domenica 9 dicembre 2018

Il cielo a Dicembre

Guardo le stelle e ascolto le voci di chi ho amato e non è più tornato.

Conto le stelle, sono tutte lì nei momenti ghiacciati, nei ricordi.

Il cielo a Dicembre può essere limpido come questa notte, così limpido che fa male.

Conta e cammina, conta e respira. Oppure fermati e lasciati inondare dalla bellezza.








Ho scritto lettere d'amore senza destinatario.
Lettere che non arriveranno mai da nessuna parte.

Ho inventato una storia per loro, ho cantato nei miei giorni confusi.
E adesso sotto il cielo di Dicembre rimango a guardare il movimento lento delle costellazioni.

Volevo fare l'astronauta da bambina, volevo vedere lo spazio infinito e gli anelli di Saturno, volevo osservare stupita l'occhio di Giove, ma non è accaduto.
Sono rimasta a terra, minuscola, a guardare le stelle da un balcone.

Eppure credo di aver visto l'infinito.
Negli occhi di alcune persone, negli istanti in cui ho vissuto, nella pelle che ho sfiorato, nella felicità che mi ha trafitto.

Lo sento anche adesso mentre il cielo si fa sempre più chiaro e le stelle si appannano.

La città si spegne ora, 
io sono una briciola in tutto questo cielo.

(ph. Andrew Brooks)



venerdì 26 ottobre 2018

Filastrocca a quel paese

In un tempo della mia vita mortale, mi trovai a vivere in un paese immorale.
Non era al di là dei deserti o delle Alpi innevate, ma era l'Italia,
la terra delle strade bucate.

In quest'epoca oscura non vi era pace alcuna,
non per i lavoratori, non per i procuratori, non per gli infermieri o per i dottori,
non per le commesse o per i professoroni.

Il lavoro non c'era più, questo era il vero problema,
ma i due re decisero di dare la colpa al sistema.

L'uomo nero che verrà, lui la guerra porterà,
qualcuno diceva;
le banche, le scie chimiche, le tav e le burocrazie europee,
sono loro a frenare la nostra crescita naturale ed imparziale;
di tutto ormai si temeva e qualcuno talvolta piangeva.

Perché in quel vecchio paese, ricco di glorie passate, e vestigia rinomate,
ben poco era restato, se non tetre voci arrabbiate.

Il paese di Cesare, Dante e Pirandello
adesso non è che lo zimbello
di tutti quanti,
e più non ricorda perché si è riempito di furfanti.

Non sa rialzarsi, impreca
e tira i sassi,
come un vecchio rimbambito,
che non guarda la luna lassù,
ma il suo povero, rugoso, terzo dito.









giovedì 20 settembre 2018

Le lettere di carta

A volte scriviamo lettere nella mente.
Parole esili, veloci o intense. Pagine che non esistono concretamente in nessun luogo, esistono solo dentro di noi.
Pensiamo lettere d'amore o di odio e disprezzo, eppure non ci sediamo più, non appoggiamo più la penna sul foglio. Scriviamo messaggi digitali, ma non è la stessa cosa.

Quando ero ragazza avevo degli amici di penna. Li amavo e li odiavo con una forza sorprendente, ci scrivevamo segreti inconfessabili, loro sapevano cose che neanche le mie amiche più fidate conoscevano. Erano tutti ragazzi, dal volto sconosciuto o quasi, a cui avevo aperto la mia anima. Era lì, nuda, sulla carta. Nient'altro che le mie parole, i miei sogni, le mie illusioni.

Quando provavamo ad organizzare incontri per vederci la delusione, da parte mia, era bruciante. 
Erano loro? Quei corpi non mi appartenevano, erano a me estranei, erano anzi fuorvianti. 
Io amavo le loro parole, non i loro corpi. E forse anche i miei amici pensavano le stesse cose: chi è quest'ossuta ragazza? Non è lei, non è la mia Alice.
Così le amicizie scemavano, le lettere erano sempre meno frequenti, i silenzi si amplificavano.

Adesso si corre e si perde qualcosa. Il tempo per scrivere una lettera, una pagina di diario. Occorre riprenderselo quel tempo, scrivere una lettera per ribellarsi, per capirsi, per perdonarsi.
Una lettera per chi vuoi tu, fosse anche solo per te stesso.





martedì 14 agosto 2018

Davanti al fiume


È agosto in me, quando cammino nella città abbandonata da tutti e le parole si sgretolano ai miei piedi.  È agosto in me quando mi aggiro senza meta nelle vie assolate e vorrei cantare forte.
Potrei raggiungere il fiume, con calma. Costeggiare le ville dai giardini pietrificati, attraversare il Parco, salutare il corvo, accarezzare gli ippocastani e non far vedere a nessuno l'acqua nei miei occhi.
Amo i deserti, per questo amo la mia città ad agosto.
Il mio dolce deserto.

