venerdì 14 agosto 2015

Perchè ti ostini a scrivere, quando nessuno legge più

Perchè ti ostini a scrivere, amica. Nessuno legge più di 20 righe ormai, la frase si è frantumata, il romanzo è morto.
Perchè ti ostini a perdere ore, giorni, momenti preziosi della tua misera vita, per creare universi paralleli, personaggi dall'incerto sorriso, avventure fatte solo di parole?
A nessuno importa.


Forse è così, ma scrivere è per me conservare il pensiero. In un mondo caotico, fatto di immagini in successione sempre più vorticose, io scrivo per ritrovare la memoria. La memoria del tempo, la memoria dei miei ricordi remoti, la memoria di chi ho amato e ora non c'è più.


Scrivo per non perdermi, in questa realtà fatta di storie vissute e subito buttate, scrivo per ritrovare la quiete in tutto questo rumore.
Scrivo per non dimenticare, per fermare sulla carta ciò che temo di perdere, ciò che sono e che ero.
E per raccontare una leggenda, una favola.
Triste, incompleta, beffarda.
Parla di me e di tutti i miei amori perduti.
Tu sai che è così. Gli uomini hanno bisogno d'incanti e di sogni; alcuni dipingono, altri fotografano, altri ancora recitano. Io scrivo. Non è il mio lavoro, non lo faccio per denaro, lo faccio perché da sempre invento storie, fa parte di me.
Allora siediti qui, e ascolta, ancora una volta, questa fiaba, cieca e muta. Le immagini verranno da te e anche le voci, nessuno te le suggerirà.
Fa parte del prodigio.

Volta la pagina.

Ecco,

tutto ha inizio.





lunedì 27 luglio 2015

Canzone rosa d'estate

Salva il tuo destino,
lascia il tuo dolore,
trasformalo in forza; 
così non ti perderai, 
così potrai camminare,
in pace, 
insieme al vento.

Salva il tuo destino, 
ascolta la sua voce, 
dolce e per sempre giovane, 
abbraccia l'aria, 
accarezza l'erba,
le foglie dell'edera,
dei gerani, 
del rosmarino.



Salva il tuo destino, 
sorridi, come faceva lei, 
anche sotto la pioggia,
incessante, 
maligna.
Lei sapeva scrollarsi di dosso
le paure; 
era incantevole, 
così piccola e luminosa,
in tutto quel nero.

Salva il tuo destino, 
guarda dentro al buco
scavato nella terra,
non sarà troppo dolorosa 
la caduta; 
l'hai fatto tante volte, 
tu sai come si precipita, 
giù,
ancora più giù.
E il dolore avrà la forma
di chi ami, 
di chi se ne è andato.
E la mancanza avrà 
il suo volto, 
la sua voce.


Salva il tuo destino, 
torna alla sorgente, 
là dove l'acqua è più fredda, 
là dove la sua storia è iniziata.
Bagnati il viso, 
lascia asciugare le gocce
sulla pelle,
sotto al sole.

Salva il tuo destino, 
guarda in alto, 
amando quegli istanti
di bellezza; 
capitano ogni giorno 
e tu lo sai.

Salva il tuo destino, 
ricomincia a inventare
la tua leggenda immaginaria; 
loro entreranno in te, 
diventeranno la tua 
piccola, 
amara, 
storia d'amore.


mercoledì 1 luglio 2015

La senti amore questa onda che viene e va e ci entra nell'anima

  


