Ricordo una strada bagnata dalla pioggia. Il freddo era penetrato nei miei vestiti, la giacca di pelle era troppo corta. Camminavo da sola, avevo lasciato i miei amici per poter vedere lui. La città aveva mille occhi, occhi gialli, dietro le finestre. Il bosco era lì, nella via buia. Una foresta immaginaria cresceva silenziosa attorno a me, dovevo stare attenta. Segui il sentiero, mi dicevo, segui il sentiero.
Il lupo poteva nascondersi dietro un angolo, o poteva pedinarmi, forse era dietro di me. Mi voltai, ma no, non era lì.
Il lupo era dentro di me, faceva parte di me, inutile cercarlo là fuori, nei cortili interni delle case, era così vicino. Acquattato nella mia mente, mi guardava senza poter sorridere. Aveva il mio volto, solo più stanco, per il continuo rincorrermi. Quella notte il lupo mi accompagnò da lui. Come un cane fedele, io, lui e la nostra lenta discesa.
Everything's alright tonight. Fino a qui tutto bene, mi dicevo. Era solo l'inizio della storia.
Forse non è troppo tardi, per perdere ancora.
- Non fai che sbagliare! - mi dicevi. E io scrollavo la testa e guardavo le piastrelle. Vedevo visi senza occhi. Vedevo le ombre, ma non potevo dirtelo.
- Sei strana -
- Sei fuori luogo -
- Sei fuori tempo -
Ma io volevo solo vivere.
I giorni, a volte, scivolano via troppo liquidi, troppo rapidi. Io volevo fermare il tempo, il mio tempo; per questo scrivevo.
Scrivere era vivere il momento, era osservare la venatura imprevista, era ascoltare il rumore della pioggia, le parole che credevo di aver perso.
Ho esplorato le stanze dentro di me, ho aperto alcune porte e mi sono guardata. Io e le altre me, ho pianto per loro, le ho perdonate, le ho ascoltate.
Forse questa festa ha ancora senso oggi. Perché ancora la donna subisce violenze, soprusi, discriminazioni. Perché ancora si pensa che la donna, comunque, deve essere piacevole, deve essere bella. Per l'uomo questo è un attributo non così fondamentale, anzi, l'uomo avvenente spesso viene visto con sospetto.
Paul Veyne, un grande storico dell'antichità, ha una deformazione congenita che ha provocato una gobba sul lato sinistro del volto; ebbene persino lui, erudito, sapiente, afferma che se fosse stato una donna si sarebbe ucciso.
Ha senso riflettere su questi stereotipi che ancora sopravvivono nella nostra così evoluta società occidentale.
Sono cresciuta con un'educazione profondamente femminista. Mio padre diceva spesso che le donne erano il sesso forte, che gli uomini temevano questa supremazia interiore e per questo, nei secoli, avevano sempre cercato di sottometterle. Streghe, schiave, angeli del focolare, ancelle, dame di compagnia, creature a cui veniva insegnata essenzialmente l'obbedienza al padrone, al capofamiglia, all'Uomo.
Questa educazione è entrata in me e mai mi abbandonerà; così, vedere i veli che coprono i volti, la tenacia con cui ancora sopravvivono alcune concezioni irrazionali di supremazia di un sesso sull'altro, mi devastano.
L'8 marzo dovrebbe essere una data da abolire, in via teorica, eppure, in realtà, ha ancora senso, perché ancora dobbiamo lottare. Per quanto tempo ancora, signori uomini, dobbiamo aspettare?
Possiamo toglierci i veli? Possiamo crescere come voi? Possiamo essere libere di parlare? Possiamo andare dove vogliamo? Nessuna religione, nessuna filosofia dovrebbe appoggiare delle discriminazioni di genere. Nessuna scusa, basta.
