giovedì 10 aprile 2014

La ballata dei pazienti

Balliamo in reparto. Abbiamo messo le canzoni dei Beach Boys e ridiamo, guardandoci negli occhi come solo chi ha poco da perdere sa fare.
Balliamo e non importa se siamo malati, ce ne infischiamo della nostra malattia, che vada al diavolo.
Serena non sa quanto le resta, ha già perso tutti i capelli e non è la prima volta.
Serena ha luci di bosco negli occhi, mi dico che sono stato un pazzo a non accorgermene.
Io ho il cuore che non sempre mi segue, a volte se ne va per conto suo, galoppando nel vento.
Poi c'è Dario che ha perso entrambe le gambe eppure ancora sa andare in moto, se si concentra vede i paesi e i campi che si susseguono, come un tempo.
Balliamo ed è primavera anche per noi, prigionieri del nostro corpo così fragile.
Se mi spezzo non importa, se mi spezzo io so che ci sono stato e che ho tentato fino alla fine.
E allora tutte queste parole non avranno più alcun significato.
Balliamo in Medicina 2 e la dottoressa S. ci osserva con un sorriso d'invidia e rammarico.
- Venga anche lei! - le dice Dario che sa danzare benissimo in carrozzella, muove le ruote come se fosse sul surf.
Percorriamo tutto il corridoio con la musica dentro di noi.
Forse un po' più in là si arriva alla spiaggia.





giovedì 3 aprile 2014

Salvia e sostanza

Io e te, ragazzi cresciuti, invecchiati per l'amore che abbiamo dato. Io e te, bruciamo giorno dopo giorno e siamo legno ancora verde dentro.
Ti credevi morto?
Ti credevi sostanza secca?
Ti sei sbagliato fratello. La salvia cresce nel giardino, là fuori.
Le sue piccole foglie nuove sono bagnate da gocce blu.
Era la pioggia di questa notte, non l'hai sentita?
Io sì. Mi sono affacciata e ho visto il cielo cieco. Le nuvole si muovevano fuori dalla nostra casa e aprivano le braccia come per avvolgerci, proteggerci nel loro gelo.
E poi le gocce, fredde, sui tulipani, sui giacinti sfioriti, su di me.
Avrei voluto parlare alle nuvole, ma se ne sono andate. Mi hanno lasciato solo il ricordo dell'acqua addosso.
Io e la salvia.
Non avere paura di me e dei miei incubi. So risorgere ogni volta dalle mie assenze.
Fratello, ascoltami, cucinerò per te queste foglie turbate e dimenticherò tutto, un'altra volta.



                                                Disegno di Milena Poggio



giovedì 27 marzo 2014

I giorni bianchi

Angela vorrebbe avere delle ali grandi. Delle ali per saltare giù dalla finestra. Il cielo è così terribilmente bianco, non può più sopportarlo. E perché poi dovrebbe?

Angela ha un camice verde ed è nuda sotto. E' quasi pronta per farsi tagliare un'altra volta?

Angela non sa più quanti anni ha. 25? 40? O forse cento. Ormai sono cento sì, perché ha sentito troppo male. Eppure si ostinano, i dottori, i suoi parenti, i suoi amici, tutti si ostinano a dirle cosa deve fare.

Angela ha ancora voglia di volare. Vorrebbe vedere i tetti delle case, deformati dalle gocce di pioggia, vorrebbe vedere il fiume, le colline erbose, vorrebbe vedere ancora le margherite aprirsi piano all'alba.

Angela si volta e guarda Sara. Anche lei ha le ali, solo che non si vedono, sono nascoste dal lenzuolo.
- Ce la farai - le dice.
- Ce la farai anche questa volta -
Angela sorride e trema.
Apre la mano e trova erba fresca sul palmo.



venerdì 21 marzo 2014

Torino non è per tutti

C'era una volta una città cresciuta ai piedi delle Alpi.
Era una città dai muri neri, le case avevano occhi stanchi, osservavano le persone camminare e qualche volta sussurravano, raccontando aneddoti che risalivano all'epoca d'oro della loro vita.
C'era una piazza enorme dai portici bianchi, perfetti nella loro geometria. La piazza si affacciava sul grande fiume e sulle colline. Talvolta, passeggiando lì, ho avuto la sensazione di scivolare in una sogno liquido e trasparente. Io, gli amici, i lampioni con la loro luce blu, la chiesa della Gran Madre come un'ammonizione.
Se conti fino a cento ti salverai, se conti fino a mille non cadrai nel fiume.
In effetti si rischiava sempre di perdersi. C'era una discesa verso l'acqua, i gradini erano bui, pensavi a nulla mentre li facevi, piccoli passi verso l'inferno.
I Murazzi erano un luogo incerto: tra la trasparenza della realtà e l'opacità del sonno. I Murazzi erano tane scavate nella pancia della città ai confini del Po. Di giorno dormivano, di notte vivevano.
Il monte dei cappuccini era una scoperta, ogni volta ti stupivi che fosse lì, così puro come la luna, una luce inspiegabile nel nero della collina e della notte. E poi all'alba i gabbiani iniziavano a gridare e tu capivi che era tardi, che quella parte di Torino ora si stava addormentando dolcemente.






