Visualizzazione post con etichetta 2013. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2013. Mostra tutti i post

giovedì 8 maggio 2014

io ti cerco


Io ti cerco,
ti cerco da anni,
capovolta,
il cielo è sotto di me. I piedi calpestano le nuvole, sono fredde.
Tocco la tua pelle,
ricorda l’estate. Ricorda il mare quella volta in cui tu non riuscivi a sorridermi.
E io gridavo

Io ti cerco
Ti cerco da millenni,
ogni volta è diverso, ogni volta io inciampo nella sabbia.

Le mie mani si sporcano, i capelli finiscono negli occhi.
Picchiarci non serve, odiarci non serve.

Io ti cerco
e tu
d’improvviso,
ci sei.





domenica 29 dicembre 2013

fino alla fine del mondo

Ho camminato fino all'alba, i piedi distrutti, le scarpe piene di fango secco. Ho guardato la sagoma delle case, erano rettangoli di buio contro al sole opaco, là in fondo.
Ho camminato piangendo. Non avevo altro che le mie gambe. Mi avrebbero retto ancora?
Lo sapevo che avevo perso tutto, il tuo amore, la mia casa, i miei amici.
Barattando le mie speranze per un po' di gloria.
Sono un uomo o sono un vecchio? Faccio fatica a andare avanti. Un semaforo lampeggia.
É un occhio allucinato, forse anche lui dovrebbe dormire un po' di più.
Il cielo si spezzava in centinaia di nuvole. Ogni nuvola rifletteva un istante della mia povera vita:
io bambino
io che rido a mia madre
le sue mani chiare, come petali
mio padre
la casa distrutta
le pentole sporche
il vento
il vento ha rotto ogni cosa.
Io ragazzo
lei con me
i prati grigi della città
le strade lunghe quando è notte.
Il giorno in cui ho sbagliato tutto
il suo viso stropicciato
le sue labbra che dicono Vattene
le rughe sul mio viso.

Camminerò ancora, fino a che non avrò capito tutto. Camminerò e uscirò da questa periferia, ci saranno i campi e il sole brillerà sul gelo di questa pianura. Fino alla fine del mondo. Laggiù ci sono le colline e tutti i miei ricordi si apriranno. Fino alla fine del mondo. Forse, allora, capirò.


Foto Milena Poggio




venerdì 13 dicembre 2013

l'inverno in una stanza

Ricordo ogni istante di quell'inverno. Le foglie marce, il vento senza tregua, le vie congelate, i vetri rotti sui marciapiedi. Non sapevo che ero solo un ragazzo, mi sentivo uomo, mi sentivo forte e tu eri solo una ragazza tra altre nella mi vita.
Ma i tuoi occhi, così tenaci, la curva incerta del sorriso, la presa sicura delle mani, il modo che avevi di parlare, ostinato, egocentrico, mi catturarono.

E io quell'inverno scoprii che ero fragile e vulnerabile, come il mondo, là fuori.
Tutto sembrava sul punto di cambiare e io dovevo smetterla di recitare. Tu giocavi con me, mi puntavi una pistola immaginaria e sparavi. Io morivo. Morivo. Morivo. Cento mila volte morivo. E tu ridevi. Quando avremmo finito quell'inutile battaglia?

Era l'inverno delle fabbriche chiuse. Era l'inverno degli scontri e della rivoluzione. Era l'inverno in cui noi perdenti credemmo di vincere. E io e te non eravamo altro che fugaci comparse nella vita degli altri. Eppure cercammo di crescere. Io e te, nell'universo dilatato di una stanza, gli alberi abbattuti tutt'intorno e una canzone d'amore per non impazzire.




giovedì 28 novembre 2013

Una sposa a novembre


                                                                                                                     (Foto Anita Libera Corsi)


