi ogni istante,
questo mi dici.
Vivi con gioia ogni momento.
Ascolta il rumore dell'acqua,
chiudi gli occhi,
assapora il ritmo del tuo respiro,
ammira il tuo corpo,
così unico, così tuo.
Ama senza risparmio, senza tregua.
Credi fino alla fine alla promessa di un mondo migliore,
realizzala,
per quel che puoi,
per quel che sai,
con i tuoi mezzi.
Nuota, ridi, piangi,
immergiti nell'acqua e ritorna su,
più viva dopo il pianto,
più vera, perchè hai visto l'abisso.
Stella bianca nella notte d'estate,
tu vuoi cantare questa canzone,
così tragica, così incantevole.
E io non farò altro che ascoltarti,
aprendo le mie povere mani vuote,
afferrando l'aria,
imparando le rime
così tanto attese.
Stella, ora vedo il tuo viso,
è un volto di donna,
di ragazza,
di bambina.