Anche la Mole è un luogo onirico.
Già da fuori ti rendi conto che è eccessiva: un edificio con un'unica guglia protesa verso l'alto, schiacciato dagli altri palazzi. Dentro la Mole ha una grande pancia rossa, migliaia di frammenti di sogni altrui nuotano nell'aria. Ombre e luci, voci e musiche. Pesci multicolori e nuvole, sorrisi di donne e sguardi di uomini. E' un labirinto.

Torino ha tante facce. Questo è solo un angolo della grande città silenziosa. Non è per tutti, perché non tutti hanno voglia di ascoltarla e di guardarla per quello che è realmente.
Il sole si alza. I volti immobili scolpiti sulle pareti delle case aprono gli occhi. Non hanno pupille, ma ti osservano.








venerdì 14 marzo 2014

due donne

Proserpina

Perdonami, se puoi,
fratello ingrato.
La mia prigione è intatta.
Io sono ancora qui, ma coltiverò piante rampicanti, tralci di vite, per evadere.

Mi arrampicherò sulle loro foglie,
nel silenzio dell'addio.

Non potrò voltarmi.

Solitaria Proserpina
emigro dagli inferi.



Selene

Se qualcosa, se qualcuno, se io, se tu.
Se le nuvole nel cielo, se i fiori, se le stelle.
Tutto precipita e brucia.
Tutto secca e muore, Endimione, figlio degli uomini, io vengo da una stella vecchia e opaca.

Tu, fratello, giochi con le emozioni.
Tu ami lasciare sospese le tue amanti.
 Io me ne vado.
Rientro nel mio buio.
Mi rintano nella cuccia di terra secca.
Mangio margherite, ricordandoti.





venerdì 7 marzo 2014

canzone nera e blu

Tu non ci sei più
a nulla valgono le mie parole,
così fragili, così ingenue.
Tu non ci sei più.
Non puoi più sorridere delle tue sventure,
non puoi più dire che va tutto bene,
non puoi più fumare, fregandotene dei consigli.
Non ci sei per me
non ci sei per lei,
non ci sei per tutti gli altri.
Eppure talvolta ti sento,
in un vago sussurro,
nel ricordo della tua voce,
nel ricordo del tuo sguardo,
diverso perché era il tuo sguardo.
E non importa se non sei più qui,
hai lasciato qualcosa dentro di me.
E non importa se non eri perfetto,
eri tu.
Non ti avrei mai cambiato per nessun altro.
Si aprono i fiori,
anche questa volta senza di te.
Si aprono i fiori,
forse già lo sai,
perché ci sei dentro,
sei parte di questa maledetta primavera.






giovedì 27 febbraio 2014

La perfezione del vetro


Marlene si guadava nel cielo. 
Le stelle, limpide e ghiacciate, riflettevano la sua luce. Lei sapeva che le stelle piangevano, talvolta, mentre giravano lente. Le aveva udite. 
Marlene amava troppo Peter. Così si rinchiudeva nell'armadio di legno. Respirava piano il suo silenzio. E si inventava nenie e filastrocche per non pensare.
Peter, forse, non aveva cuore. 
I suoi occhi erano dolci, in certi istanti. Erano occhi di daino.
Ma quando fuggiva Marlene si sentiva sola e dispersa. Si aggirava per la città con una rapidità non sua, la voce le diventava dura, lo sguardo opaco. 
Vedeva i piccioni morti agli angoli delle strade. Le nuvole cadevano in fili bianchi dal cielo. E il sole era il grande ragno. 
Marlene non avrebbe voluto amare così, troppo amare era morire. Si specchiava nei bicchieri di cristallo, la sua faccia si allungava. Il vetro era liscio. Marlene avrebbe voluto essere vetro. Essere libera. Essere muta, sorda, cieca. Essere pura e vuota, come i calici nella sua credenza.







venerdì 14 febbraio 2014

I sogni di allora, i sogni che ho ancora

Diario Immaginario 2003


Lettera a Lorenzo

Sogno...
Una casa con un piccolo orto e le nuvole in cucina e nel corridoio, che si rincorrono.


Sogno
una bicicletta scassata con le ali al posto dei pedali.

Sogno
un prato pieno di violette umide, un prato intero per potermi rotolare con te, a lungo, gridando e piangendo.

Sogno 
una stanza con un tavolo. Un foglio pieno di favole da raccontare.

Sogno dei figli: una bambina con le lentiggini, un ragazzo che ama il calcio e tutti i popoli oppressi del pianeta.

Sogno
un giorno di giustizia, un mattino di sole, con le rondini che disegnano poesie nel cielo. 