 Walker Evans



Infine arrivare al fiume, senza fretta, senza più memoria. Viva solo di presente e di dimenticanze, sorridere al sole e alle nuvole, così vicine, così lente nel cielo. E allargare le braccia per chiedere scusa, per pregare, forse.
Scusa per tutto quello che non ho fatto, scusa per tutto quello che ho fatto in modo superficiale, per stanchezza, per viltà.
Scusa per i miei silenzi e per il mio amore, talvolta così sbagliato e violento.
E poi abbracciarsi, così, davanti al fiume. Ad agosto, nella mia città abbandonata.





mercoledì 11 luglio 2018

kanto de fajro (canzone del fuoco)

Ho visto la guerra nei tuoi occhi da bambino, macerie, case sventrate.
Sangue sui tuoi sogni, arti di bambole o di bambini nella polvere dei tuoi giorni.
Ho ascoltato le tue storie, parlavano del vento, aveva distrutto il tuo paese; del fumo, delle nuvole pesanti, del cielo che era caduto. Brandelli di universo nelle strade della tua città, le stelle non c'erano più, era troppo buio.
La tua infanzia fatta a pezzi, che ne sarà di te?
Che ne sarà di te.
Di tuo padre ricordi le mani e la sua ombra, lui non ti manca.
Ma di tua madre ricordi l'odore, di sale e di terra umida, lei ci sarà ancora? Sarà sopravvissuta? Ti fa male pensare a lei, ti fa male pensare a quei giorni, al dolore del passato.




Le tue ferite interne sono visibili nei tuoi gesti, lenti, distratti, ma poi ti scuoti e sorridi, come per scacciare una maledizione.
Facciamo un pezzo di strada insieme, io e te. Caccerò la guerra dai tuoi occhi, solo per un istante. Rideremo insieme guardando i palazzi della città incendiarsi sotto un fuoco immaginario, inventato da noi, per te. Il fuoco tutt'attorno a noi. Balliamo e piangiamo, ci teniamo la mano.
Se non si è soli si può affrontare l'inferno.




venerdì 15 giugno 2018

Figli del vento

Ho finito un'altra pagina del mio diario.
Metto il punto e riguardo le ultime pagine. Immagini di una primavera bagnata, di temporali improvvisi, di sorrisi, di mani che mi stringono.
La pioggia come una promessa mantenuta, sussurrata sui vetri delle finestre.

 I sogni dei bambini hanno popolato il mio immaginario. Io, in loro. I loro occhi in me.
Io invecchio, loro crescono.
E in me rimane il ricordo di me, delle tante me. In me rimane il passato, con tutti i suoi segreti e i suoi labirinti.

Io e il cielo, io e le nuvole, le gocce fredde sul mio corpo. Antiche maledizioni che sconfiggerò.

 Giovanna Di Giacomo


Non ho paura dei fantasmi, so che sono dalla mia parte, so che sono con me.

Non suono più, ma ascolto.

I miei capelli si fanno grigi, ma sono ancora forti.
Li raccoglierò per te che continui a combattere insieme a me. E se avremo troppo amato, avremo anche troppo sofferto, ma questo è il prezzo da pagare. E lo sappiamo tutti e due.
In un mondo impazzito, io e te vogliamo ascoltare tutte le storie di chi è fuggito, di chi ha perso, di chi è rimasto solo.

Nella retorica di questi giorni io e te, come naufraghi appena approdati su una terra straniera, ci abbracciamo, ancora inconsapevoli del viaggio e della meta.

Figli del vento, siamo fuori dal tempo.

 Guttuso




sabato 5 maggio 2018

Heroes

Eravamo ancora bambini, credevamo di essere i migliori. Belli, sfrontati, liberi. Liberi da chi, liberi da cosa? Pensavamo di poter uscire dai guai, ma tutto andava a rotoli.
La musica non era più così importante e neanche il resto. 
Ti amavo, ma in fondo non era così.
Mi amavi, ma non abbastanza.


Era il nostro gioco: ci credevamo invincibili. Giù per le scale ad occhi chiusi, se cadi sei finito.
Il nostro corpo umiliato, era tutto ciò che avevamo e lo stavamo spezzando.

La tua pelle era spaccata, crepe di dolore su di te e su di me. E tutti i nostri giorni, come briciole sul pavimento.

