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giovedì 23 ottobre 2014

Il cacciatore di emozioni

Lo amai senza alcuna speranza.
Mai avrebbe potuto capirmi, mai avrebbe potuto sopportare la mia fragilità.
Io vedevo il vento. 
Nell'aria c'erano le voci dei morti, mi raccontavano poesie che parlavano di ricordi sconnessi, laghi prosciugati, fiori dentro la terra. 
Io sentivo il rumore della pioggia, era una canzone antica, in un linguaggio remoto, difficile da tollerare.
E lui rideva. Rideva di me e di tutte quelle stranezze. 
Il mondo era lì per lui, si aprivano decine di porte, decine di possibilità.
Non avrebbe potuto fermarsi con me, lui non poteva fermarsi mai.


Era un cacciatore di emozioni, le donne erano tutte attraenti, ma nessuna lo appagava pienamente. 
La bionda, la mora, quella piccolina, quella ingenua, quella saggia... Non basta, non basta ancora. 

Lui viaggiava come un vagabondo, era libero, eppure non era mai sazio. 

Io vedevo le sue catene e le sue ali ferite, perdeva sangue ogni volta che mi abbracciava. 

Decisi di abbandonarlo, lui sul marciapiede, lo sguardo annegato nel silenzio. 

Io più forte, forte per una volta, forte per l'ultima volta. 

Il cacciatore imparò una nuova canzone, aprì le mani e si accorse di tutto il sangue che aveva perso. 










venerdì 30 maggio 2014

La poesia di chi ha perso le parole

C'era una volta un uomo che aveva avuto un'emorragia cerebrale.
Si chiamava Oreste e io ho avuto la fortuna di conoscerlo molto bene.
Era il 1986, lui aveva 39 anni.
Ictus.

Si risvegliò dal coma e decise di vivere, di vivere sul serio. Tutta la parte destra del corpo lesionata, doveva ricominciare a camminare, passo dopo passo.
La mano destra era persa, incominciò a scrivere con la sinistra. Con caparbietà, ogni giorno si sedeva alla scrivania e muoveva la mano sul foglio. Ogni frase era una conquista. Le parole spesso gli sfuggivano, era afasico, eppure non disperava, le cercava con ostinazione.

Dal luglio 2011 Oreste non c'è più, ma abbiamo trovato i suoi diari e, di colpo, lui torna a parlare.


 L'afasico poeta

8 Maggio 1987 Lunedì

C’è una prima volta, una, almeno la penna scrive qualcosa.
Sono un fannullone, ma non importa.
C’è l’idea sballata, ma almeno incomincio, poi si vedrà.
Oggi ho fatto una scoperta.
Le margherite sono gialle.
Il bianco è incolore. Il nero è scuro (oppure cupo) e cattivo. Bandiera rossa non trionferà. Il verde adesso è bello. La casa è grande. Alice e Anita parlano con papà.
Oreste è ben fesso! Certe parole sono giuste. L’acqua è buona. Il telefono, una voce amica. Vorrei parlare di Dio.
Adesso dico parole a caso: Aosta, Firenze, Pisa, Alessandria, Torino, Milano, Venezia, Trento, Trieste, cuore, polmoni, fegato, milza, naso, Messina, castello, lana, nonno, Luciano, rana, formica, la cicala, il colibrì, Andreotti, Giolitti, De Mita, Colombo, Craxi. Oddio, ancora parole senza senso.

19 ottobre 1987 Lunedì

E’ importante leggere e scrivere; altro non importa.
Io sono tutto matto, più o meno.
Adesso ho voglia di fare, ma la mente è sempre pronta, vorrei che tutto fosse strano, diverso, ma il baratro è sempre in agguato.
Le parole sono un po’ contorte, ma io ho voglia, io devo, io voglio, io canto, io rido, io scherzo, io amo, io ridacchio, io sono certo di essere profondamente umano e tutto ciò ci dà la forza per andare sempre più avanti.
E’ tardi, ma sono contento veramente.

Ciao, saluti e fecondità. 






venerdì 25 ottobre 2013

Angelo dei treni

Angelo era un macchinista ferroviere. Era slanciato, la fronte spaziosa di chi ha tanto osservato le cose in silenzio. Camminava con la testa alta, gli occhi erano nascosti da occhiali scuri o dalle rughe degli anni.
 Angelo viveva in una piccola casa, con un minuscolo giardino segreto. Dietro le siepi pensavo sempre di scorgere qualche tesoro nascosto o qualche creatura fatata. Lui e sua moglie si volevano bene, lei aveva occhi trasparenti come l'acqua quando è fredda. Anche sua figlia Milena aveva quegli occhi e li ha ancora.
Angelo portava me e Milena al mare. Salivamo sul treno diretto a Genova, poi cambiavamo per arrivare almeno fino a Nervi.


