martedì 20 agosto 2013

Ice


“L’amore spesso può far cambiare natura!” spiegò la triglia al granchio, sul banco del mercato. “Se non ci credi ascolta questa storia...”


 

- Ginevra - le sue labbra pronunciavano quel nome lentamente, come se si perdessero in una cantilena antica.

- Ginevra era tutta la mia vita - concluse Lancillotto guardando il vecchio cinese dal largo cappello di paglia.

Il vecchio non dava alcun cenno d’intendere le parole di quel ragazzo dai capelli folti e ispidi, quasi fossero vivi, che lo fissava al di là del banco. Nevicava ed era notte. Il quartiere orientale però era affollato come sempre e le luci lontane dei neon parevano lacrime di mare.

  Ziang, così si chiamava il cinese, mescolò i gamberetti rosa nella padella di alluminio; il vapore ne usciva a tratti e quasi sembrava nebbia.

  Lancillotto alzò lo sguardo e Ziang si accorse che aveva del ghiaccio su un sopracciglio, come un ricamo o un arabesco di cristallo.

- Non posso più aspettare! - gridò. Ziang parve svegliarsi di colpo.

- Io la vado a liberare, hai capito? -

 

     Il cammino si apriva lento davanti a lui; la strada era ghiacciata, Arturo, il suo fido destriero, non poteva andare al galoppo. I suoi zoccoli passavano sull’erba ai lati del sentiero e l’erba si spezzava, morta sotto la crosta del gelo.

- Ehi cavaliere! - una voce si intrufolò nel silenzio. Lancillotto si voltò, non si era neanche accorto di quel contadinetto che lo guardava a poca distanza, nel campo deserto.

- Hai per caso bisogno di uno scudiero? - Lancillotto arcuò un sopracciglio. Il ragazzo si avvicinò e si tolse il cappellaccio umilmente, gli usciva il fumo dalla bocca.

- Io sono Ser, detto Pin, ed ho sempre sognato di combattere, di andarmene via di qua, da questa terra sterile e morta... E so usare comunque un po’ tutte le armi sa! E poi sono del luogo e ti potrò aiutare! Conosco un mucchio di scorciatoie! - Lancillotto lo squadrò: Ser era vestito di stracci ed era molto magrolino, ma aveva gli occhi ingenui, neri come la terra bagnata e poi il cavaliere aveva così voglia di raccontare a qualcuno la sua avventura che lentamente annuì.

 
 Pin di Valerio Basili


  Ser, detto Pin, aveva un vecchio motoveicolo arrugginito, pieno di leve, molle, ammortizzatori che a spirale s’incastravano tra di loro, e poi due tubi di scappamento enormi. Non si sapeva, per la verità, come facesse a procedere con un simile marchingegno, ma in quell’epoca la meccanica, l’elettronica, la chimica, sapientemente utilizzate, facevano prodigi... Il ragazzo infatti, prima di partire, aveva fatto cadere qualche goccia verdognola e densa nel motore. - E’ la linfa! - grugnì sorridente e così il cavaliere si accorse che aveva tutti i denti neri, marci.

 

- Conosci Ginevra? - chiese Lancillotto, mentre procedevano. Questi scosse il capo energicamente.

- E’ la donna più bella della terra, ma non è mia moglie, è moglie di un altro... Di un uomo potente...-  Pin lo fissava e pareva assorto in quei suoi occhioni umidi. Il cavaliere era già innamorato. Pin sospirò perché era una ragazzina e il cavaliere non se n’era neanche accorto. 

  La Gorra era la fortezza più inespugnabile dell’Est. Le torri s’innalzavano nere, attraversate da vene di acciaio puro, i bastioni si ergevano sullo strapiombo, dove nuotavano, in un largo fossato, gli alligatori.

  Ginevra era appoggiata alla finestra e con le mani lunghe e pallidissime toccava nervosamente le inferriate, nere anch’esse e contorte come rovi fossilizzati. Sbuffava e poi faceva freddo in quel palazzo! Andava ad attaccarsi al termosifone che era sempre tiepido... Ma continuava a sbuffare. Non capitava mai niente lì. E sognava la città, con le sue vie piene di traffico, di fumi, di persone diverse, di odori speziati, forti. Ginevra aveva 17 anni, ma sembrava ancora più piccola; aveva il naso minuscolo, le labbra capricciose, le sue sopracciglia erano come ricami arcuati castani. E i suoi capelli erano lunghissimi, avvolti in decine di trecce scure. Si guardava in uno specchio coi bordi percorsi da venature verdi, segni di frattura, e con un rossetto rosso sangue tracciava contorni sbagliati alla sua bocca. Improvvisamente lo morse e lo sputò.

- Sembra un dito tagliato! - si diceva da sola e rideva, rideva molto sguaiata con quel moncherino di rossetto che sbavava sangue sul ripiano, anch’esso fatto di cristallo. E s’incantava... I suoi occhi si fissavano su quell’immagine e sfocavano tutti i contorni delle cose.

 
 

  Rivedeva così Tristania, la grande città, rivedeva i palazzi antichi, con le decorazioni barocche incrostate di nero, rivedeva le finestre enormi, vuote che a tratti si aprivano, con un tonfo sordo di vetri. E rivedeva ancora una volta lui nei bassifondi, mentre sorseggiava un whisky e la guardava. Ginevra non aveva mai visto uno sguardo simile. Fu presa quasi da un raptus per quel ricordo, la sua faccia si raggrinzì, le sue mani si chiusero nervosamente. Le unghie nel palmo facevano un po’ male. Doveva risentire tutta la storia e del resto, per lei ora, non c’era altro che quello. Si rilassò e iniziò a raccontare tutto allo specchio.


 
- Pioveva - bisbigliò con la sua voce acuta - ed ero scappata un’altra volta da casa. Mi ero messa i tacchi alti e una parrucca arancione perché avevo voglia di apparire più  bella di com’ero in realtà e poi, comunque, mi cercavo e non sapevo quale fosse la mia identità. Rivedo i miei stivaletti di velluto marrone sul marciapiede lucido di acqua e risento i miei passi... Avevo voglia di trasgredire, osservavo le pareti annerite dai fumi, cercavo luci nelle case, musica, parole e voci, rincorrevo golosa ogni forma di vita. E finalmente avevo scorto una porta illuminata di azzurro-acqua che mostrava una scala in discesa. I gradini erano di pietra, sembravano scavati nel tufo di qualche vulcano sotterraneo. Là sotto c’era un locale con poche persone, qualcuno ai tavoli, qualcun altro al bancone.

