Giocavamo con il ghiaccio, quell'inverno. La neve diventava il nostro sfogo preferito. Le mani nel bianco, il sorriso di Lena e le canzoni che ci cantavamo per non sentire tutto quel silenzio assordante e crudele.
Correvamo fino alla fine della via, questo ci era concesso.
La neve sotto le nostre scarpe, come un dolore attutito.
Io e Lena su e giù, fino allo sfinimento, vinceva chi resisteva di più.
L'alito fuori in nuvole leggere, la mascherina bagnata, le nostre madri che ci guardavano dalle finestre, le luci accese nelle case, come fortezze lontane.
Volevo sfinirmi per non pensare.
Non pensare ai segni che mi aveva lasciato quell'anno. Ferite interne che non guarivano, perdite, silenzi colpevoli da chi credevo amico, bombe carta sulle mie favole. I miei personaggi erano volati via, tutti nell'aria come inutili fantocci. Senza anima.
E Lena come sostegno.
- Non ti fermare - mi diceva - O vincerò io! -
La via deserta, la neve fuori e dentro di noi, il mondo impazzito e le nostre mani a reggerci, per non cadere, per non cadere più.
sto per cadere, ma so che qualcosa di te sarà per sempre in me.
Un germoglio che è cresciuto nel tempo (sferzato dalla pioggia dell'inverno, sopravvissuto all'aridità dell'estate) è qui, dentro di me, ancora forte, ancora vivo.
Ogni giorno combatto e spesso perdo, ma so che ci sei.
Il corpo si sgretola lentamente, in quest'autunno che fa paura.
Donne, uomini, bambini,
tutti alla deriva
prigionieri di qualcosa di invisibile.
Donne
uomini
bambini
E io e te, con le catene ai polsi e la bocca nascosta,
La casa delle maschere era una costruzione solitaria, in cima alla collina.
Lì abitava Josef, un uomo bizzarro che sapeva essere più persone contemporaneamente. T'incantava con il suo tono ora suadente, ora allegro, ora perduto e dannato.
Josef era un attore, ma la sua carriera era in declino, era anziano, gli affidavano soltanto alcune parti minori in qualche rappresentazione teatrale.
Dava lezioni di recitazione, per questo l'avevo conosciuto quell'estate.
Appena entrai nella casa delle maschere mi sentii a casa, come se avessi ritrovato una parte di me dimenticata.
La mia infanzia, mio padre, qualcosa che si era inabissato per sempre.
Josef mi mostrò le maschere di legno appese alle pareti.
C'era l'uomo drago spietato e crudele, c'era il padre comprensivo e attento, c'era l'amante con sfumature rosse al tramonto, c'era il diavolo, un volto nero senz'anima.
Amava indossarle perchè temeva se stesso, temeva di guardarsi per quello che era. E forse non si piaceva, forse si disprezzava.
Ecco che allora cambiava la voce e diventava il saltimbanco, il teatrante di strada e io sorridevo e lui anche.
Gli piaceva la mia volontà, la mia tenacia e gli piaceva la mia purezza.
Volevo essergli amica, volevo accompagnarlo, dargli la mano. In mezzo alla corruzione di quei giorni trovava tutta questa luce insolita e ne era attratto.
Talvolta percepivo un filo luminoso che mi collegava a lui, anche quando non lo capivo e le sue recite mi sembravano crudeli o oscure.
Non ero la sola allieva, eravamo in cinque, ma io ero quella che più si ribellava al suo silenzioso dispotismo.
Per questo lui mi guardava con curiosità e so che segretamente, in una parte nascosta di sè, mi voleva bene.
Le lezioni finirono, iniziava l'autunno. Temporali improvvisi e violenti allagavano il giardino della casa, osservavo le gocce d'acqua che scivolavano sui petali delle rose e piangevo, senza motivo.
Dovevo tornare a casa, dovevo crescere, abbandonare i miei sogni, accettare il primo lavoro che mi avrebbero offerto, dimenticare la magia?
No. La magia sarebbe rimasta per sempre dentro di me, come una luce costante, in fondo alle pupille.
Josef mi accompagnò alla porta, aveva un sacchetto di carta in mano, me lo porse. Era la maschera più oscura, la maschera nera del diavolo.
- Portala via, disse
- Non m'interessa più, fanne ciò che vuoi -
- Ne costruirò altre, più belle -
Sorrise dolcemente.