C'era una sposa triste perché era stata abbandonata.
Io l'ho vista, camminava nei campi grigi induriti dal gelo, il vestito bianco era macchiato di fango, il velo dov'era? Forse l'aveva perso in quel viaggio alla ricerca dell'acqua. La sposa aveva il viso duro come il legno, una statua che aveva smarrito la grazia. Eppure il suo passo era deciso, non ammetteva ripensamenti.
Io la seguivo da lontano, in bicicletta, curioso.
Era la fine di novembre, le colline erano troppo lontane, c'erano campi di granoturco ormai abbandonati e il sole era una cicatrice bianca nel cielo. Volevo gridare per fermarla. Ma non volevo spaventarla. La seguii così fino al fiume. Aveva piovuto da poco, l'acqua era una melodia impetuosa. Lei scese l'argine, era ormai pericolosamente vicina alla corrente.
-Fermati!- gridai.
Lei si voltò, una sposa bagnata, senza più promesse.
-Vattene! - mi disse.
Ma io la raggiunsi e le parlai del tramonto, delle stelle pazze nei cieli d'agosto, le parlai delle lucciole che danzano nel canale e dei sussurri dei ragni, nascosti negli angoli delle case.
Lei sorrise, credendomi un folle, ma accettò il mio braccio. Barcollammo via, sulla strada buia d'inverno e piangemmo un po', parlando dei giorni assolati di maggio.


giovedì 21 novembre 2013

Lo scrittore è un prodotto

Scrivi a comando. Scrivi con una pistola puntata alla tempia. Scrivi e cerca di essere fotogenico, perché ti stanno inquadrando. Lo scrittore è un prodotto, non diverso, in fondo, da altri. Scrivi cose accattivanti, ma semplici, tutti devono capirti. Nello stesso tempo non puoi essere banale perché devi essere un personaggio, devi essere nuovo, cool, affascinante. Ci sono stati scrittori poco attraenti, eppure sapevano cogliere quello che gli altri sentivano, ma non riuscivano ad esprimere. Non importa, dimentica tutto questo. Ora sei ripreso, ti stiamo mandando in onda. Sorridi, ma non troppo, lo scrittore deve essere serio, pensieroso, il viso a tre quarti, un po' in ombra. Ecco qua. Sei in un perfetto meccanismo ad orologeria. Tic tac. Tic tac.

 
 
 
 

mercoledì 30 ottobre 2013

il mondo incantato di una bambina distratta


Quando ero piccola costruivo bambole di carta, castelli improbabili retti da esili pilastri altissimi e fragili. Sulle nuvole vivevano i personaggi del mio mondo fantastico. Gli adulti non potevano salire fin lassù, c'era una strada dorata scivolosa, sarebbero inciampati e, infine, avrebbero abbandonato l'impresa tornando indietro.




Nel mio mondo i ragazzini erano liberi e forti, lottavano contro cattivi spietati e cocciuti, ma alla fine li avrebbero sconfitti, perché i bambini hanno bisogno di credere alle favole.

Non c'era pace nelle mie storie, l'amore era spesso drammaticamente negato, eppure sempre cercato, unico fine nel mio universo.
Gli spazi immaginati si estendevano, la mia stanza era senza pareti, là fuori c'era il bosco sussurrante, la notte delle comete o il deserto dalla sabbia rossa.

Entravo nei palazzi di carta, i pavimenti scricchiolavano, sapevo che dovevo fare attenzione, tutto avrebbe potuto sbriciolarsi. Sguainavo la mia spada di vetro, i timori  potevano attendere, quello era il momento del gioco e del coraggio.

E poi guardavo mia sorella, unica complice del mio inganno, i suoi occhi brillavano di gioia per l'avventura che si apriva davanti a noi. Noi e il mondo invisibile delle storie. Non avevamo più paura degli uomini-drago.



venerdì 25 ottobre 2013

Angelo dei treni

Angelo era un macchinista ferroviere. Era slanciato, la fronte spaziosa di chi ha tanto osservato le cose in silenzio. Camminava con la testa alta, gli occhi erano nascosti da occhiali scuri o dalle rughe degli anni.
 Angelo viveva in una piccola casa, con un minuscolo giardino segreto. Dietro le siepi pensavo sempre di scorgere qualche tesoro nascosto o qualche creatura fatata. Lui e sua moglie si volevano bene, lei aveva occhi trasparenti come l'acqua quando è fredda. Anche sua figlia Milena aveva quegli occhi e li ha ancora.
Angelo portava me e Milena al mare. Salivamo sul treno diretto a Genova, poi cambiavamo per arrivare almeno fino a Nervi.