 - Dove mi trovo? - mi dicevo ed ero elettrizzata. Un uomo di colore suonava il sax su un palchetto ed io osservavo il suo strumento e quasi mi sentivo diventare musica. Ma poi... - e qui Ginevra si fermò per un istante - Poi un qualcosa mi turbò, mi voltai a destra, lentamente e vidi un ragazzo dai capelli folti e scuri che mi fissava. I suoi occhi erano come smarriti, incerti, eppure taglienti. I suoi occhi parevano ora solchi, ora pupille nere di corvo. Di fianco a lui c’era un altro uomo, più robusto, col volto squadrato: anch’egli mi guardava, ma in modo scettico, scuotendo il capo e tirandogli gomitate. Io so cosa gli diceva - Lasciala perdere! Non vedi che è una bambina! -

  Ma egli ormai era perduto... - sussurrò la ragazza e la sua voce quasi parve annegare nella sua gola. Tirò indietro la testa e socchiuse gli occhi... Rivide Lancillotto che posava la pesante spada di fianco a Parsifal e si muoveva verso di lei.

- Ne vuoi - disse porgendole il suo bicchiere.

Lei annuì e bevve tutto il suo whisky, di colpo, e poi lo guardò sfrontata.

 
 Lancillotto di Valerio Basili


- Lui è stato, per me, l’errore - spiegò allo specchio Ginevra, ed il suo occhio sinistro parve un opale incastonato nel suo viso, umido.

 

- La nostra storia era sbagliata in partenza - spiegò Lancillotto al suo scudiero, mentre tentavano di accendere il fuoco per la notte - E l’avevo capito subito... Anche quella prima sera, nella Città Vecchia... Perché aveva sul viso un segno trasversale, come l’impronta di un artiglio: sentii che era, a me, proibita. Ma quella notte non capitò nulla tra noi... Parlammo poco e ci osservammo a lungo, attraverso quelle luci incerte. Ti sembrerà strano Ser, ma io sapevo che l’avrei rivista. -

  La voce del cavaliere era calda e conservava in sé un’intonazione epica. Pin lo guardava attraverso la fiamma: lui era un’immagine scura e dietro, un pruno dai rami contorti e neri era come la ramificazione dei suoi capelli. Pin rabbrividì.

- La rividi a casa del suo nuovo marito: ovvero del mio padrone - e qui il suo parlare divenne per un istante stonato.

- No! - mormorò Pin.

- Ginevra scendeva lentamente le scale del suo appartamento, molti non avrebbero di certo visto in lei la ragazzina dalla parrucca rossa, ma io sì...

Aveva un abito attillato, viola e verde con scaglie di serpente, e i suoi capelli erano scuri, avvolti in un complicato fermaglio di pietre dure.

Il Signore stava seduto al suo tavolo di marmo nero e batteva col dito medio il piano. Lei seguiva il suo ritmo, mentre faceva quegli scalini. Avevo sempre venerato quell’uomo: in quel momento invece mi accorsi che l’odiavo. E odiavo quel suo anello di platino che, come una serpe, stringeva il suo dito più lungo, rosso e grasso.

Ginevra, quando si fu avvicinata a me, incominciò a balbettare e i suoi occhi si riempirono di ombre e luci che si muovevano. –

  Pin si era così immedesimata nel racconto che non sentiva quasi più freddo. Il piccolo focolare che era riuscita ad accendere era un misero bagliore rosso nella notte, ma ecco che, ascoltando Lancillotto, quella modesta luce si allargò e Pin vide la stanza illuminata a candele del re e della regina, scorse il riverbero delle squame sul corpo di lei e il suo viso, minuto sotto quella massa di capelli e sassolini rocciosi.

- Fu una cena terribile per me! – mormorò lui  – c’erano tutti i cavalieri, tutti attorno alla grande tavola nera, ed io, poco distante da lei, guardavo il piatto con i calamari annegati in un sugo di muschio, pieno di conchiglie vuote che si riempivano di gocce verdi e sentivo che anche i miei occhi erano umidi… Non dissi una parola, e lei neppure. Così: circondata dal chiasso dei discorsi altrui in un istante lei si alzò e mormorò soltanto – Con permesso –

 La seguii dopo qualche momento spiegando che dovevo andare in bagno; uscii dal salone dove le ombre parevano liquide e in un anfratto, al buio, la vidi.  –Ssst – fece lei.    Io mi nascosi nella sua tana mentre lei si toccava nervosamente i capelli. Staccava dalla sua criniera le pietre verdi e poi le guardava con gli occhi vivi pieni di riflessi e pagliuzze d’oro. La mia mano sfiorò la sua gemma più grossa. Lei rabbrividì. Io allora la strinsi più forte, fino a che le sue asperità mi fecero male. A Ginevra pareva mancasse il respiro.

– Ma – fece Ser, corrugando la fronte scura.

- Così non vi siete mai baciati!? –

Lancillotto sorrise – Certo… Da allora diventammo amanti –

- E il tuo padrone? –

  Il cavaliere gettò un sasso nel fuoco con ira e Pin si impaurì vedendo volare mille scintille nell’aria. – Ricordati – ringhiò Lancillotto con una voce sotterranea, che non pareva neanche sua  – che io non ho padroni! –

 

 

  Lancillotto e il suo scudiero procedettero per giorni e giorni, attraverso sentieri tra i campi grigi, foreste dagli alberi morti e piccole città… Ognuno di questi paesi assomigliava a Tristania: qua e là un orologio antico, una piazza, un palazzo, richiamavano dolorosamente la metropoli, quasi fossero un riflesso di essa in uno specchio opaco. Il cavaliere ogni tanto s’incantava nel fissare un qualche particolare, ma poi subito si scuoteva e spronava Arturo.

  Lancillotto era diventato sempre più silenzioso e Pin, smaniosa di vivere, talvolta si annoiava anche con lui, come coi suoi fratelli quando andava nelle campagne, per il raccolto. Eppure non riusciva a lasciarlo andare per conto suo… Si rendeva conto, ora dopo ora, che anche il suo silenzio o i suoi modi bruschi da cane rognoso, le erano diventati unici e indispensabili.

 

- Arturo! – gridò una mattina Lancillotto.

- Che hai! –

Pin si voltò e si accorse che il cavaliere era indietro.  Il cavallo era bloccato. Lancillotto scese e provò a tirarlo dal muso. La nebbia si addensava e, qua e là, emergevano dal bianco di perla rami di meli selvatici. Pin si avvicinò e vide il volto di Lancillotto indurito e più scuro come una corteccia.

