Quando suonavo la chitarra amavo il La minore, era il mio accordo preferito.
Era caldo, sapeva di casa quando rientri dopo una tempesta, sapeva di resina, di bacio lento dopo mesi d'attesa. Sapeva di lacrime dolci, di pelle accarezzata dopo secoli di lontananza, di tramonti e notti sussurrate.
Il La minore era il suono della pioggia dopo settimane di siccità, l'abbraccio con un amico che avevi perduto.
Krzysztof Kieślowski
Il La minore è ora l'accordo perfetto per me e per la mia solitudine.
Nella mia stanza così vuota, nella notte così piena di stelle cadenti che vedo solo io.
Solitudine in La minore per tutti questi giorni, pomeriggi, sere in cui cerco di recuperare il senso di me.
E non so più chi sono.
Prendo la chitarra e ricordo ciò che sono stata: una ragazza malata d'idealismo che voleva cambiare il mondo e suonare per le strade di Lisbona o Parigi, vivendo d'amore e poesia.
Sorrido a quella ragazza, le mie dita sono lì, sulle corde giuste.
La minore ancora una volta per te, per me, per tutti i vagabondi come noi. Per tutto quest'errore che errore non è.
Lunedì
Sono solo, vivo, lontano da te; volevi prosciugarmi, non ci sei riuscita. Cosa volevi da me? Parole, immagini, non lo so. Cosa volevi da me?
Vedermi piangere?
Vedermi a terra?
Ti ho disprezzata, ti ho lasciata nel vuoto delle tue stanze, senza rimpianto.
Tu, volevi ascoltarmi, ascoltare cosa poi? Non avevo niente da dirti.
Tu non sei niente, non sei mai stata niente per me.
Mercoledì
Ti ho vista poco fa. Camminavi e guardavi il cielo. Fissavi le foglie nuove sugli alberi, incerta, come pronta a cadere. Ti avrei voluto afferrare, sorreggere. Per un momento, un momento solo.
Perché non ricordo più la tua voce e mi fa male.
Mi
fa
male.
Sabato
La mia vita è perfetta senza di te.
La mia vita è perfetta, è tornata bianca. Con te era rossa, ma il rosso è violenza, ho bisogno di pace e di quiete.
E poi tu non eri mia, non sei mai stata mia.
Continuerò a correre per le vie di questa città. Ignorando gli incendi tutt'intorno a me.
Domenica. É notte e la luna entra nella mia camera. La luna ha il tuo viso. Tu mi volevi bene, volevi solo accarezzare la mia anima ferita.
E io ti ho mandata via.
Volevi solo accarezzare le mie cicatrici. E farmi sorridere. Ma non posso scoprirmi, togliermi la maschera, mostrarti tutto ciò che sono. Un attore stanco di recitare una parte che non ricorda più, un cantastorie che ha perso la memoria. La luna, gigantesca, è qui e mi osserva, muta.
Lunedì
Tu sei qui, a pochi passi da me e mi accarezzi con gli occhi. Non ci avviciniamo, non lo faremo mai, forse? Ma so che mi vuoi bene e che me ne vorrai ancora e ancora, fino alla fine dei tuoi giorni.
Testarda, cocciuta, perdente, eppure così forte. Nei tuoi occhi tutte le foreste bagnate di pioggia. Vorrei restare solo con te, per ore ed ore; ti guarderei, mi piace quando sorridi.
Ma no, non m'incanterai un'altra volta.
- Voglio farti vedere una cosa - mi dici e mi porti fuori, in cortile.
C'è un tulipano ancora chiuso, lo sfiori.
- Presto si aprirà; la vita è fatta di momenti unici, perché la lasciamo scivolare via? - Cieli, deserti, acqua che scorre, rugiada, vene nella terra, rami come fulmini lassù, formiche, sogni infranti, nuvole, destini mancati. Quanto fa male togliersi questa maschera?
Tu sei tutto il rosso, sei il mio sangue, sei parte di me e senza il rosso non si vive, senza il rosso non si vive più.
Libera di ascoltarti, libera di correre via lontano,
di sentire il mio corpo,
nuovo,
un ultimo respiro di vento,
prima dell'addio.
Ho sofferto per la tua mancanza,
ed ora sei qui,
ma non posso toccarti,
perché tu sei me,
sei me,
per sempre.