Il mare era un miraggio blu che si faceva sempre più vicino. Toccavamo l'acqua felici. Angelo mi insegnò a nuotare, diceva - Non aver paura, vedrai che non vai giù -
Mio padre non poteva farlo, anche se gli sarebbe piaciuto. Io, Milena, il cielo, l'acqua e Angelo. Senza parole, ma insieme.
Angelo conosceva la posizione di tutte le fontane, non amava spendere inutilmente.
- Offro io - diceva e noi ridevamo.
Angelo amava viaggiare, amava condurre il suo treno, amava vedere il colore del cielo che cambia.

La sua vita si spezzò in fretta, un male feroce, legato al suo lavoro forse, lo portò via in pochi giorni.

 (Foto Milena Poggio)

Angelo guida ancora i treni, al mattino, quando l'aria è densa di nebbia e di piccole gocce di umidità.
E a volte guarda la sua casa dall'esterno, il giardino bagnato di pioggia, la sua nipotina e tutto ciò che non ha più e che gli manca.




domenica 19 maggio 2013

Dorella delle rose

C'era volta una ragazza che si chiamava Dorella. Era alta e aggraziata, aveva capelli castani lunghi, spesso le coprivano il viso. Erano gli anni 90, lei portava i jeans rossi e il suo modo di parlare era talvolta un po' brusco, eppure io sapevo che era buona. Lei stava nel banco dietro di me e io non avevo il coraggio di parlarle, perché mi metteva un po' in soggezione, i suoi occhi erano così grandi e forse mi sembravano troppo sinceri. L'ammiravo tanto, ma in silenzio. Avrei voluto essere bella e sicura come lei.
Era la mia piccola eroina, ma nessuno lo sapeva.
Dorella amava un ragazzo, mi chiedeva di leggerle la mano, voleva sapere di lui. Io le parlavo di un momento difficile da affrontare, ma tutto, infine, sarebbe andato bene.
Lei ebbe una bambina da lui. Aveva solo 16 anni. Venne a scuola con la pancia e la mia ammirazione crebbe ancora. Era diventata più dolce, qualcosa stava cambiando in lei. Quando partorì la andai a salutare all'ospedale, le avevo regalato un libro di Leo Buscaglia:Vivere, amare, capirsi. Lei lo guardò appena, non era certo quello il momento per leggere. C'era una luce bianca di conchiglia in quella stanza. Lei e il suo ragazzo erano uniti in un abbraccio, come onde sulla spiaggia, quando è notte.



Ci fu un momento buio, Dorella cresceva la sua bambina, ma aveva paura di qualcosa... Forse lui si era allontanato. Dorella si mise a leggere il mio libro, se lo portava a scuola, mi ringraziò: era un libro semplice in fondo, insegnava a vivere istante per istante, non dando nulla per scontato. Vivere ogni ora come se fosse l'ultima. Lei ci provò. Non ci parlavamo molto, ma io so che ci volevamo bene. Un giorno un'insegnante l'attaccò. Io avrei voluto alzarmi e dire - Lasci stare Dorella - Non lo feci, rimasi zitta, seduta al mio posto, maledicendomi. Riuscii solo a guardare quella prof con disprezzo e impotenza. La viltà è amara.
La scuola finì, un'altra età si apriva davanti a noi. La rividi ancora una volta: era estate e lei era ancora più bella, non so perché, ma pensai alle rose. Pensai ai petali ancora chiusi, ai boccioli freschi, bianchi, sfumati di viola. Era il maggio della nostra vita, l'epoca d'oro in cui tutto poteva ancora accadere e maturare. Lei mi parlò in modo diverso, non ero più la sua compagna di scuola, ero qualcos'altro. Non avevo più paura di sostenere il suo sguardo, volevo diventare sua amica.



Non feci in tempo. Lei era finalmente felice. C'era lui, lui, il compagno di una vita e c'era la sua bambina. Nel cielo però c'erano troppe nuvole. Piovve per giorni, come una maledizione feroce.
Pioveva troppo. Il fiume straripò, la città si scoprì fragile, una piccola città di fango. Le mucche morirono travolte, c'erano carcasse nei campi. E lei se ne andò in un incidente, in quel 1994. Aveva 19 anni.

Al telegiornale locale parlarono brevemente di lei, la città era sconvolta dall'alluvione, ma la chiesa era piena di gente, di ragazzi smarriti. Io e le mie compagne ci guardavamo attonite, un inverno cupo era entrato in quella chiesa e nella nostra vita.
Dorella se ne andò troppo presto, ma lasciò un fiore prezioso e raro. La rosa più bella, perché seppe vivere sul serio e fino all'ultimo, ne sono certa.
Lei mi ha insegnato a vivere, anche se a volte lo dimentico e mi arrabbio per inezie. Lei ora è una rosa perfetta in un cielo senza nuvole.