- Cos’è successo? – gridò con la sua voce da gazza.

Il giovane alzò semplicemente la palpebra ad Arturo, ma l’occhio era solo più una sfera bianca, asciutta.

Agitato allora diede un calcio al ventre del destriero.  - No! – gracchiò Pin mentre dalla pancia usciva un filo di olio tiepido.

 

     Ser con i suoi guanti rotti, da cui sbucavano le dita, provò a svitare i bulloni che chiudevano il ventre maculato, ma all’interno gli ingranaggi erano corrosi e una patina di gelo aveva fossilizzato i vasi sanguigni e il cuore che sembrava, a quel punto, una prugna seccata in una ragnatela di neve.

 

- Aiutami a scavargli una tomba – sussurrò Lancillotto- E poi vai via, sii libera e non tornare indietro, se non ti va – Pin allargò i suoi occhioni neri, le sue labbra tutte screpolate dal freddo, rimasero storte per un istante. Lui alzò lo sguardo e le sorrise piano.

Si alzava la tormenta quando i due ebbero terminato di seppellire Arturo. Fiocchi di neve vorticavano in gorghi concentrici e anche gli alberi sembravano ormai solo più carcasse legnose.

- E’ distante la Gorra? – fece Ser.

- No… - mormorò il cavaliere

- Be’ allora voglio venirci anch’io! – protestò lo scudiero con un’espressione da scoiattolo.

Ripartirono solo più con la vecchia moto di Pin, tutta molle e bulloni e, anche se ormai era quasi notte, non si fermarono.

 
 Ginevra di Valerio Basili


     Il potente Artù aveva indetto un ricevimento per quella sera, erano stati invitati tutti i combattenti eccetto Lancillotto. Si sarebbero anche presentati i funzionari e gli addetti ai servizi speciali. Nel castello quel giorno, quindi, c’era fermento: le serve lucidavano il grande pavimento della sala, i cuochi erano già tra le pentole ribollenti, i camerieri andavano di qua e di là, agitatissimi.

  Il re era nella sua stanza semibuia davanti al suo schermo televisivo incassato in una parete di lava nera. Le tende di velluto erano abbassate e lui si toccava nervosamente il suo anello: un serpente di platino che soffocava il suo dito medio, ma no, non poteva toglierselo. La serpe aveva in bocca una pietra nera senza riflessi.

- Ginevra – la chiamò lui, con una voce rauca

- Perché non vieni un po’ qui con me? Cambiamo programma se ti va –

Lei spuntò da dietro le tende, con una mossa agitata, e si avvicinò a suo marito: sembrava sua figlia tanto era minuta. Aveva la vestaglia di broccato rosso scuro e si era truccata, di nuovo, in modo pesante. Del rimmel le colava persino un po’ sulla guancia. Lei gli accarezzò la folta barba con gesti rapidi e sgraziati, lui allora, deluso, la spinse via facendola cadere per terra, sul tappeto persiano.

C’era un arabesco blu cobalto su fondo rosso, Ginevra lo fissò a lungo dicendo a sé “dormi bambina dormi …Non pensare a niente…Dormi e ti ritrovi pura come il mattino di perla” ma appena chiuse gli occhi, pianse.

 

Quando Lancillotto entrò nella sala illuminata, con a fianco un ragazzo di campagna tutto stracciato, molte voci si zittirono e gli sguardi andarono al padrone del castello seduto in un angolo buio. Ma egli non disse nulla. Ginevra era nascosta sotto il tavolo, non si sa per quale strano motivo, e quando udì quel silenzio improvviso sbucò da sotto la tovaglia smerlata, con il cuore che le batteva fortissimo.

- Non penserete - tuonò ad un tratto la voce di Artù - Lancillotto di presentarvi qui stasera, senza che io mi ritenga offeso - Pin rabbrividì e per un istante le parve che  i presenti avessero addosso veli spessi di ragnatele. Lancillotto aveva rughe più profonde vicino agli occhi.

- Immagino che voi siate qui per duellare - continuò stancamente Artù.

La musica venne alzata di volume: era un ritmo elettronico cadenzato, i paladini si guardarono tra loro, a disagio, Pin fissava sgomenta lo stemma della Gorra: un viso enorme di gatto attaccato in mezzo alla parete centrale, i cui occhi di ambra vibravano alla luce azzurra dei fari.

- Combatterete con la mia nuova creatura - spiegò il Re prendendo un telecomando che aveva in tasca.

 

Dalla scalinata di pietra scendeva a passi lenti un cavaliere con un’armatura porosa che pareva fatta di pomice.

- No... No....No... - gridò come una bambina Ginevra, camminando a quattro zampe verso Lancillotto e lui solo allora la vide! La fissò e i suoi occhi sembravano incrostati di resina.

- Portate via la regina! - ruggì Artù, alzandosi dal suo trono e quattro servitori la presero di peso mentre lei si divincolava come una tarantola aliena, dai tessuti d’oro che frusciavano e si strappavano qua e là.

Lancillotto allora, sguainò la sua vecchia spada e si lanciò contro al cavaliere senza nome, urlando come un pazzo.

 

  Il combattente del re era molto abile e poi la sua spada mandava bagliori azzurrognoli come onde marine nel piombo, ogni volta che era colpita; ciò stregava quasi l’avversario.   Ser era accucciata in un angolo della sala e tremava, i paladini erano preoccupati, Parsifal intimava al re di essere clemente col suo ex amico.

- E sia! - esclamò ad un tratto Artù e l’unica cosa che si vide fu la sua mano grande, squadrata con l’anello nero. Il cavaliere di pomice si bloccò, ma Lancillotto era ancora preso dal suo slancio e così gli mozzò la testa.

- Colpo scorretto - si udì da più voci - colpo scorretto! -

L’elmo era rotolato per qualche metro e aprendosi aveva mostrato un volto di donna con fili d’argento che le partivano dalle orecchie: era una copia di Ginevra. - Cos’ho fatto mio Dio! - pensò Lancillotto che non riusciva più a collegare le cose. Ma la testa tagliata, con l’elmo roccioso, aveva cavi e conduttori elettrici che le uscivano dal collo... E poi una patina di liquido scuro, denso, che si allargava sul pavimento lucidato a specchio.