E se ti ho troppo amata,
ora,
le lacrime non servono.
Tu eri mia amica,
tu eri il mio fuoco,
ed ora sei ancora con me.
Wang Yuyuan
Libera, come poche volte nella mia vita,
l'aria entra in me in un'onda,
mi abbraccia.
In un vortice lento, scostante.
Libere insieme,
io e te.
Tu mi capisci,
non mi condanni,
non giudichi le mie debolezze
e corri forte con me.
La città è tutt'attorno a noi,
libere,
unite
e separate
per sempre.
Ti voglio bene
e
ti
aspetto.
Un giorno
ci ritroveremo
e rideremo
forte,
nessuno potrà dividerci
più.
Piangere d'emozione per ogni istante di vita regalato, per il cielo così spaccato nel blu, per i pensieri che si rincorrono, farfalle dalle ali bianche, dentro di me, dolorosamente vive.
Sono fatta d'aria anch'io ora, sono foresta bruciata, sono seme nella terra, incerto, cieco, devoto, riconoscente.
Perché questo vento mi entra nell'anima, la nutre.
Like He
Sono sostanza ibrida ed ho paura di me.
Ho paura dei miei silenzi, ho paura delle mie parole, così sbagliate, così ossessive.
Ho paura dei miei gesti, del mio incedere nel sole dell'inverno.
Le emozioni mi possiedono,
chi sono?
Piccolo seme perduto,
che ne sarà di te?
Che ne sarà di me?
Che ne sarà di me.
Piccolo amore, nato in un giorno freddo, smarrito nella mia memoria.
Le rose nel giardino erano ghiacciate, le foglie accartocciate, le cimici erano morte, secchi involucri.
I bambini non mi lasciavano il tempo per pensare. Io non ero più io, mi ero smarrita. Ma sapevo che era giusto così.
Le mie mani erano invecchiate senza che me ne rendessi conto, il mio viso aveva tutti i segni del tempo. Avevo visto troppi tramonti, avevo troppo amato e la morte mi aveva portato via troppe speranze.
Tu inventasti una storia per me, davanti al fuoco.
Non riuscivo a guardarti, mi faceva male.
Il fuoco, il gelo tutt'intorno a noi,
il rosso,
il giallo,
il ghiaccio dentro di me.
Pugnalate al mio cuore,
non spaventarti mi dicevo,
ora tutto passerà,
il fuoco si spegnerà, la pioggia bagnerà tutto di silenzio,
ti risveglierai e non ricorderai più,
dimenticherai, dimenticherai.
L'inverno fu corto, senza neve, ma l'aria era fredda e come sospesa. I petali delle rose erano senza colore, le spine mi ferivano, ma non perdevo sangue. Aspettavo la fiera per rivederti, ma tu non tornasti.
Eri fatto di vento, non potevi capirmi, non potevi ascoltarmi.
- Non fidarti di lui - aveva detto mia madre - è un viandante, uno zingaro, un nomade -
Così ti scrissi decine di poesie, ti disegnai, ma sempre il tuo volto mi risultava imperfetto, incompleto. Perché eri fatto d'aria.
Forse un giorno, in un'altra vita, ci ritroveremo e io saprò seguirti e diventerò vento o tu deciderai di abbracciarmi e diventare terra con me.
Piccolo amore,
nato a gennaio,
finito a primavera.
La rosa ha un nuovo bocciolo, non ho paura di sfiorarla, ora.
Non è Natale quando si frantumano i miei giorni, come polvere senza importanza.
Non è Natale quanto ti grido contro e non c'è altro che tempesta e buio in me,
non è Natale quando non ascolto, quando corro per le vie e mi perdo nei miei labirinti.
Non è Natale quando mi tormento, senza sosta, nel letto, circondata da meduse luminose e vorrei dimenticare e dimenticarti.
Non è Natale quando vedo qualcuno che mi tende la mano e io tiro dritto, quando parlo senza pensare, quando dico - Non ho tempo - quando non abbraccio con forza, quando non dico - ti amo -
(E non possiamo pensare che sia Natale se qualcuno ci chiede aiuto e noi, sordi, festeggiamo nelle nostre case addobbate e distanti, senza voler sentire, alziamo la musica e beviamo, brindiamo per un anno migliore).