- Grazie - dissi. E mi sentii leggera e pesante al tempo stesso, come la pioggia in quel momento.
Non aprii l'ombrello, non ce l'avevo.
Me ne andai sotto l'acqua, lasciandomi bagnare, lasciando che si bagnasse anche la maschera nera.
Arrivata a casa riabbracciai i miei fratelli, i miei genitori.
E mostrai loro ciò che mi aveva lasciato il maestro Josef.
Ma il nero se ne era andato via, era tornata di legno, non mi avrebbe fatto male, non avrebbe fatto male più a nessuno.
I miei fratelli vollero dipingerla. Diventò la maschera del destino, con tracce di cielo e di stelle cadenti.
Quando l'indossavamo la nostra voce cambiava, e si alzava sempre il vento.
Eravamo ancora bambini, ma stavamo crescendo. L'estate era eterna per noi.
Io e Cristian eravamo diventati amici, anche se lui aveva tre anni più di me. Le sue mani sapevano costruire giochi, coltelli, bastoni per la battaglia.
Il suo sguardo era spesso nascosto da cappelli, amava l'ombra e a nascondino era il più bravo di tutti. Io invece amavo il sole e la luce abbagliante dell'estate.
Ero chiacchierona e gli raccontavo mille storie inventate. Lui sorrideva, ma restava spesso in silenzio e io non capivo cosa gli passasse per la testa.
Cristian amava il legno, lo sapeva lavorare, incidere, levigare.
Era il 15 di agosto, la fine dell'estate per me. Il giorno dopo sarei partita, forse non ci saremmo rivisti più. Trovavo tutto questo crudele e ingiusto. Spiavo i suoi movimenti lenti mentre camminava, il suo sguardo, il suo sorriso ad un tratto triste.
Arrivammo al mare; era buio, immenso, una distesa d'acqua sussurrante.
Pensai che la vita a volte era dolore, perchè non sentirlo più, non vederlo, non potergli parlare ancora era davvero intollerabile.
- Questo è per te - mi diede una piccola statua di legno. Era un angelo, mi assomigliava vagamente. Sorrideva, ma gli occhi sembravano guardare lontano, oltre il mare.
- Grazie Cristian, io ti porterò sempre qui - e gli indicai il cuore. Il cuore di bambina che si spezzava pian piano.
Ci abbracciammo forte.
E piangemmo.
Il mare ci rassicurava come un padre benevolo, le stelle stavano zitte, lucenti e bellissime.
Ancora oggi conservo l'angelo di legno di Cristian e mi piace pensare che un giorno, forse da vecchi, rimasti soli, ci ritroveremo davanti al nostro mare. Lui avrà un cappello, io gli parlerò di qualche avvenimento fantastico parzialmente vero, in gran parte inventato. Ci riconosceremo.
Là dove il blu è più profondo, dove si perdono anche i ricordi, lì voglio trovarti.
Sofia si era persa per J. Disegnava il suo viso, il suo profilo, la forma del suo naso, l'ombra imperfetta, sempre diversa, sul suo corpo, sulle sue spalle.
Ma lui era lontano, oltre la città, oltre i campi e le periferie.
Là dove finisce la terra e inizia il mare.
Il viaggio fu lungo e crudele. Sofia si perse più volte nei vicoli del paese. Un uomo dai capelli rossi iniziò a seguirla.
Le strade diventavano sempre più strette, le finestre si chiudevano. Chi poteva capirla? Chi poteva sentirla?
L'uomo la raggiunse, le chiese chi era, dove andava? Era una straniera?
Sofia gli disse - Sì, sono una straniera, ma non t'importa dove vado -
Lui le strinse i polsi, ma lei lo morse con rabbia.
- Lasciami stare! - Urlò - so difendermi -
- Non andrai lontano, strega. Questo mondo è maledetto e presto finirà - Il suoi occhi bruciavano, ma in fondo c'era solo più uno stanco dolore.
Sofia arrivò sulla spiaggia. Il vento l'abbracciava, come se fosse tornata a casa.
I gabbiani gridavano nel cielo sterminato, il mare era agitato, dal grigio, al verde al blu.
Lui abitava nell'ultima casa prima del nulla.
Era una casa di legno, la sabbia entrava nelle fessure.
Lei bussò.
Si preparava un temporale; un tuono, un altro ancora.
J. aprì la porta e parve sorpreso.
- Sofia entra, che piacere vederti -
Lei si sentì protetta, come all'interno di una conchiglia sepolta nel mare.
