Era una casa abbandonata da qualche anno ormai. Un tempo era stata abitata da una donna strana, tutti la chiamavano "La matta". Ma io lo sapevo che non era matta, era semplicemente diversa dalla maggior parte delle persone e a me e D. piaceva proprio per questo.
D. era mio amico, il mio più grande confidente, il compagno dei miei giochi d'estate. Abitava nella cascina vicino a casa nostra, non amava molto parlare, ma io sapevo che aveva in sè luci mescolate a ombre, luci che a tratti si vedevano, nei suoi occhi scuri. Se dicevi un segreto a D. potevi starne certo, il segreto era in buone mani, al sicuro da tutti.
D. all'inizio non voleva che in paese si dicesse che giocava con me che ero una femmina, poi però lentamente, giorno dopo giorno, si arrese. I nostri giochi e le nostre avventure lo appassionavano e lui, ogni pomeriggio, fischiava al di là del cancello e io lo raggiungevo, felice.
Fu in quell'estate che noi la conoscemmo.
La casa di Ester, la matta, era fuori dal paese, nei campi di grano.
Un giorno decidemmo di raggiungerla per spiarla.
- Vediamo cosa fa, magari è una strega - bisbigliai. Ci acquattammo dietro un cespuglio di rose canine e restammo un po' in attesa.
Ester uscì, era vero che era diversa dagli altri. Aveva un vestito lungo a fiori, i capelli bianchi, folti e selvaggi sulle spalle e giocava con delle farfalle blu come la notte.
Io e D. restammo per un po' a guardarla a bocca aperta.
Ester ci mostrava un mondo che non conoscevamo e ne eravamo affascinati.
- Cosa fate lì dietro? Uscite che vi ho visti! -
Era inutile fingere con lei, uscimmo dal cespuglio. Ester ci guardò come nessun altro aveva mai fatto, aveva negli occhi un bagliore lontano.
- Volete un the? -
Diventammo amici. Ester dipingeva quadri dai colori misteriosi, laghi, montagne, colline che non aveva mai visto, ma erano tutte lì, nella sua mente, più reali della realtà.
Ester aveva amato un uomo che non era mai stato suo e per questo i suoi gesti erano come sospesi e il suo cuore era ferito, ma decise di dipingere e la sua ferita fiorì.
Io e D. eravamo ammaliati da lei.
Lei ci mostrò chi eravamo. D. aveva una voce che incantava, io sapevo inventare storie. Lei ce lo disse e noi scoprimmo che non eravamo solo due inutili ragazzini del paese.
Ci svelò l'arte.
Quell'estate la passammo in gran parte con lei, lei recitava con noi, io costruivo le storie e poi insieme mettevamo in scena le nostre avventure. Oppure ci faceva dipingere e i miei erano quadri di luce, mentre i paesaggi di D. erano spesso ombrosi, abitati da creature oscure.
Fu un'estate indimenticabile. Poi arrivarono le piogge. Ricominciò la scuola, non andammo più da lei per i lunghi mesi invernali.
La neve aveva coperto i campi. Tutto era bianco e tutto era silenzio.
In primavera sentii il fischio, era tanto che non vedevo D.
Era cambiato e forse lo ero anch'io, ma la voglia di vedere Ester era intatta per me e per lui.
Ricordo tutto di quel giorno. Le farfalle blu volteggiavano da sole, la porta era aperta.
La chiamammo. Nessuno rispose.
C'erano due tazze di the sulla tavola. E poi solo il silenzio.
Lei non c'era, era sparita.
Svanita nell'aria come le sue farfalle.
In paese si parlò a lungo della sua scomparsa, la sua casa restò abbandonata.
Diventò la casa delle farfalle. Erano di qualità diverse, si ritrovavano tutte lì, avevano sulle ali i colori notturni e luminosi dei quadri di Ester.
Io e D. andavamo a trovarle e le guardavamo incantati, immersi nei loro voli.
Lo sapevamo, lei ci aveva cambiato la vita. Lo si vedeva dai nostri occhi e dai nostri gesti.
- Un giorno comprerò questa casa - si ripromise D.
- E tu sarai sempre la benvenuta -
Ci abbracciammo e restammo così a lungo, in mezzo ai colori tutti attorno a noi.
Giocavamo con il ghiaccio, quell'inverno. La neve diventava il nostro sfogo preferito. Le mani nel bianco, il sorriso di Lena e le canzoni che ci cantavamo per non sentire tutto quel silenzio assordante e crudele.
Correvamo fino alla fine della via, questo ci era concesso.
La neve sotto le nostre scarpe, come un dolore attutito.
Io e Lena su e giù, fino allo sfinimento, vinceva chi resisteva di più.