Buon compleanno,
in questi giorni amari di perdita. Buon compleanno a te, perdona la mia debolezza. So che insieme saremo più forti. Affronteremo tutte le tempeste, supereremo le sabbie mobili, i pantani, le nebbie della monotonia. Insieme a tutti coloro che abbiamo amato e che ora ci accompagnano in silenzio. Non abbiamo paura dei fantasmi, io e te. Perché siamo precipitati troppe volte; il fuoco brucia e lascia delle tracce sulla pelle e negli occhi. Ora, con questo nuovo dolore, andiamo avanti. Stupiti dalla violenza dell'amore, amore che sopravvive anche dopo la morte.
L'amore che strappa via ogni timore, l'amore che resiste, l'amore che ti brucia dentro ogni cosa; l'incendio dolce e terribile delle immagini felici, immagini che adesso sono graffi interni.
Entriamo nell'acqua ora, laviamo queste ferite, non importa se fa male. La vita è così maledettamente bella, così dannatamente fragile. Vieni, ora tutto passa, ora. Il cielo, l'acqua, il deserto, la pioggia, le mani, il suo sorriso, tutto passa. Eppure tutto resta.






venerdì 19 giugno 2015

Stella bianca nella notte d'estate

Stella bianca nella notte d'estate,
tu sei bagliore nel mio silenzio.

Stella, tu mi parli con una voce che conosco,
dolce, facile al riso,
una voce di ragazza, più che di donna,
una voce di bambina cresciuta in alto, tra le vette.

Raccontami allora la sua storia,
stella,
raccontami di quell'infanzia, perduta tra le rocce più alte,
con sua sorella e il bambino dai capelli rossi,
raccontami del cielo,
immenso sopra di lei,
così piccola, così forte.

Parlami di quei giorni di nuvole e pioggia,
sui prati,
delle corse fino a non avere più fiato,
su, fino alla cascata, dove l'acqua scava e non si ferma.

Parlami dei pomeriggi nella grande città,
dei suoi vent'anni, della sua incerta scoperta del mondo,
e poi dell'amore,
tu lo sai e brilli con violenza.
Dell'amore.

Gocce sugli aghi di pino,
istanti vissuti,
perle,
sorrisi,
abbracci.

Dimmi, quanto tempo ci è rimasto per tutto questo,
stella.
Tu conosci il segreto di questa magica e dolorosa storia:
vivi ogni istante, 
questo mi dici.
Vivi con gioia ogni momento.
Ascolta il rumore dell'acqua,
chiudi gli occhi,
assapora il ritmo del tuo respiro,
ammira il tuo corpo,
così unico, così tuo.
Ama senza risparmio, senza tregua.
Credi fino alla fine alla promessa di un mondo migliore,
realizzala,
per quel che puoi,
per quel che sai,
con i tuoi mezzi.

Nuota, ridi, piangi,
immergiti nell'acqua e ritorna su,
più viva dopo il pianto,
più vera, perchè hai visto l'abisso.



Stella bianca nella notte d'estate,
tu vuoi cantare questa canzone,
così tragica, così incantevole.
E io non farò altro che ascoltarti,
aprendo le mie povere mani vuote,
afferrando l'aria,
imparando le rime
così tanto attese.

Stella, ora vedo il tuo viso,
è un volto di donna,
di ragazza,
di bambina.

Io conosco il tuo nome.










lunedì 25 maggio 2015

Bere non serve

Bere non serve, quando la notte finisce nel bicchiere, ed è troppo tardi per smettere.
Voi agite sempre con così tanta precisione, voi, lasciatemi perdere, io non sono per i vostri quieti salotti. Io sono fatto per sognare e piangere, per ridere forte, se mi va. Sono fatto per inventare storie in cui si parla di Dio e della debolezza, mia e degli altri. Voi snobbatemi pure, io continuerò a cantare queste canzoni d'amore senza speranza. Io cammino con i miei morti, con loro non sono mai solo.
Loro mi parlano del confine del mondo, mi parlano dei tramonti rossi d'incendio, del mare capovolto, così profondo e verde. Loro mi parlano dei fiori quando si aprono all'alba.
E dell'ingiustizia, del sangue sulle strade, dei corpi affondati.
Bere non serve, eppure non ho più lacrime.
Bere non serve, perché non si può dimenticare tutto questo.
Il mio fallimento, la mia povertà.
Datemi una chitarra, un momento effimero di gioia, un giro di accordi, per sorridere ancora, questa sera.