Lui le preparò un tè. I suoi gesti erano lenti e dolci, come chi ha tanto tempo per pensare e per sentire il rumore dell'acqua.
Sofia gli parlò del suo viaggio, dell'epidemia, dell'uomo dai capelli rossi, ma con lui tutto le sembrò meno violento e sporco, come se lui potesse toglierle un velo davanti alla fronte.
Fuori i colori cambiarono, arrivò l'ombra, la notte e infine la pioggia.
Lei era felice di essere lì, sentiva le onde, dolci, costanti, come se fossero dentro la stanza.
Si guardarono senza parlare più.
Piccole gocce d'acqua rigavano i vetri delle finestre.
- Non vorrei essere da nessun'altra parte al mondo -
- Neanch'io -
Scott Prior
Le mani sanno creare delle storie, le mani sanno plasmare l'argilla, la terra, la creta.
Così le mani di J. sulle sue la riportarono all'origine, ad un calore remoto che credeva di aver dimenticato, ma era lì, dentro di lei.
Laila era scappata di casa. Aveva abbandonato tutto, i suoi genitori e la quiete della sua famiglia. I fratelli, sua sorella. Laila attraversava la città distrutta dalla crisi e dalla pandemia.
Laila era stanca dei silenzi di Julian, stanca di essere messa ai margini della sua vita.
Lasciò anche lui.
Lei e il cielo, un rincorrersi di brandelli di nuvole, onde nel cielo alte come palazzi.
Prese il treno che andava a est.
Dormì accovacciata, tremando. Nel vagone solo lei e un uomo della frontiera. Lui sapeva di fumo e di vino.
Verso l'alba le si avvicinò.
- Bambina - le disse
- Bambina, svegliati, devo parlarti -
Laila lo vide attraverso la semi oscurità, come un vecchio cantastorie smarrito.
- Bambina devi stare attenta. Il virus è arrivato e non ci sarà scampo per noi. Tu non sei prudente, devi proteggerti, devi indossare la mascherina così, fino agli occhi. Io so cosa accadrà -
L'uomo della frontiera le parlò della fine del mondo, le disse che un tempo lui era un mimo, che la sua arte era finita, che tutto era perduto. Che era tardi per credere ancora nel domani.
Era triste e a un tratto le parve bello, come uscito da una favola d'altri tempi. La giacca logora, gli occhi con le tracce del pianto recente.
- Non è finita - disse Laila.
La ragazzina e il vagabondo oltrepassarono il confine. All'alba scesero alla stessa fermata. Faceva freddo anche se era giugno. Si salutarono. Lui le regalò un fiore giallo che aveva strappato dal ciglio della strada. Lei gli sorrise.
Il vagabondo decise che poteva provare a credere ancora, poteva provarci. Mise il suo cappello a terra, fissò la gente che passava e immaginò di essere a teatro.
Il suo volto si trasformò, era un altro. La magia si era ricreata ancora. Non era finita.
Laila si sentiva libera.
Correva forte e apriva le braccia come per volare via.
L'estate era iniziata e noi neanche lo sapevamo.
Confinati in casa da mesi, consolati solo dalle voci attraverso gli schermi, le voci amate.
Gli schermi ci riportavano le immagini dei volti, ci salutavamo, ridevamo e sempre sentivamo di aver perso qualcosa.
Il contatto.
Toccare.
Eravamo tutti diventati intoccabili.
Ci mancava la pelle, ci mancava l'odore.
Tornai ad uscire che era maggio. Il sole accarezzava le foglie degli alberi e io potevo di nuovo sorridergli. Attraverso il verde delle venature intravedevo la mia vita.
Una serie d'istantanee veloci che non riuscivo più a mettere in ordine.
Io bambina, io donna, io madre, io ragazza, io...
Arrivai al prato, verso il fiume.
I papaveri erano nati, inconsapevoli della loro bellezza, della loro fragilità.
Un giorno e moriranno, ma per quell'unico giorno saranno luce di fuoco nel verde.
Sarei arrivata in fondo alla strada?
E tu dov'eri?
Perché non eri lì, con me?
Io e te e i nostri fantasmi nell'estate mancata.
Tutt'attorno a noi il silenzio dei papaveri e l'aria sospesa.
- Io senza non vivo più.
Senza il sole,
senza il vento,
senza l'aria,
senza l'erba,
senza te,
io non vivo più -