 

  Pin trascinava il suo motoveicolo nella nebbia. Lancillotto la seguiva lento, a passi pesanti. Pin pensò che egli dovesse avere allucinazioni, perché talvolta s’illuminava  trasaliva o si voltava di colpo. Ma, ad un tratto, fu lei a gridare, spaventata, e per poco non fece cadere la sua moto. A pochi passi da loro, sul bordo del sentiero innevato, c’era una statua di ghiaccio a grandezza naturale, piena di cristalli verdi e grigi come vetro. Era Ginevra, bella come un insetto dentro l’ambra.

“Io ho seguito i tuoi sospiri.
                                  Ho visto i fiocchi farsi merletto
                                    la neve farsi lacrime
                               Io ti ho inseguito per tutte le strade
                                 cercato in ogni ruscello
                                 in ogni riva e anfratto
                                             Ma tu
                                              eco
                                ti sei perso nelle grotte cave.”

 

Lei gli disse coi suoi occhi che parevano sciogliersi in rugiada.

- No - bisbigliò lui - non è morta - e i suoi capelli erano mossi dal vento.  Pin era incantata davanti alla bellezza di quella fata ghiacciata e non sapeva se crederci. Si sfregava gli occhi. Del muco le usciva un po’ dal naso. Ma poi udì come una musica.

                               

“L’arabesco cobalto su fondo rosso”

 

e s’impaurì, indietreggiando di qualche passo.

Lui invece non si spostava ed anzi sfiorava con un dito le labbra bianche di lei, al di là delle vene azzurrine di ghiaccio.

    
 Tristania. La città vecchia era un pullulare di voci sommesse. Il piovischio imperlava le bancarelle sparse, le cupole delle moschee, i cappelli a larghe falde dei cinesi... Ziang rimescolava assorto il suo pentolone d’alluminio. Era riso al curry e il vapore si alzava in fumi densi. Un esserino magro e stracciato gli si avvicinò. Aveva gli occhi incrostati di secrezioni verdi, doveva avere una pessima congiuntivite.

- Cerco Ziang! - esclamò il ragazzo.

L’orientale annuì.

- Sono Ser - piagnucolò l’altro - conoscete Lancillotto, vero? -

L’odore di spezie era fortissimo e una triglia fissava curiosa, con la sua bocca ramata aperta, Pin.

- E’ rimasto solo questo del cavaliere! - gridò quasi Ser e porse al vecchio cinese un lastrone di ghiaccio con dentro un ramo di melo selvatico, come una vena o un lampo.  Ziang allargò le sue pupille socchiuse.

- e questo di Ginevra - mormorò Pin, mostrandogli un’altra lastra trasparente con all’interno un grumo scuro di capelli attorno ad una pietruzza rocciosa.

Pin piangeva e non riusciva a smettere, guardando la triglia con le sue squame lucenti e il viso rugoso dell’anziano.

 

                                  

  La cattedrale di Tristania era minuta e scura, nascosta quasi tra i palazzi barocchi pieni di angeli anneriti e dalle ali enormi e pesanti. Il rosone centrale da tempo era rotto: mancavano due pezzi che non si riusciva ad inserire e non se ne capiva il motivo. Un giorno un pezzente di campagna portò due lastre ghiacciate da chi sa dove; combaciavano e il ferro battuto le inglobava perfettamente. Talvolta, alzando gli occhi si potevano distinguere perché due masse si muovevano al loro interno e tentavano di avvicinarsi l’uno all’altra. Per sempre divise, per sempre vicine.

 

 

 

 

 

venerdì 16 agosto 2013

dentro a un racconto

E' quello che mi capita, scrivere e entrare di là, in uno spazio altro. Vivere le emozioni dei miei personaggi, creature fatte d'aria. Vibrare con loro, soffrire, pensare con loro. E nella vita reale, talvolta, essere trafitta da un ricordo, da un istante vissuto da loro.

Correre a perdifiato, in un campo di grano e avere ancora 16 anni; innamorarsi e avere paura, come a 16 anni, dell'amore e della morte. Così vicini, così diversi.




martedì 6 agosto 2013

Alta marea


Lor aprì gli occhi. Tutto era diverso. La sua stanza era un grande acquario dalle pareti scure, appannate. Respirava più forte. Le sue mani strinsero le lenzuola. Il suo viso giovane era percorso da brividi e da gocce trasparenti di sudore e di acqua salata. Non riusciva ad alzarsi.

 Pesci blu, dall’ombra dorata, guizzavano davanti a lui. Murene lucide e sinuose danzavano, lente, nella quiete della camera. Lò era emozionato ed esausto.

 



Lei era comparsa all’improvviso, eppure Lor non si stupì. Era come se l’aspettasse da tanto tempo. Aveva capelli setosi del colore del mare in tempesta e occhi annegati. Doveva aver pianto. Ma in quell’istante sorrideva, incredula.

- E’ tutto un sogno – si disse lui, perché l’amica aveva il corpo coperto di squame argentate e una lunga pinna umida al posto dei piedi.

Non potevano parlare, l’acqua avrebbe soffocato le loro voci, ma si capirono. Lor le mostrò una conchiglia vuota che sembrava un castello dell’oceano. Linil l’accostò all’orecchio e sorrise.

 

C’era un canto remoto imprigionato nella spirale:

Liberami
Liberami
onda  suadente
Sommergimi

schiuma salata
Insegnami
la strada
che porta ad Atlantide,
la scia del destino,
l’incanto del Dio.

 

Linil aveva piccole pietre bagnate, appiccicate sul viso. Lor fece per sfiorarla, ma si svegliò.

 
La finestra si aprì di colpo con un tonfo. Il vento entrò nella stanza. Lò si alzò dal letto e si affacciò. Il cuore gli batteva fortissimo. Vide dei gabbiani alzarsi in volo, sopra di lui. Le loro ali avevano un riflesso nero, una sfumatura che non ricordava. Il loro grido era come un’antica canzone, un richiamo del mare.

giovedì 25 luglio 2013

Agosto vegetale


Marine coltivava cactus enormi nella sua casa. L’estate era quasi finita. Acquazzoni improvvisi bagnavano le piastrelle del balcone. Marine si affacciava e vedeva le nuvole come castelli che crollano. Correva nell’angolo e riparava sotto un telo impermeabile le sue piante spinose.


 
Io la spiavo. Non mi stancavo mai di guardarla. Lei abitava di fianco a me e non mi era difficile. Scostavo la tenda bianca della mia stanza e fissavo con amore i suoi riccioli scuri, selvaggi, che si bagnavano.