Saremo eroi per un'ora sola, un'ora per toccare il cielo e poi precipitare giù, in una lunga discesa. 
Quanti ne hai visti cadere?
Quanti si sono rialzati?
 Possiamo essere eroi, solo per un giorno, solo per una notte.




Ma anche quella volta io ti ho sentito e ho aperto gli occhi.
Sul soffitto le nuvole si sono fermate e tu eri splendido, come un bambino che non ha più paura.

Eri tutta la mia inquieta speranza, ma il tempo per giocare era finito.
Le nuvole accelerarono la loro corsa.

Noi, sorpresi da una pioggia improvvisa, cercammo di respirare, ma quella casa era invasa dall'acqua.
Dovevamo fuggire.
Non eravamo eroi.
Le gambe ci avrebbero retto?
Non eravamo eroi.
Eravamo solo troppo giovani per tutto quel male.
Solo per un giorno.
E forse mai più.



venerdì 13 aprile 2018

Primavera portami via

Primavera,
portami via.
Annegami da qualche parte.
Primavera,
sono un fiore molle d'acqua.
Vado giù,
i miei petali, le mie braccia,
così bianche, così pesanti.




(Ancora ricordo le siepi fiorite di bianco della mia infanzia e i miei giochi, tra le nuvole e il cielo, così sproporzionato, così infinito. Ancora ricordo il viaggio verso Ovest. Io e quel ragazzo, un po' temevo per lui, un po' per me. Forse sarebbe morto, forse non ce l'avrebbe fatta. Il vento, lì a Le Conquet era troppo violento. E i fari nella notte mi ripetevano che sarei sopravvissuta un'altra volta. Il verde dei prati lì era diverso. Verde come nei sogni o nelle favole. Io e l'erba. Respiro e so che posso farcela.
Ancora ricordo la mia pancia gonfia, non sarò mai più come prima. Accarezzavo la pancia, dentro c'era una ninfea o una sirena. Piangevo guardando le gemme aprirsi lentamente sugli alberi.)

Primavera,
portami via.
Con tutti questi pensieri.

È la vita che conta, 
non perdere le gocce di pioggia, apri le mani, 
lascia scorrere la linfa in te, 
come allora, 
come adesso.



martedì 13 marzo 2018

Arriva la marea

Aspettavo la bassa marea per poterti raggiungere.
Vivevi nell'antica abazia, solo quando il mare si ritirava potevo arrivare da te. 
Ma tu non mi volevi.
Rintanato nella tua stanza, protetto dai libri e dalle parole degli illustri maestri, rifiutavi il mio amore. Io potevo darti solo le mie mani sporche di mare e conchiglie.
- Appartieni al Popolo - mi dicevi e i tuoi occhi diventano opachi e lontani.
Forse non ricordavi più l'estate, l'oro del sole che si scioglieva lento nel mare, l'odore del mio corpo, ancora giovane, vicino all'acqua, i piedi sui sassi bagnati e i nostri capelli pieni di sabbia. 
L'estate era lontana, l'inverno ci aveva allontanati.
Io ero lì, pulivo i pavimenti, i mobili, le biblioteche dei signori; tu studiavi, elevavi il tuo spirito, ti preparavi a diventare uno di loro.
Io, una serva. Tu, un erudito.
Aspettavo la bassa marea e mi mettevo in cammino. Era l'alba, il vento ricamava mille storie nel cielo. Capriole di nuvole, brevi respiri, leggere lacrime che si asciugano in fretta.
Arriverò, arriverò da te.
L'isola non è lontana, ma devo fare presto, prima che l'acqua risalga e cancelli le mie impronte sulla sabbia.
Io, il cielo, la sterminata voglia di te, il mio fiato, l'amore perduto.
Il sole all'orizzonte, come una promessa mancata. 
Canto forte e inciampo, ma non mi fermo.
Ho imparato a correre e a cadere. 
E non m'importa più se tu non mi vorrai.
Arriva la marea, qualcosa sta cambiando.






sabato 24 febbraio 2018

Ricordo l'inverno e quel viaggio

Partii all'alba, dimenticando i giorni dell'abbandono. Il treno viaggiava lentamente nella neve, i miei ricordi erano congelati ed io ero tornata ad essere vento. Avevo occhiaie profonde e il mio sguardo annegava.
Uno straniero mi offrì un sorso di vodka, parlava della sua famiglia dispersa.
Lo ascoltai pensando alla mia. Pensando alla mia casa sepolta nel ghiaccio.
Mi chiese il mio nome.
Io inventai una storia su di me. Gli parlai del sole, del grano, del profumo delle pesche mature. Ma lui non mi credette. Tacque.
Ed io mi addormentai sognando papaveri.

 Emiliano Maldini