Sogno la mia infanzia: mio padre e mia madre che si baciano, da giovani. Mio padre che corre, mia sorella da piccola che impara a parlare.

Sogno di invecchiare guardando i fiori crescere.
Sogno di amare
amare
amare
con tutta la forza,
senza risparmio.

E tu cosa sogni?
Scrivilo...




venerdì 7 febbraio 2014

Sono nel vento

Dove se ne andranno tutti i miei ricordi, tutte le immagini che ancora conservo dentro di me... Dove vanno quegli istanti, importanti e unici, solo per me. Dove saranno?
Nel vento di febbraio, nel cielo così sterminato che fa paura. 
La luce in quelle mattine d'estate, l'ombra dei piedi da bambina, il profilo dei miei genitori in controluce, il filare dei peri, il cancello di ferro scrostato, il volo obliquo delle rondini. Nel vento... Finiranno nel vento.

Vorrei raccogliere gli istanti di poesia di chi non c'è più, di chi ho amato. Inventare una favola su di loro, per non lasciarli soli, con le gocce di pioggia dietro i vetri.







venerdì 31 gennaio 2014

La luna di Kate



Kate guarda il cielo. Di notte. Di giorno.

Kate abita in un paese a Nord. La neve si ferma sulle case, sugli alberi, per molti mesi. La neve è parte del piccolo paese. E’ una continua, multiforme, presenza.

Kate ha 11 anni. Sta ferma nel campo di suo padre e osserva i gabbiani partire. I gabbiani partono sempre.

I gabbiani sanno morire.


- Bisogna zappare!- dice suo padre. Ha la barba grigia e occhi castani piccoli, nascosti dalle guance.
- No! –
- Kate! –
- Ti ho detto di no! –
- Kate! –

La bambina scappa. Attraversa il prato coperto di bianco ghiacciato. Il fumo esce dalle sue labbra. Non c’è altro che bianco tutt’intorno e il paese è stato inghiottito dal grande silenzio. Kate vuole raggiungere il mare e poi vuole salpare. Partire per sempre.

Suo padre non l’insegue. S’inginocchia nella neve e abbassa il capo.




- Dove vai Katyusha! – grida la vecchia Hester. E’ vestita tutta di nero e i suoi occhi sono verdi come quelli dei gatti.
Kate non risponde, continua a correre.




Il mare è agitato. E’ blu come un cielo capovolto, ma senza nuvole. Kate corre fino al Grande Faro. Bussa alla porta rossa.

- Aprimi Jean! – grida. Le sue mani non si possono più muovere. Sa che se avesse aspettato ancora un po’ sarebbe diventata una statua di ghiaccio. Il paese ne è pieno. La porta di legno pitturato si apre. Kate sale le scale a chiocciola mentre i ragni canterini la guardano. I ragni canterini sono insetti che non fanno la tela. Quindi non sono veri ragni. Ma se li ascolti attentamente bisbigliano strane nenie:

- Non puoi partire… - le dicono
- Non puoi attraversar il mare –
Kate li guarda.
- Siete solo stupidi, stupidissimi ragnetti! –

I ragni tacciono.
E poi non hanno occhi.

- Che cosa succede?- E’ Jean, il guardiano del Faro. Ha la barba nera, folta, e gli occhi da lupo.
- Domani parto! – esclama Kate. Ha lo sguardo dorato e le sue lentiggini sembrano stelle in un cielo pallido.
- Devi solo nascondermi per questa notte Jean, ti prego! –

Jean annuisce.

Il mare sotto abbraccia il Faro. Kate sorride.



Kate non è mai scappata da casa. La notte è sempre stata nella sua stanza di legno a respirare gli odori familiari della sua terra. Ora è notte e tutto è nuovo. Jean le ha dato una coperta rossa e Kate si nasconde. Il cielo è infinito dal Faro. Si vedono le costellazioni, fili d’argento uniscono i puntini d’oro. Quando si muovono fanno rumore. Kate si tappa le orecchie. Perché le stelle gridano.
La notte è spaventosa.
Il mare poi è nero. E’ come un grande polipo liquido. E’ un animale crudele e spietato.

- Dove sono i gabbiani? – grida Kate.
Jean si volta e la guarda.
- Dove sono? –
- Dormono –
- Voglio tornare a casa! – mormora la bambina.

- Ora no, ora non puoi… All'alba, forse. Ora c’è lei – e Jean indica la luna che sorge lenta ed enorme dal mare.

La luna ha un grande viso pallido e corroso dall'acqua e dal vento. La luna non ha occhi, come i ragni. Ma canta. E’ una voce nota. Kate non la dimenticherà mai. Viene dal suo passato.

- Non è ancora il tempo – dice la luna.

Kate sorride e abbraccia il suo amico Jean. Il grande viso antico si alza e sparge nel buio la polvere d’argento.
- La luce – mormora Kate.
- C’è ancora la luce –

La notte non è eterna.
Presto arriverà suo padre.