  Io ero uno studente diligente, tutto il palazzo parlava bene di me; lei era solo “Marine la pazza”. Lavorava in un’impresa di pulizia, ma non era costante. Talvolta non si presentava al lavoro, si chiudeva in casa a parlare con le sue piante. Io lo so, perché l’osservavo. Una mattina mi decisi: andai davanti allo specchio, mi pettinai. I miei capelli erano deboli. Me li bagnai. I miei occhi sembravano tagli. Non dovevo pensarci. Bussai alla sua porta. Marine mi aprì.


   Aveva un vestito a fiori su sfondo nero. I fiori volavano lentamente su di lei, in una notte scura. Aveva la pelle bianca con ombre bluastre. Il suo profilo era imperfetto, ma le sue labbra si muovevano con una grazia antica.
- Vuoi un caffè? – mi chiese. I suoi occhi brillavano.
- Sì – le dissi.

   Capii che la desideravo. Non mi era mai capitato prima di allora. Avevo 18 anni ed ero timido. Trascorrevo i miei giorni sui libri. Avevo baciato solo due ragazze, ma per gioco. Marine mi sembrò una sirena appena sgusciata da un sogno umido, notturno.


 Foto di Anita Libera Corsi

   Beviamo il caffè in silenzio. Io sento i cactus respirare. Uno sta per fiorire: ha un grosso bocciolo bianco, cieco.
- Non dovevi venire – sussurra lei, all’improvviso.
- Nessuno mi deve vedere quando sto male –
- Scusa - mormoro, ma non riesco ad alzarmi.

   Lei sta sudando. Sembra un croco all'alba, imperlato di rugiada.
- Vorrei aiutarti – le dico, ma è tardi: lei si alza e ansimando forte cammina attorno al tavolo, freneticamente.
- Io… Io… - riesco solo a dire. Lei si lascia cadere per terra.
- Marine… - mormoro e nei suoi occhi sbarrati vedo centinaia di nuvole che scorrono via veloci. Il suo viso è un cielo.
- Amami – sussurra.
- Amami Luca –

   La bacio. Marine si toglie il vestito. Sotto ha solo delle mutandine celesti, un po’ macchiate. Sento che non sarò più il ragazzo diligente di un tempo. Sento che c’è qualcosa di nuovo e violento in me.


   Marine grida. Le finestre fanno entrare una luce azzurra come la sua pelle. La sua pelle è trasparente: le sue vene si vedono e sembrano dei fulmini. Io mi sento lupo e mi muovo agilmente in lei.
- Tu sei il mio cactus –  mormora con una voce roca. Io la guardo: sembra parlare nel sonno.





Da allora cambiai. Abbandonai i miei libri sul tavolo. Incominciai a fumare. Mi persi più volte per la città. Nel fiume, talvolta, vedevo le nuvole precipitare. Seguivano il corso delle acque. Niente era più come prima. Ogni cosa mi appariva viva e mutevole.

   I miei capelli erano cresciuti: erano forti e ribelli. Ero stato contaminato. Provavo pace solo osservando la sua casa dall’esterno. Vedevo Marine parlare e curare i suoi cactus. Vedevo le sue mani bianche nella terra. Vedevo il suo profilo e mi sembrava la luna. Il fiore era sbocciato: aveva una lacrima di sangue al suo interno. Come Marine.

lunedì 8 luglio 2013

Vox caeli





Dedicato a papà.

“Ses purs ongles très haut...”   Mallarmé.


  

 La notte

        le stelle si aprono come fiori di luce

               sono gocce che brillano su un soffitto altissimo

  e, a volte,

sembra che si stiano per staccare

               e cadere giù.

 Come una pioggia magica.

 

Notte. Non c’è altro che notte per me, da che sono piccola, da che mi ricordo.  Adesso ho quasi diciotto anni e ho deciso di scrivere le mie memorie, per ingannare il tempo, giacché ormai il tempo comincia a pesarmi, in questo ticchettare lento di pendoli. Sì, perché nell’Osservatorio, dove io abito con mio padre, vi sono vari tipi di pendoli, orologi impolverati che battono senza posa di giorno e di notte. E uno segna l’ora di Amsterdam, un altro segna quella di Parigi, un altro ancora quella di Timbuctu... Perché, come dice mio padre, “Occorre sempre essere in linea con l’universo” e l’universo, si sa, parte dalla Terra.

 

     Talvolta mi soffermo a contemplare il quadrante di vetro di qualche orologio e lascio scorrere il dito su quella superficie. Chiudo gli occhi e la polvere diventa una carezza leggera d’aria. Disegno geroglifici incomprensibili anche a me.

 

     Ma forse, l’oggetto preferito dall’Astrologo - mio padre - è la grande clessidra che volta e rivolta nei momenti di massima concentrazione. La sabbia, che a me fa pensare a deserti lontani, scivola nell’imboccatura stretta e la luce debole della lanterna vi proietta sopra ombre mutevoli come fiamme nere che danzano.

 

     Mio padre è un grande studioso delle stelle e così io e lui vegliamo tutta la notte; la nostra vita è scandita da un ritmo diverso rispetto a quello delle altre persone: il ritmo inesorabile delle onde del mare, del gocciolio del rubinetto rotto, del ruotare lento delle luci, lassù.     (29 Novembre 1999)

 

     Cassandra scriveva nella penombra e i ricordi e le immagini le affioravano sconnessi e disordinati sulla pagina un po’ ingiallita di un vecchio quaderno a righe. La sua grafia fluttuava dal basso verso l’alto in allunghi diseguali e lo slittare del pennino era l’unico suono percepibile, nella stanza.  Un grosso gufo l’ osservava dal trespolo legnoso, poco lontano da lei e lei, talvolta, alzava il viso bagnato di luna verso Ask (così si chiamava il rapace) ed entrava nei suoi occhi gialli come soli ghiacciati.

- Aschi - sussurrava allora, con una vocetta incerta

- ti annoi? -

  Ma il gufo non accennava alcuna espressione attraverso il suo piumaggio scuro, lucente, che pareva raccogliere tutti i colori delle foreste notturne, intricate di rami, spine e lance arrugginite di guerrieri.

  L’astrologo era chino sul suo telescopio puntato verso i raggi di gelo delle costellazioni.

- Cassandra! - chiamava, con una voce roca che sembrava provenire da antri di roccia spaccata.

- Cassandra! Scrivi questa formula! - e i suoi capelli d’argento, sotto la luce della lucerna ad olio, erano come il vello di un animale delle nevi.  Lei, allora, si alzava da terra e sgattaiolava verso il padre, fisso sulla sua sedia d’acciaio, e scriveva ciò che la voce sotterranea le dettava.