Il mare era un miraggio blu che si faceva sempre più vicino. Toccavamo l'acqua felici. Angelo mi insegnò a nuotare, diceva - Non aver paura, vedrai che non vai giù -
Mio padre non poteva farlo, anche se gli sarebbe piaciuto. Io, Milena, il cielo, l'acqua e Angelo. Senza parole, ma insieme.
Angelo conosceva la posizione di tutte le fontane, non amava spendere inutilmente.
- Offro io - diceva e noi ridevamo.
Angelo amava viaggiare, amava condurre il suo treno, amava vedere il colore del cielo che cambia.

La sua vita si spezzò in fretta, un male feroce, legato al suo lavoro forse, lo portò via in pochi giorni.

 (Foto Milena Poggio)

Angelo guida ancora i treni, al mattino, quando l'aria è densa di nebbia e di piccole gocce di umidità.
E a volte guarda la sua casa dall'esterno, il giardino bagnato di pioggia, la sua nipotina e tutto ciò che non ha più e che gli manca.




venerdì 18 ottobre 2013

fino al mattino

 Mi ritrovo in una torre, le finestre sono specchi, la mia immagine è diversa da come la ricordavo. Ho negli occhi la traccia del vento e delle attese vane. La pioggia ha mutato il mio corpo, lividi e gonfiori. C'è tanta acqua sotto la mia pelle stanca. Chi sono?

 La stanza è senza mobili, ci sono solo io e il mio riflesso, tendente al verde. Vedo però, una scala.
La scendo perplessa, i gradini sono in pietra fredda, scivolosa. Dove sto andando?

Ecco la stanza al piano di sotto, simmetrica. Le pareti sono rami nudi, senza più foglie; scendo ancora più giù, prima o poi dovrà finire questo maledetto sogno.
Arrivo all'ultima stanza: è un'anticamera dai muri di legno con tre porte. Mi avvicino a quella centrale, la apro.
Il cuore accelera.
E' l'uscita.

 Un coniglio enorme dal pelo bianco e gli occhi rosa mi osserva. Il bosco è la sua tana.
- Sei arrivata tardi - mi dice. La sua voce la conosco, è da uomo e proviene dal mio passato remoto.
- Non puoi fare più nulla per lei - indica una bambina che mi osserva.
Sono io tanti anni fa.
Vorrei abbracciarla, ma lei non mi conosce, non lo permetterebbe.
- Signora? - mormora - ho paura di lui - certo, ha paura del coniglio.

Non aspetto più, non voglio aspettare più: la prendo in braccio e fuggo via con lei, tra i rami e le spine del bosco. Corro, corro. Non mi fermerò. Non mi fermerò fino al mattino.



domenica 13 ottobre 2013

quando finisce una storia

Quando finisce una storia rimango attonita, sperduta nella mia casa, popolata eppure muta.
Dove vanno tutti quei pensieri strani? Dove andate voi, amici che mi sussurrate le vostre avventure mentre la mia mano si muove veloce sul foglio. Dove ve ne andate maledetti, non potete lasciarmi così. Svuotata e ancora vibrante.
Dove vanno i vostri pensieri, imprigionati sulla carta e che solo io conosco, solo io.
Tornate da me, amate presenze, parlatemi ancora di quei giorni assolati, l'autunno può aspettare.
Forse, ancora, l'autunno può aspettare.