L'alito fuori in nuvole leggere, la mascherina bagnata, le nostre madri che ci guardavano dalle finestre, le luci accese nelle case, come fortezze lontane.
Volevo sfinirmi per non pensare.
Non pensare ai segni che mi aveva lasciato quell'anno. Ferite interne che non guarivano, perdite, silenzi colpevoli da chi credevo amico, bombe carta sulle mie favole. I miei personaggi erano volati via, tutti nell'aria come inutili fantocci. Senza anima.
E Lena come sostegno.
- Non ti fermare - mi diceva - O vincerò io! -
La via deserta, la neve fuori e dentro di noi, il mondo impazzito e le nostre mani a reggerci, per non cadere, per non cadere più.
sto per cadere, ma so che qualcosa di te sarà per sempre in me.
Un germoglio che è cresciuto nel tempo (sferzato dalla pioggia dell'inverno, sopravvissuto all'aridità dell'estate) è qui, dentro di me, ancora forte, ancora vivo.
Ogni giorno combatto e spesso perdo, ma so che ci sei.
Il corpo si sgretola lentamente, in quest'autunno che fa paura.
Donne, uomini, bambini,
tutti alla deriva
prigionieri di qualcosa di invisibile.
Donne
uomini
bambini
E io e te, con le catene ai polsi e la bocca nascosta,
La casa delle maschere era una costruzione solitaria, in cima alla collina.
Lì abitava Josef, un uomo bizzarro che sapeva essere più persone contemporaneamente. T'incantava con il suo tono ora suadente, ora allegro, ora perduto e dannato.
Josef era un attore, ma la sua carriera era in declino, era anziano, gli affidavano soltanto alcune parti minori in qualche rappresentazione teatrale.
Dava lezioni di recitazione, per questo l'avevo conosciuto quell'estate.
Appena entrai nella casa delle maschere mi sentii a casa, come se avessi ritrovato una parte di me dimenticata.
La mia infanzia, mio padre, qualcosa che si era inabissato per sempre.
Josef mi mostrò le maschere di legno appese alle pareti.
C'era l'uomo drago spietato e crudele, c'era il padre comprensivo e attento, c'era l'amante con sfumature rosse al tramonto, c'era il diavolo, un volto nero senz'anima.
Amava indossarle perchè temeva se stesso, temeva di guardarsi per quello che era. E forse non si piaceva, forse si disprezzava.
Ecco che allora cambiava la voce e diventava il saltimbanco, il teatrante di strada e io sorridevo e lui anche.
Gli piaceva la mia volontà, la mia tenacia e gli piaceva la mia purezza.
Volevo essergli amica, volevo accompagnarlo, dargli la mano. In mezzo alla corruzione di quei giorni trovava tutta questa luce insolita e ne era attratto.
Talvolta percepivo un filo luminoso che mi collegava a lui, anche quando non lo capivo e le sue recite mi sembravano crudeli o oscure.
Non ero la sola allieva, eravamo in cinque, ma io ero quella che più si ribellava al suo silenzioso dispotismo.
Per questo lui mi guardava con curiosità e so che segretamente, in una parte nascosta di sè, mi voleva bene.
Le lezioni finirono, iniziava l'autunno. Temporali improvvisi e violenti allagavano il giardino della casa, osservavo le gocce d'acqua che scivolavano sui petali delle rose e piangevo, senza motivo.
Dovevo tornare a casa, dovevo crescere, abbandonare i miei sogni, accettare il primo lavoro che mi avrebbero offerto, dimenticare la magia?
No. La magia sarebbe rimasta per sempre dentro di me, come una luce costante, in fondo alle pupille.
Josef mi accompagnò alla porta, aveva un sacchetto di carta in mano, me lo porse. Era la maschera più oscura, la maschera nera del diavolo.
- Portala via, disse
- Non m'interessa più, fanne ciò che vuoi -
- Ne costruirò altre, più belle -
Sorrise dolcemente.
- Grazie - dissi. E mi sentii leggera e pesante al tempo stesso, come la pioggia in quel momento.
Non aprii l'ombrello, non ce l'avevo.
Me ne andai sotto l'acqua, lasciandomi bagnare, lasciando che si bagnasse anche la maschera nera.
Arrivata a casa riabbracciai i miei fratelli, i miei genitori.
E mostrai loro ciò che mi aveva lasciato il maestro Josef.
Ma il nero se ne era andato via, era tornata di legno, non mi avrebbe fatto male, non avrebbe fatto male più a nessuno.
I miei fratelli vollero dipingerla. Diventò la maschera del destino, con tracce di cielo e di stelle cadenti.
Quando l'indossavamo la nostra voce cambiava, e si alzava sempre il vento.