 

(30 Novembre 1999)  Il mio papà non cammina più da anni, a causa di un incidente terribile che lo paralizzò. Eravamo in macchina io, lui e mamma. Pioveva a scrosci violenti, improvvisi. Un’ auto sbandò, i vetri si frantumarono con un grido di mille voci. Mamma morì e papà non camminò più.

 

  La stilografica si fermò. La sua mano era come una ninfea sfiorita, umida di sudore  freddo. E i suoi occhi castani, severi ed ardenti, scivolarono verso l’Astrologo e le sue gambe, coperte da una pesante trapunta.

- Arriveranno - sospirò lui con una voce subacquea. Cassandra sapeva che parlava di “presenze esterne” provenienti dal cielo. 

- Tu che ne dici? - le chiese lui, guardandola per un istante, intensamente. La sua barba, sotto la luce del firmamento era simile ad un prato d’inverno, incrostato dalla brina, ma i suoi occhi erano mansueti, come quelli dei cani randagi.

- Allora? -

- Non saprei... - balbettò la figlia, ingobbita come una vecchia civetta. La ragazza si incupiva quando suo padre le si rivolgeva in quel modo. Sembrava aspettarsi sempre una rivelazione da lei. Forse a causa del suo nome.

 

(30 Novembre)     Mia nonna si chiamava Cassandra ed era una sensitiva. Asserì che sua nipote avrebbe salvato il pianeta con una profezia... Per questo lui attende... Attende cosa? Io non sono niente e lui non lo vuole capire. Sono solo un’anima che ha voglia di esplodere. Talvolta mi prende una frenesia inconsulta e mi metterei a gridare, a spaccare tutti i pendoli, a ridere a squarciagola, scendendo di corsa le scale del torrione, precipitando giù. E invece sto zitta e faccio finta che tutto vada bene. Sfoglio gli atlanti celesti, con le costellazioni segnate e la voglia di piangere che mi forma un nodo, come se avessi un polipo dentro la gola.

 

Talvolta Cassandra invidiava Ask che, di notte, apriva le sue ali piene di tutte le sfumature del buio, e se ne volava via, “per chissà quali avventure” pensava lei, corrucciata, e allora si arrampicava sulla balaustra e, accovacciata come un corvaccio, fissava ogni più minuto particolare delle case al di sotto, deserte nell’azzurro stinto dei loro muri. I radi alberi si muovevano leggermente al vento, come scheletri neri, e il mare, in fondo, non era mai uguale.

Poi Ask tornava, maestoso e più bello di prima, e lei lo guardava ammirata. I suoi occhi, allora, brillavano di una luce calda e ansiosa.

     La torre era adibita, oltre che ad Osservatorio, anche a prigione locale. Vi erano tre stanze in tutto per piccoli criminali, vecchi ubriaconi del paese, per lo più, o svitati che vi tornavano periodicamente. Questi personaggi, per Cassandra, erano molto interessanti e, tra l’altro, incarnavano la sua unica distrazione: tutte le sere era infatti suo compito portar loro la cena.

 

(20 Dicembre)   Vincè, il pescatore, è stato qui per soli due giorni. Mi dispiace che se ne sia già andato, perché mi piace molto chiacchierare con lui. Mi racconta ogni sorta di avventure che ha vissuto per mare... Le sue rughe, talvolta, sembrano nascondere un qualche mistero insondabile. Le ombre difatti, gli scavano la faccia come una prugna rinsecchita, bruna e cotta dal sole.

- Tu Sandrina - mi dice sempre

- devi farti un po’ più vedè al paese, che manco sanno come sei fatta i guagliò, laggiù... Te ne stai sempre nascosta in questa galera... E poi ti stai curva e sei sempre più magra e nera...-

- quasi me sembri una gazza! - conclude poi aprendo la sua bocca piccola, disidratata. E ride col suo sorriso nero (poiché è senza denti) ed io invece mi mortifico e mi mordicchio le unghie. So che Vincenzo ha ragione, ma so anche che lui non può capire... Il mio ritmo vitale è ormai regolato a quello di mio padre, al suo silenzio, al ronzio della sua sedia a ruota e al suo sguardo che si dilata quando alza gli occhi. Forse nessuno mi può capire. E il cielo notturno, talvolta, mi sembra trafitto e pieno di piaghe. Le stelle sono come stalattiti corrose di luce che pendono verso di noi, acuminate.

 

     L’astrologo segnava sulla carta dei cerchi concentrici e tracciava dei numeri accanto.  Poi si voltava lentamente e  spiava la figlia che parlocchiava sottovoce col gufo. I suoi occhi si riempivano per un istante di bagliori lontani

- E’ ancora una bambina - pensava, quasi rincuorato, ma qualcosa dentro lo pungeva. 

- Non andartene più - bisbigliava Cassandra, rimproverando Ask.

- Non devi lasciarmi più sola -

 

 

  Qualcosa turbò comunque, la quiete siderale della torre, nonostante gli sforzi del padre.   Qui infatti, fu imprigionato un forestiero, capitato nell’isola non si sa per quali traversie. I secondini sostenevano che era lì solo provvisoriamente. Cassandra appena lo vide nell’azzurro della sera, trasalì. Una vena di ghiaccio le attraversò la schiena.

- La cena... - mormorò.

  Lui si voltò di scatto. Aveva i capelli piuttosto lunghi e i suoi lineamenti parevano scolpiti nel legno.

- Beh, che c’hai? - l’apostrofò lui.

- Che stai a fare, dammi la ciotola e sparisci -

Cassandra obbedì tremando, posò il cibo nella cella e scivolò via per le scale, ma a metà strada s’infuriò con se stessa e con lo straniero. Il suo primo sentimento fu l’odio.

 

  Nei giorni successivi però, qualcosa mutò in lei: i suoi capelli ricci diventarono setosi, il suo sguardo s’illuminava improvvisamente come percorso da una scia dorata, i suoi gesti apparivano più lenti, meno impacciati del solito. Nonostante questo, l’apparenza di Cassandra era sempre quella di un’adolescente ossuta, dal naso adunco prominente e dalle vesti arabescate assurdamente, come una dama fuori luogo e fuori dal tempo. Gli abiti dai tessuti pesanti se li cuciva lei, in modo infantile così che, talvolta, le si staccavano dei pezzi, anche solo facendo un movimento un po’ più affrettato.