Mi dispiace tanto, amico mio, ma non ho voglia di perdermi ancora. Ho lavorato troppo a lungo, sono stanca e non ho più voce. Voglio dormire per un po' e forse sognare. Vorrei avere uno spazio tutto per me, ma in fondo non è vero. Non ho tempo per queste cose, potrei piangere a lungo pensando, disegnando le mie città immaginarie.
Lei aveva un sorriso che non riesco a dimenticare, lei è con me, anche quando grido per tornare indietro. Ma no, non si può più. Indietro non si torna, il passato è inciso sulla nostra pelle. Macchie, segni, cicatrici, croci su di noi. A volte piangiamo ascoltando una canzone e vorremmo essere altrove, ma è solo un istante.
Abbiamo bisogno di crescere, di invecchiare, di vedere i nostri figli, come specchi su di noi.
L'inverno è finito.
Non posso sopportare ancora il peso di questo cielo,
così immenso
su di me.
Dammi ancora una possibilità,
amico, fratello
forse potrei ricominciare dai miei pensieri, scongelando a poco a poco le parole, ferme dentro di me.
Ascolta, amore, la favola bella, del tempo capovolto.
Oggi era ieri, ieri era domani.
La favola del mondo nuovo che adesso è già vecchio.
La favola del rancore,
che io non so capire.
Ascolta, amore,
la mia storia. Non parla di uomini potenti, ma di uomini e donne comuni,
stanchi di essere grigi,
di essere dimenticati,
si guardarono negli occhi,
gli uni con gli altri.
Mille sfumature di marrone, celeste, nero, verde.
Perché si erano persi per così tanto tempo?
Cosa erano diventati, infine?
Stranieri a se stessi, non riconoscevano più la loro casa.
Le loro mani avevano scie, solchi di terra,
le loro gambe erano stanche, ma ancora forti.
Si misero in cammino.
Il mondo nuovo, vogliamo un mondo nuovo.
Tenetevi pure tutto il resto.
La neve ha coperto anche i tuoi passi. Una morbida carezza su ciò che sei stato, che siamo stati, insieme. Bianco dovunque, dentro e fuori. Bianco nelle stanze, bianco nei pensieri.
Congelate le tue parole.
Posso guardare per ore le tue foto, tu non tornerai.
Ascoltare i tuoi dischi, vedere i tuoi film, tu non sarai più qui con me.
La neve non parla, il suo silenzio è crudele.
Cancella tutte le case, cancella i contorni.
Gridare non basta.
Lei non ti ascolterà.
Gundega Dege
Ho acceso la tv. Bianco e deserto anche lì. La polvere, le strade, i fuochi, le lacrime di chi ha perso.
Siamo ancora vivi?
Finché possiamo sperare, sì.
Finché
abbiamo
la speranza.
Sì.
Corpi nel ghiaccio, io non so più pensare.
So solo guardare più in là; la strada va avanti. Oltre i palazzi, la nebbia dirada. Troverai una piccola casa di legno, bussa.
La neve ora è azzurra, come nei sogni, quando i colori si capovolgono.
La porta si apre e ci sei tu. Mi dici che la bufera finirà, che questo è un gioco incomprensibile, eppure meraviglioso.
- E' una storia antica -
- Più vecchia di te, di me. E non finirà ora, non finirà con noi. -
- La neve non è crudele - dici - E neanche la montagna, né la terra, né il mare. Gli uomini si affannano e perdono il senso. C'è la luce, basta guardarla, basta ascoltarla. Non è difficile. -
Nei sogni le parole si confondono, gli orizzonti si sovrappongono, ma io non voglio perdermi. Devo tornare a casa, te l'ho promesso.
Troppe volte ho pensato di sapere dove andare, senza curarmi dei consigli, degli avvertimenti. Troppe volte ho creduto di aver ragione, camminando sul bordo del precipizio, ballando e gridando per ore intere. Troppe volte ho sfiorato il confine, bastava un passo e sarei caduta, sfracellandomi le ossa, fermando per sempre la voce dentro di me.