Vieni qui, non inventarti più inutili alibi,
se vogliamo vivere sul serio,
abbandoniamo tutte queste favole crudeli,
sediamoci,
abbracciamoci,
raccontiamoci ancora le nostre poesie ingenue,
le nostre mani,
i nostri pensieri,
le ossessioni.
Mettiamo insieme tutti i frammenti di me e di te.
Nella notte più lunga dell'anno,
io e te.
(Ho paura, ma voglio vedere la stella illuminare tutta quest'oscurità).
Guardo le stelle e ascolto le voci di chi ho amato e non è più tornato.
Conto le stelle, sono tutte lì nei momenti ghiacciati, nei ricordi.
Il cielo a Dicembre può essere limpido come questa notte, così limpido che fa male.
Conta e cammina, conta e respira. Oppure fermati e lasciati inondare dalla bellezza.
Ho scritto lettere d'amore senza destinatario.
Lettere che non arriveranno mai da nessuna parte.
Ho inventato una storia per loro, ho cantato nei miei giorni confusi.
E adesso sotto il cielo di Dicembre rimango a guardare il movimento lento delle costellazioni.
Volevo fare l'astronauta da bambina, volevo vedere lo spazio infinito e gli anelli di Saturno, volevo osservare stupita l'occhio di Giove, ma non è accaduto.
Sono rimasta a terra, minuscola, a guardare le stelle da un balcone.
Eppure credo di aver visto l'infinito.
Negli occhi di alcune persone, negli istanti in cui ho vissuto, nella pelle che ho sfiorato, nella felicità che mi ha trafitto.
Lo sento anche adesso mentre il cielo si fa sempre più chiaro e le stelle si appannano.
In un tempo della mia vita mortale, mi trovai a vivere in un paese immorale.
Non era al di là dei deserti o delle Alpi innevate, ma era l'Italia,
la terra delle strade bucate.
In quest'epoca oscura non vi era pace alcuna,
non per i lavoratori, non per i procuratori, non per gli infermieri o per i dottori,
non per le commesse o per i professoroni.
Il lavoro non c'era più, questo era il vero problema,
ma i due re decisero di dare la colpa al sistema.
L'uomo nero che verrà, lui la guerra porterà,
qualcuno diceva;
le banche, le scie chimiche, le tav e le burocrazie europee,
sono loro a frenare la nostra crescita naturale ed imparziale;
di tutto ormai si temeva e qualcuno talvolta piangeva.
Perché in quel vecchio paese, ricco di glorie passate, e vestigia rinomate,
ben poco era restato, se non tetre voci arrabbiate.
Il paese di Cesare, Dante e Pirandello
adesso non è che lo zimbello
di tutti quanti,
e più non ricorda perché si è riempito di furfanti.
Non sa rialzarsi, impreca
e tira i sassi,
come un vecchio rimbambito,
che non guarda la luna lassù,
ma il suo povero, rugoso, terzo dito.
Parole esili, veloci o intense. Pagine che non esistono concretamente in nessun luogo, esistono solo dentro di noi.
Pensiamo lettere d'amore o di odio e disprezzo, eppure non ci sediamo più, non appoggiamo più la penna sul foglio. Scriviamo messaggi digitali, ma non è la stessa cosa.
Quando ero ragazza avevo degli amici di penna. Li amavo e li odiavo con una forza sorprendente, ci scrivevamo segreti inconfessabili, loro sapevano cose che neanche le mie amiche più fidate conoscevano. Erano tutti ragazzi, dal volto sconosciuto o quasi, a cui avevo aperto la mia anima. Era lì, nuda, sulla carta. Nient'altro che le mie parole, i miei sogni, le mie illusioni.
Quando provavamo ad organizzare incontri per vederci la delusione, da parte mia, era bruciante.
Erano loro? Quei corpi non mi appartenevano, erano a me estranei, erano anzi fuorvianti.
Io amavo le loro parole, non i loro corpi. E forse anche i miei amici pensavano le stesse cose: chi è quest'ossuta ragazza? Non è lei, non è la mia Alice.
Così le amicizie scemavano, le lettere erano sempre meno frequenti, i silenzi si amplificavano.
Adesso si corre e si perde qualcosa. Il tempo per scrivere una lettera, una pagina di diario. Occorre riprenderselo quel tempo, scrivere una lettera per ribellarsi, per capirsi, per perdonarsi.
Una lettera per chi vuoi tu, fosse anche solo per te stesso.