 

(5 Gennaio) Si chiama Rocco, ha qualche anno più di me ed è sconosciuto il suo luogo di provenienza. Io suppongo però che venga dal nord... Lo noto dal suo accento. E’ difficile, per me, descrivere l’avversione che provo per lui... Anche se devo ammettere che in questi ultimi giorni è meno spavaldo...  Ciò non toglie che fatico molto a guardarlo, perché i suoi occhi hanno la lucentezza ferrea delle spade. Fra poco dovrò scendere da lui, e il mio cuore accelera i suoi battiti. Perché?  Odio l’amore, sentimento che non capisco e che trovo puerile. L’altro giorno la lattaia ammiccava - E’ bello il prigioniero nuovo, eh Sandrina! - Eh Sandrina cosa? Non sono riuscita neppure a risponderle e sono scappata come una qualsiasi ragazzina innamorata. Non so, per la verità, se Rocco sia bello. So solo che ora sono agitata e la cosa non mi piace per niente.

 

Notte -  Non capisco cosa voglia da me, anche lui! Tutti devono sempre pretendere qualcosa? -  Cassandra si fermò. Tremava leggermente. La grande mano del padre voltò la clessidra e la sabbia scivolò giù, nell’imboccatura.

                

 E se ci fosse una conchiglia

                         una pietra del deserto

                     la sabbia si fermerebbe

                    in un istante

                            di stelle,

                 come girini nell’acqua

 

Rocco, dopo qualche giorno di cella, si rasò i capelli. La lametta era consentita nella Torre. In fondo, se uno avesse voluto farla finita, avrebbe potuto farlo tranquillamente, ma questo non era il suo caso. Egli infatti, voleva vivere ardentemente (come pochi altri, agli occhi di Cassandra).

- Perché ti sei tagliato i capelli? - chiese lei, al di là delle sbarre, una sera.

- Perché loro mi hanno tagliato dentro -  rispose lui, con la faccia indurita. E il suo masticare pareva una rivolta. A Cassandra piacque molto quella frase, tanto che se la scrisse sul quaderno e, nelle ore eterne all’Osservatorio, quando la rileggeva le ritornava in mente lui, accovacciato in un angolo, come una roccia nel buio.

 

- Cassandra! - la voce del padre usciva fluida dalla stanza immersa nella semioscurità. L’uomo-lumaca, con la sua conchiglia pesante, si mosse dal terrazzo tempestato di stelle e si avvicinò ad un viluppo di coperte disordinate.

- Cassandra... -

- E’ giunta la grande ora - le sue labbra, tra la barba cespuglio, erano come petali rosa di un frutto sottomarino. Cass le fissava istupidita, tra la massa di vecchie trapunte che si era gettata addosso.

- Arrivano... Proprio come avevo previsto. Ecco, si avvicina il grande incontro!!!- gli occhi dell’astrologo erano piccole pozze di acqua ferma.

- Quando? - riuscì solo a mormorare lei.

- Domani notte, secondo i miei calcoli -

 

Silenzio nella soffitta. Ask planò proprio in quell’istante e si appoggiò al parapetto di pietra, i pendoli bisbigliavano. Cassandra parve fremere come un passero appena nato, nel suo nido di stracci ed i suoi occhi s’indurirono come astri che ghiacciano.

- Bisognerà partire? - chiese al padre.

- Certo! E’ tutta la vita che ne parliamo! Loro arriveranno, io ho studiato i vari metodi di comunicazione, mostrerò loro le mie carte... E poi, se ci vorranno, saliremo sulle loro navi -

 

     Le navi? Fluttueranno tra gli strati di azzurro? E come saranno? Cassandra si alzò da terra e si diresse verso il terrazzo. Le stelle erano croste di infinito e le lacrime cadevano sul vetro, appannandolo.

 

(11 Gennaio) Non voglio partire. Così, a questo punto, dunque, dovevo arrivare per rendermi conto di quanto io ami tutto ciò che mi circonda, quaggiù. La caffettiera sporca, le macchie di sugo di ieri sul tavolo, la pentola unticcia da lavare, le mie pantofole corrose e gli scalini sdrucciolevoli scolpiti nella roccia che scendono giù nel buio... Perché soltanto adesso me ne accorgo? E poi le scale terminano in una stanza illuminata da una vecchia lampadina e lo sguardo del secondino è ogni giorno leggermente diverso.

Se si svolta a destra appare la cella, con le sbarre fossilizzate in un istante eterno. La finestra dà sul mare e l’azzurro, là fuori, è come uno squarcio. E verso quel colore opalescente è diretto il suo sguardo, tanto che, talvolta mi sembra di scorgere un po’ di blu nei suoi occhi, come un sospiro d’aria.

Da bambina avevo sognato altri mondi, altri universi... Ora mi accorgo di amare ogni istante nella sua semplicità, violentemente... Non posso perdere tutto questo così, fra poche ore.

 

  Cassandra posò la penna lentamente. Era come se gustasse ogni gesto, anche minimo. Chiudere gli occhi , toccare la pagina del diario con un’espressione rugosa sul viso... Ed ogni ruga era un ricordo.  Il sole calava nel mare e spargeva sulla superficie dell’acqua riflessi verdi che vibravano.

                 

  Cass corse giù per le scale, precipitosa come non mai. Un pezzo di manica le si staccò, e lei arrivò dal prigioniero con un’aria grave. Nuvole grigie d’inverno si muovevano nei suoi occhi.

 

  Rocco sorrise nel vederla e si accorse che l’aspettava. I capelli di lei erano raccolti in un’astrusa treccia, come usava di solito, ma nella luce di quel tramonto, questa gli parve ancora più complessa, attorta, nera come un serpente o un giardino di rovi.

- Cavolo... - mormorò solo lei, guardandolo e cercando di sistemarsi la manica strappata.

- Vuoi una sigaretta? - le chiese Rocco, seguitando a sorriderle. Cass scosse il capo, cupa, gli occhi gonfi di acqua di mare.

- Devo partire, forse, stanotte - disse in fretta, con una voce soffocata, da insetto.

- Ah - Rocco non sorrideva più.

- E dove vai? - s’informò fissandole le mani che si annodavano tra di loro, grigiastre come ragni.

- Molto lontano... - sospirò

- Ma ecco io... Non voglio partire più -  e si confuse in quelle parole, pensando di essere stata troppo ardita. Rocco si accese la sigaretta e parve perdersi, aspirando, nella mare profondo e immenso, là fuori. Cass si aggrappò alle sbarre. Le sue mani erano sudaticce e il ferro era freddo. Le batteva il cuore fortissimo e poi il mare pareva colare giù dalla finestra in un gocciolare lento di lacrime.