http://www.youtube.com/watch?v=siOVluurLYQ

mercoledì 9 gennaio 2013

il cancello


C'è qualcosa che mi tormenta. E che tormenta molti di noi. Da sempre. È quel cancello dietro al quale vediamo solo la nebbia.
Una ragazza se ne è andata e aveva la mia età. Prendeva l'autobus con me l'anno scorso e chiacchieravamo ignare del futuro. Lei era gentile e aveva lo sguardo pulito, l'accento del sud, i guanti di lana colorati. È al di là del cancello anche lei ora. Le rose sono congelate, non possono aprirsi con questo gelo.
La nostra piccola vita che cos'è?
Amica mia, ora forse mi sapresti rispondere...
C'è un giardino di là? C'è l'inverno? Hai ancora quei dolori forti, di cui mi parlavi? No, non ne hai più...
Ti abbraccio piccola.

venerdì 4 gennaio 2013

i disegni di Milena

Milena disegna anche senza accorgersene. Mentre è al telefono traccia linee nervose sul foglio e compaiono occhi e labbra di uomini sconosciuti. Gli uomini la guardano, ma lei li ignora, distratta.
Ha gli occhi chiari, quando è al mare diventano verdi come foreste inabissate.
Milena cammina per le strade con la sua bambina. In lei rivede se stessa e un po' ne ha paura. Ma quando è triste guarda le fotografie di suo padre e lui le sorride nel suo mondo immobile e perfetto, in bianco e nero.




Allora lei asciuga la goccia che scivola lenta sulla guancia e traccia linee verticali e contorte su un foglio. Popola quell'universo bianco di volti, ancora una volta. E riempie il silenzio di voci lontane, imprigionate in un gioco di specchi.

mercoledì 12 dicembre 2012

il costruttore di sogni

L. costruisce giocattoli. Il suo lavoro è un altro, in realtà. E' un impiegato, tutto il giorno osserva gli schermi muti che trasmettono dati e transazioni, ma di sera, appena può, smonta vecchi pupazzi e ne assembla di nuovi. Le sue creature hanno un'anima, una storia intricata, nota soltanto a lui. Di notte, quegli omini di plastica combattono battaglie cruente, nel silenzio blu della sua stanza. Sono esseri inquieti perchè costruiti con passione e dedizione. Non vogliono più accettare di restare chiusi nella scatola nera di polistirolo, il loro creatore li ha illusi e ora non hanno più pace.
L. inventa storie attraverso di loro, la guerra non può fermarsi, ora.

domenica 2 dicembre 2012

il giardino d'inverno di Maria C.



D'inverno il tuo giardino si ferma, congelato sotto una coltre di sonno ghiacciato, ma tu, Maria C. continui ad osservarlo, dietro ai vetri appannati. E non ti stanchi di ricordare quei giorni, in cui lui era con te e chiacchierava instancabile. Ora c'è la neve e il silenzio, ma il giardino, là fuori, continua a vivere e a respirare. L'edera si arrampica vorace sul muro della casa e tu l'assecondi, benevola. Quando i nipoti ti abbracciano tu ritorni luminosa e ti rivedo ragazza, imbronciata e un po' cocciuta. I cieli allora erano sterminati e le nuvole erano solo ombre bianche o scie lasciate da insetti benigni e invisibili.


mercoledì 28 novembre 2012

la ragazza albero

C'era una ragazza che viveva come le piante. Assorbiva il calore del sole ed era vitale in primavera, dipingeva quadri in cui raffigurava se stessa e il suo corpo in continuo mutamento.
 D'estate respirava con gioia l'aria dei boschi e non si curava d'altro. Una volpe diventò sua amica e le svelò molti segreti comprensibili solo alle creature notturne.
D'autunno si copriva d'ombra e il suo sguardo si faceva cupo, remoto.
D'inverno dormiva molte ore, attendendo il risveglio del mondo.
Era una ragazza-albero ed era bellissimo, anche allora in cui le favole erano vere, essere sua sorella.

giovedì 22 novembre 2012

i personaggi reali e immaginari della mia vita

Personaggio n.1

L'uomo dai mille nomi

 


C'era una volta un uomo, forse era mio padre, forse no.

Di certo era una creatura speciale. Fumava un pacchetto di sigarette al giorno, a volte bestemmiava, ma senza rendersene conto. Aveva un rapporto controverso con Dio, eppure gli era vicino, io lo so. Lo chiamarono Antonio, ma lui amava cambiare nome e identità. Era Oreste, Popi Dopi, Ulisse, Spartaco... La sua immagine, talvolta, negli specchi si mostrava diversa e io non sapevo più chi era. Infine, decise di crescere, di essere un padre. Gettò nel fuoco le stampelle, non gli servivano più. Aveva ali grandi, invisibili a tutti, ma non a me. Spiccò il volo nell'estate calda della mia vita. Non potrò mai dimenticare la sua camminata incerta, eppure fiera. Talvolta mi accompagna al lavoro. Lui, invisibile presenza. Guardiamo le foglie diventare gialle e lasciarsi cadere.