venerdì 27 settembre 2013

il pifferaio

C'era una volta un paese strano, ricco di frutti, baciato dal sole, amato dal vento. Era il paese Senza Nome, aveva infatti dimenticato ogni cosa del suo passato. Nel paese Senza Nome gli uomini pensavano di non poter cambiare le cose, osservavano distrattamente gli schermi dei loro pc o del televisore, vedevano i loro re sprofondare negli errori, ma credevano che non ci fosse nulla per evitare quel declino. Il paese Senza Nome fu invaso dalla nebbia, tutti rimasero chiusi in casa, sospettosi. La nebbia era dentro di loro, ma loro non lo sapevano. Rimasero prigionieri di loro stessi, inconsapevoli e stanchi. Attendevano il pifferaio magico, lui avrebbe portato via tutto quel bianco e li avrebbe liberati per sempre.
Ma il pifferaio era solo un vecchio venditore di pentole, erano loro che dovevano uscire, affrontare l'incerto, riprendersi le città abbagliate dal nulla.



giovedì 19 settembre 2013

canzone per il ritorno

Ho corso per giorni,
attraversato deserti e scavalcato pozzanghere di sangue,
ho scalato ghiacciai senza alcuna speranza di rivederti,
eppure tu c'eri,
eri nei miei occhi asciutti,
eri nelle pietre lisce,
eri nelle cascate
limpide all'orizzonte.

Che cosa vuoi sapere di me,
sono uno stanco condottiero
che ha perso tutte le battaglie.
Ascoltami ti prego,
ho solo da imparare da tutto questo,
insegnami,
prendi le miei mani e riplasmami,
rinascerò con te,
e non piangerò,
non piangerò più.





domenica 15 settembre 2013

Non c'è più tempo

Non c'è più tempo per respirare
ora mi accorgo che fa male.
Le statue non possono raccontare
le storie di chi se ne è andato.
Eppure vorrebbero. Gli occhi ciechi, il desiderio bloccato per sempre.
Il cielo è una terra deserta, ghiacciata, sterminata.
Anche camminare non basta.
Presto pioverà.

 
 
 
 

mercoledì 4 settembre 2013

il paese dei perdenti



Il paese dei perdenti è una terra amena, ricca di cultura e tradizione. In quel paese però si è persa la dignità dei padri, si insegue il mito del denaro, dimenticando tutte le epiche battaglie per la verità.
E' un paese potente, ma minato dalla corruzione, che ha abbandonato persino l'idea di cambiare.

Lì governa un re che ha il potere delle televisioni, malgrado i suoi vizi e le sue continue menzogne il popolo lo ama, perdonandogli ogni eccesso.
Anche l'opposizione si è messa d'accordo con il re e tutto continua uguale da sempre, nei secoli dei secoli. E' uno strano paese il mio, una terra senza più favole ed eroi. E noi neanche ce ne accorgiamo più.

 
 
 
 
 

domenica 23 giugno 2013

tramonto d'estate

L'estate era iniziata e noi bambini giravamo in bici, sotto al sole gigantesco e rosso. Andavamo a caccia di lucertole e di ragni crociati.
I sentieri in mezzo ai campi di grano si spaccavano, crepe come lampi nella terra. Le lucertole correvano disperate, i ragni erano strane creature dorate, le loro tele, avevano geometrie perfette e sconosciute. Non volevo uccidere, volevo solo osservare. La vita pulsava anche in loro, come linfa densa, in ogni filo d'erba in ogni antenna di formica. Cantavo forte al tramonto perché il sole lasciava sangue nel cielo. Cantavo e ogni sera morivo un po' mentre la terra cresceva e pulsava sotto di me.


giovedì 20 giugno 2013

What is the light?

Cos'è quella luce, tutt'intorno a te, amico. Io non lo so. E' il riflesso di qualche lampada nascosta o sono io che vedo le cose diversamente? Forse ho dormito troppo poco, vieni più vicino.
Devo imparare ancora tutto, insegnami... Questa notte è stata terribile. C'erano pesci enormi nella mia stanza, fluttuavano come palloni aerostatici. L'aria era piena di bolle d'acqua. Avrei voluto aprire la finestra ma fuori c'era l'oceano sconfinato, nero, le case erano vecchi relitti ormai.
Amico, perdonami. La tua luce forse può aiutarmi. Ecco, dammi la mano. Forse sostenendoci non cadremo. La luce. Non c'è altro che luce qui, ora.