Ho dimenticato troppe cose, troppi volti, troppe parole.
E in questa notte di Natale mi aggiro sperduta nella mia casa invasa dal silenzio, aspettando le luci. Solo il buio dappertutto. Sulle lenzuola, nell'acqua della vasca, sulla tovaglia, negli schermi. Il buio.
Anche se premo l'interruttore, c'è il nero ovunque.
Verso l'alba, un chiarore insolito. Gocce di luce bagnano i miei occhi, scendono giù, fino al mento. Mi alzo. Allo specchio non mi riconosco, un bagliore antico ha modellato l'ombra su di me. Sono più vecchia, ma sono anche nuova, come quando ero bambina.
Bussano alla porta con insistenza. É lui, ha il mio stesso stanco sorriso, anche lui ha visto le lucciole questa notte. - Buon Natale - dice. Ha in mano una rosa bianca ghiacciata, rubata in qualche giardino. Una rosa d'inverno. - Entra. Fa troppo freddo fuori - Vorremmo abbracciarci e dimenticarci della notte feroce su di noi e vivere di splendente mattino, ma ogni movimento, all'alba, è più lento.
Ci sediamo vicini, la rosa d'inverno è davanti a noi, in un vecchio bicchiere di cristallo.
Apparteneva a mia nonna, lei quando suonava il piano sorrideva e piangeva. Lo faceva sempre a Natale.
Le parlo di lei e del Natale della mia infanzia, di tutti quelli che ancora ricordo.
Lui sembra aver combattuto a lungo, ha tracce di sofferenza sotto gli occhi. Troppo nero anche in casa sua.
- Ora sto meglio - dice.
- Adesso non ho più freddo -
Chiacchieriamo a lungo, come due dispersi nella nebbia che parlano per non perdersi.
Due solitari a Natale, in una stanza minuscola davanti a una rosa bianca.
Nevica piano nella mia casa, una piccola casa di bambola. Del nero, adesso, non m'importa.
Ho rotto il vetro, cristalli di ghiaccio su di me,
schegge di sale,
bianco,
azzurro,
deserto,
silenzio,
parole stanche,
in questo mattino d'inverno.
Il vetro tra di noi,
ci separava e io non potevo aiutarti, non potevo.
Io non potevo parlarti,
eri lontana,
eri sorda
eri cieca.
La vostra casa coperta dalla neve,
la tempesta è passata,
è rimasto l'orgoglio,
è rimasta la nebbia,
l'acqua in tutte le stanze.
Boubat
Galleggiare non serve,
sussurrare non serve.
Occorre uscire da lì,
occorre camminare fuori,
sulla strada.
Incontrerai pericoli,
incontrerai ostacoli,
vetrine infrante,
sguardi ostili,
ma sopravviverai,
sei nata in tempi oscuri,
sai cos'è la guerra.
Ho rotto il vetro,
lo specchio è a terra,
non mi riconosco.
Piove quando non capisco. I muri sono trasparenti, ali di libellula. Tutti possono vedermi, mentre mi muovo nella stanza e non sopporto tutte quelle voci. Le voci degli altri si amplificano dentro di me, non posso più ascoltarle. Allora rido, non riesco a fermarmi.
Le altre persone scuotono il capo, hanno negli occhi nuvole grigie, senza spiragli.
Potrei cadere. Il pavimento si inclina, a volte e io mi ritrovo così vicino alla geometrica perfezione delle mattonelle. Esagoni, angoli di 120 gradi, linee che mi attraversano. Io sono un prisma.
Sono solo un oggetto in questo mondo di uomini e donne. Un oggetto imperfetto, che non conosco. Una figura senza sfondo, senza ombra.
E quando piove rimango interdetto da tutte quelle gocce, mi lascio bagnare e provo ad ascoltare il suono dell'acqua.
Oggi mi ha parlato degli uragani e delle sorgenti.