 Alice Pasquini 



martedì 5 maggio 2015

Ti regalerei il sapore delle mele selvatiche

Amica, ti regalerei,
i giorni migliori di maggio,
i petali delle prime rose,
i cieli sconfinati dell'infanzia,
le corse verso la collina,
quando il sole scivola verso l'orizzonte.

Ti regalerei,
il sapore delle piccole mele selvatiche,
quelle raccolte dall'albero,
quelle rubate.

Amica, sorella,
ti regalerei
ogni istante vissuto della nostra storia,
così dolce, così amaro.

Ti regalerei
una favola ingenua,
in cui il male perde
e il bene trionfa su tutto.

Ti regalerei
i ricordi di quelle sere estive,
in cui parlavamo
dei nostri uomini,
e ridevamo di loro
e dei loro limiti.

Ti regalerei
tutta la speranza del mondo,
per poter affrontare questa salita,
senza avvertirne il peso,
senza sentire male.

Ti regalerei
la gioia che ora non ho,
la forza
che ho perso,
ma che voglio ritrovare.

Buon compleanno,
amica mia,
so che mi capirai,
se vedrai le mie mani vuote;
voglio portarti a vedere le lucciole
lampeggiare nel canale,
voglio ridere con te,
come allora,
quando il vento  non ci faceva paura.





venerdì 17 aprile 2015

Genova 2001. Storia di un'utopia interrotta

Ritornare a credersi popolo?
Per noi che siamo figli di un sogno fallito.

Stanchi dei vostri show
partiamo su un treno blindato, veloce,
verso il deserto.

(Luglio 2001)



Io c'ero a Genova, in quell'estate rovente del 2001. Avevo 26 anni, la vita in bilico e la continua voglia di cambiare le cose.
C'ero a Genova, perché credevo in un mondo migliore, più giusto, più equo; perché pensavo che non fosse normale blindare una città per un summit; c'ero a Genova  perchè pensavo che quello fosse il momento perfetto, lì la mia generazione stava concretizzando il mutamento. Non più gli otto grandi che si siedono alla tavola imbandita per decidere le sorti del mondo e gli altri costretti a tacere, dietro la linea rossa. Di colpo, tutto sembrava possibile.
Poi uccisero un ragazzo. Noi partimmo lo stesso, era il 21 luglio, sabato, il giorno dopo quella morte. Eravamo tantissimi, ma avevamo paura. Molti genovesi ci salutavano, erano con noi. Eravamo tutti così giovani e avevamo negli occhi la luce calda dell'estate.
Il cielo però era troppo azzurro e gli elicotteri volavano sopra di noi.
Ci stavano riprendendo, ci stavano filmando.
C'erano anche dei blindati, come a Baghdad. Noi avevamo solo la nostra voce e i nostri corpi.
Sul lungomare il corteo si interruppe, c'erano stati degli scontri, la polizia ci bloccò, Noi alzammo le mani. Poi iniziammo a arretrare, più avanti c'era una carica. L'aria satura di fumo, il suono acuto delle sirene. Il sangue che pompava nelle orecchie. Corri, corri. Mi dicevano. Non fermarti. Avevo freddo, era una guerra e non me n'ero accorta,

Il giorno seguente dovevo lavorare in libreria, per questo non dormii a Genova. Quando scoprii cosa era accaduto alla Diaz e poi a Bolzaneto, piansi.

 Alcuni sostenevano che ce lo eravamo meritati, che eravamo andati in cerca di guai. Molti non capirono cosa stava succedendo. Molti ci condannarono.

Ora la storia ci insegna che alla scuola Diaz non c'erano i Black Bloc, che qualcosa non funzionò in quei giorni abbaglianti e sconvolgenti.