Foto di Anita Libera Corsi



lunedì 17 giugno 2013

la leggerezza del vento


Quando entra la malattia nella nostra vita ogni istante è più fragile. Ci aggiriamo insicuri per le stanze, nelle vie così abbaglianti, c'è troppa luce dappertutto. E gli ospedali hanno corridoi così lunghi, pieni di porte chiuse e stanze blindate. Negli ospedali si attende. A lungo. Talvolta si fantastica immaginando universi paralleli nascosti dietro quelle porte, così tanto osservate.
E poi si esce e ci si stupisce per un papavero, il suo colore così violento ci colpisce. In mezzo al cemento lui, ribelle solitario, vive di aria e sole, lontano secoli dalle nostra piccole ed inutili paure.
Voglio vivere così, di sereno splendore, di meravigliosa leggerezza. Camminare e cancellare tutte queste parole accavallate, liberarmi dalla grammatica della cortesia, sorridere al vento, dentro e fuori di me.


giovedì 13 giugno 2013

Rame

Rame sulla tua pelle,
io vedo il rame su di te. Non importa se sei reietta, non importa se hai perso tutte le battaglie.
Rame, nei tuoi capelli, rossi d'estate.
I campi verdi, umidi di silenzio e di pianto nascosto. I campi e i papaveri, non m'importa del resto. Corri, i petali come il fuoco che non si spegne.
Tu porti con te il desiderio del sole, e io, malato da troppo ormai, non posso che perdermi nelle tue falcate veloci. Piedi scalzi. Io non posso più camminare e tu sei la mia speranza.
Ciao piccola strega bambina, non chiedermi di voltarmi dall'altra parte. Non lo farò.



mercoledì 5 giugno 2013

cadere e poi riprendere quota

Dax non faceva altro che cadere e sbagliare. Camminava e le strade erano la sua terra e il suo cielo.  Aveva dimenticato tutte le regole e non gli importava più, ormai. Rubava, si vendeva e masticava pastiglie di silenzi eccessivi.
Gli oggetti lo guardavano, maligni. I lampioni avevano occhi crudeli, indagatori. Le finestre perdevano liquido nero.
Dax  era stanco di perdere.
Una mattina il sole gli accarezzò la faccia, l’aria era pulita. Dax si mise a correre, attraversò la città piangendo e sussurrando qualcosa che lo riportava indietro, in un passato indefinito.
Davanti al fiume il ragazzo guardò i gabbiani volare, cadere e poi riprendere quota all’improvviso. Allargò le braccia.
Si accorse che voleva vivere.




foto di Anita Libera Corsi 

 

domenica 2 giugno 2013

l'estate all'improvviso


C'era una casa ai confini del tempo, abitata da gatti voraci e selvaggi. La padrona curava le sue piante che fiorivano anche sotto la pioggia incessante di quei giorni. Fiorivano dolorosamente, aprivano i petali sanguinando. I gatti dietro ai vetri aspettavano l'arrivo dell'estate, immobili.
Quando arrivò la casa parve di nuovo respirare. I gatti fuggirono per qualche giorno, rimasero nel bosco a fissare la luna, era un occhio cieco di civetta. Miagolarono compiaciuti, infine tornarono a casa, consapevoli e stanchi.
Noi bambini li spiavamo. Sapevamo che i gatti avevano dei segreti, ma non riuscimmo mai a capire che cosa avevano visto laggiù, nel buio.

mercoledì 22 maggio 2013

argilla

...
in un mondo di vincitori,
io non voglio arrivare sul podio,
voglio stare con voi,
perdermi nella polvere di questo vecchio mondo.
Sono un piccolo corpo di argilla,
osservo la mia lenta distruzione,
l'acqua mi frantumerà,
ma eccomi, sono qui.
Un pezzo di anima,
corrosa dagli errori,
illuminata da una luce inaspettata.
Salvata, ancora una volta,
dalle parole degli uomini.