- Non voglio! - strillò quasi, lei.

Il prigioniero si voltò di scatto e la vide attaccata alle sbarre (quasi fosse lei la reclusa), le trecce irte come penne di civetta o di aquila. E qui capitò un evento imprevisto: Rocco si gettò verso di lei e le strinse le mani, premendo il suo corpo sull’inferriata.

- Anch’io - disse

- non voglio -

 

Forse qualche paesano stava cantando, là fuori, e l’odore delle alghe riempiva anche la cella di vita. Cassandra era sbigottita e sorrideva debolmente, Rocco aveva raccolto nel suo sguardo tutto il brillare dell’oceano.

 

(11 Gennaio: ore 21:25) Il secondino mi ha cacciata: mi ha preso dalle spalle, strappandomi così un altro pezzo di abito e ha bisbigliato - Zozza vatinne, vatinne a casa - Io mi sono voltata e ho visto quest’essere umido come un geco, le labbra sottili come piaghe.

Mi ha spinto via. Mi sono trovata sugli scalini freddi di pietra che salgono su al firmamento... Li ho toccati pensando alle mani asciutte di Rocco che serravano le mie. Non riesco a piangere anche se vorrei; Ask mi osserva dal suo trespolo e nei suoi occhi di ardesia mi rivedo rimpicciolita come in uno scrigno. So che le sue parole sarebbero come gocce d’acqua lentissime nel cadere e la sua voce sarebbe lontana e piena di echi, come quella degli oracoli. A papà non posso raccontare simili sciocchezze (che lui giudicherebbe estremamente puerili) in un momento simile poi, neanche da dire! E’ in attesa al suo telescopio, e il cielo gli parla con intonazioni polifoniche che solo lui può udire.

 

  La grande cupola ruotava e gli istanti erano granelli e battiti di pendoli. Cassandra si era rannicchiata ai piedi del padre e lo fissava dal basso con i suoi occhi profondi da uccello. Avrebbe voluto stringergli quei poveri piedi fermi, ma temeva qualsiasi movimento. La volta d’un tratto, per la prima volta forse nella sua vita, le parve muta, col suo manto bucato. Le stelle erano solo argento ossidato che trapelava dai fori. “Le navi non arriveranno...” pensava e questa idea, a quel punto, non l’esaltava più, perché vedeva l’astrologo farsi più curvo ad ogni ora. Anche Ask era preoccupato e si era appollaiato sulla ringhiera con l’aria un po’ stupida e impacciata da pollo e così, nella sua fragilità, Cassandra, si accorse di amarlo ancora di più.

 

- Papà - azzardò verso l’alba, lei.

L’uomo si voltò e i suoi capelli bianchi erano quasi vivi, nell’aria.

- Papà, se non arrivano oggi e non arrivano domani... Non ti devi preoccupare - Cassandra si sentiva, di colpo, ispirata.

- perché loro sanno che esisti -

Le iridi castane dell’astrologo si allargarono.

Cassandra prese un grosso foglio di carta arrotolato, lo spiegò sul tecnigrafo e si mise a disegnare, rapita, cerchi enormi, complesse spirali e un cono capovolto che puntava verso una sfera minuta.

 

Il padre quasi non ci credeva e la guardava con, negli occhi, l’amore più grande che si possa concepire.

- Cassandra... - bisbigliava assorto

 La voce si perdeva tra le foreste.

- Cassandra -

Lei pareva proprio contenta. Posò la matita bagnata di sudore e sorrise come una bambina.

- E’ questo - spiegò lo scienziato - il mio miracolo... Le navi possono attendere...-

 

(12 Gennaio: alba) Per ora, caro Ask, sono ancora qui, nella stanzetta dell’Osservatorio... Non so per quanto, non so cosa ho scritto sul foglio che ho dato a papà.

Ma qualcosa è successo; i miei capelli non si lasciano più intrecciare e stanno come serpenti sulla mia testa, la mia espressione è mutata. Sì, forse ho paura. Ma ora scenderò le scale buie e il secondino non mi fermerà, ora non più.

 

    Forse dovevo soltanto sentirmi viva, per poter scrivere la voce delle stelle.

 

  Ask aprì le sue ali grandi nella prima luce. Cassandra protese la sua mano bianca, artigliata, verso il volto del rapace, ma non lo sfiorò. Lo sguardo di lei tremò e, finalmente, pianse.

- Si... - mormorò. E le penne del gufo le mostrarono l’arcano, il segno, il geroglifico, il labirinto delle croste celesti. C’era un varco, piccolo, luminoso, e le unghie di lei lo toccavano piano.

giovedì 4 luglio 2013

Il mare dentro


Marta si accarezzava il ventre, aveva la vita dentro. La vita ancora senza nome, viveva in lei, lo sentiva. Si muoveva come una ninfea nel suo liquido. Marta aveva paura, era tutto così nuovo, eppure aveva anche un coraggio inatteso. Camminava con fatica, giorno dopo giorno nella città, deserto di pietra. Eppure non era più sola, c'era con lei quella quieta ninfea. A tratti sembrava una farfalla finita nell'acqua, a volte invece sembrava una creatura marina che danzava e beveva in lei.
Marta di notte piangeva di gioia e si guardava quel corpo ora così mutato. Il mare dentro. Aveva il mare dentro di sé. Non occorreva più correre come un essere inquieto da un viaggio all'altro, adesso lei aveva tutto. Il mare nella sua pancia.
Ma la paura, ancora c'era. Perché quella dolce ninfea era viva e fragile. Lei avrebbe voluto proteggerla per sempre dal freddo, dalle tempeste e dagli uragani.
Dormi, ora, piccola mia, la mamma è con te. Per sempre con te.


lunedì 1 luglio 2013

nella polvere

Nella polvere sono finita,
le pietre su di me, come una giusta condanna.
Il sangue
inizia a uscire ora,
lo sento. E' caldo.
C'è del liquido anche tra i miei capelli sporchi.
Ecco, ora c'è polvere anche dentro di me.
Fra poco non ci sarà altro che polvere.



E poi tu hai parlato. I sassi bloccati nelle mani.
Rumore di pietre che cadono a terra, non più su di me.
Mi sono voltata, lentamente.
Tu eri in controluce.
Tu mi hai parlato come se fossi una donna e non una bestia.
Tu mi hai salvato.
Da quel giorno io sono nuova,
tu, il mio infinito.
Io mi sono alzata dalla polvere e cammino con te.
Perdonata riesco a vedere il sole, anche dietro le nuvole da tempesta.