Forse non è troppo tardi per rileggere quella pagina, per ripensare a quei sogni di giustizia e uguaglianza per tutti i popoli del mondo, per riguardare quelle mani alzate verso il cielo, come una resa, il segno di un'utopia interrotta.


giovedì 2 aprile 2015

La tana del coniglio bianco

Sono fatta di sole e silenzio. La pelle disidratata dall'attesa di un segno. Quanti giorni asciugati, aspettando una risposta.
Mi sento inadeguata, mi sento imperfetta.
Una crisalide che non avrà mai le sue ali.
Osservo il mondo, ma la mia vista è appannata, confusa, distante.
Voi potete anche parlarmi, ma io non vi ascolterò.
Perché non posso ascoltarvi.
Le mie storie sono nel vento, frammenti di me, frammenti di altri mondi in cui ho vissuto per pochi istanti, eppure mi hanno segnato per sempre.
Io sono stata prigioniera di quelle pagine, ma in fondo a chi importa?
Cado giù nella tana del Bianconiglio. Ogni volta è così doloroso, ogni volta perdo qualcosa di me e non so se sia giusto.
Porto i segni di quelle cadute, lividi, ematomi, ferite ancora aperte.
Cosa vedrò questa volta?
Io sono pronta.
Conto fino a tre e volo giù.

    Jean-Claude Bélégou



La tana è un labirinto verticale, non si precipita troppo velocemente, si riesce a sentire il rumore dell'aria mentre cadi.
Piccole mensole scavate nella terra contengono i ricordi di una vita o forse di molte vite.
Le fotografie incorniciate di uomini e donne sopravvissuti alla guerra. Lo sguardo lucente e ingenuo dei vent'anni.
E le storie di mio padre e mia madre, il 1968 e poi la distruzione dell'utopia.
La solitudine della nostra infanzia segreta,
l'adolescenza viola,
l'epoca della fuga.
Chi potrà ascoltare queste parole?
La tana è troppo profonda.
Credo che non arriverò mai alla fine di questa storia.




venerdì 20 marzo 2015

La morte del libro

Pubblichi quindi esisti.
Pubblichi e il tuo ego cresce e si autoalimenta.

Non pubblichi, quindi non ci sei.
Non pubblichi, eppure le tue storie vivono in te,
i tuoi personaggi combattono le loro battaglie,
dentro parole luminose
e pause dense di ombre.

Ma per gli altri non ci sei.
Non sei stato abbastanza bravo,
non hai saputo vendere i tuoi sogni,
puoi anche tacere,
grazie
e arrivederci.

L'editore, in fondo,
ha sempre ragione
e il lettore non legge più.

Il libro è morto?
Amici, parenti, compagni di avventure,
voi lo sapete?

Certo che no, mi direte.
Il libro esiste,
il libro resiste.

Eppure quante storie profonde e magiche sono state scartate,
giudicate mediocri,
e quante pagine mediocri
sono state pubblicate.

I posteri parleranno di noi?
Per cosa ricorderemo questi anni?
Per le epopee popolari,
per le trilogie sessuali.

Mi dispiace signori,
ma io, allora, preferisco dimenticare.



venerdì 13 marzo 2015

Broken dreams

Aiutaci, Signore dei vagabondi e dei destini infranti,
a ribellarci alle ingiustizie,
aiutaci a essere forti, 
a non cedere alla tentazione dell'inerzia.
A guardare in alto, tenendo il busto eretto, 
lo sguardo fisso verso la meta.
Aiutaci ad essere degli eroi, 
perché siamo stanchi di questa inettitudine.
Siamo stanchi di questa mediocrità, 

Noi non vogliamo più essere usati, 
non vogliamo più far parte del pubblico, 
non siamo più spettatori, 
ma siamo uomini e donne.
Aiutaci a ritrovare la forza e la fiducia, 
per andare avanti, 
contro le correnti avverse, 
contro le piccole malignità,
ignorando i disfattisti, 
uniti perché perdenti, 
uniti perché disperati.

Se gridare non serve più, 
se non serve più parlare, 
allora canteremo, 
camminando, 
pazzi e lieti, 
verso la collina.