domenica 22 ottobre 2017

Il vento. Ma noi non ci saremo

Il vento ha pulito il mio cielo.

 Ieri era offuscato, il sole tramontava nel bianco, non c'era altro che sterminato silenzio.

Donne, uomini, bambini, rinchiusi, l'aria è pesante. Gli alberi, là fuori, muti, non fanno altro che respirare, da giorni, da secoli. Il fumo ha invaso la mia città. Forse potremmo fuggire.

Infine oggi, come un incantesimo selvaggio, il vento.
Il vento ha ripulito ogni cosa ed ora tutto è infinito.
Le stelle roteano lente sopra di me. Vorrei ballare o piangere.
Le stelle.
Il vento.
Le foglie nei vortici.
E un'antica canzone che credevo di aver dimenticato.





lunedì 2 ottobre 2017

Cesure

Cesura. Pausa. La musica si ferma per un istante, la poesia anche.
La mia cesura sei stata tu, dolce amica. La tua vita logorata, la morte di tua figlia, come un angelo senza più ali, ferma sul letto d'ospedale. 
La mia vita si è spezzata un po' con il tuo dolore di madre, madre che vede morire la sua piccola e l'abbraccia, ma è troppo tardi.
La morte dei figli, il male che ci divora dentro come un cancro e cresce, non s'arresta.
E così è stato, lui ti ha presa e portata via da me, da noi.
La mia cesura. Giugno 2015. Da allora non sono più giovane, ma sono vecchia. La mia vita abitata da fantasmi; io, amata, superstite.

L'altra cesura è precedente. Nell'estate del 2011, in mezzo alla Toscana assolata, nei campi di grano sterminati io perdo te, papà. Tu sei la mia infanzia e la mia adolescenza. Sei l'uomo che prima ho odiato e poi amato, sei l'uomo che è caduto e ha saputo rialzarsi. Sei la persona più forte che io abbia mai conosciuto e mi manchi come l'aria. Le tue parole, il timbro unico della tua voce, le tue idee, il tuo essere splendidamente anarchico, la tua voglia di farcela, nonostante l'ictus; tu. Tu, mi manchi.

Le cesure ci accompagnano. Sono attimi in cui tutto si ferma, si congela. La nostra storia poi riprende, eppure è diversa, perché noi siamo cambiati. Irrimediabilmente. Non si può tornare indietro, riavvolgere la pellicola.
Il film va avanti, ci rimangono i ricordi, immagini perse nella nebbia, voci sussurrate e tutto l'amore che ancora ci brucia dentro.









giovedì 31 agosto 2017

Atacama

Come il deserto di Atacama,
così io,
fiorisco senza saperlo.
La mia aridità, la mia terra secca, tutto ciò che ho fatto,
i miei errori, i miei silenzi, le mie parole stanche,
si colmano di te.
Mi hai aspettato,
la pioggia è qui,
tu lo sapevi.

Mi hai capito,
mi hai ascoltato.

La tempesta su di noi,
lasciamoci inondare,
amore,
perdiamo insieme.

Se mi hai ferito,
graffiando e aprendo solchi su di me,
ora l'acqua mi curerà.
E diventerò fango,
con te,
e sarò nuova.

Deserti in attesa del risveglio.
Per pochi giorni o per tutta la vita.
Per poche ore,
rivestimi di fiori, sarà per sempre.
Ore,
minuti,
per sempre.





giovedì 13 luglio 2017

Piccole storie di donne che partoriscono

 La ragazza con gli occhiali 
Non ricordo più il suo nome. Aveva i capelli biondi e gli occhiali con la montatura sottile. Dopo 9 anni di sacrifici e di interventi con l'inseminazione artificiale era riuscita a rimanere incinta, ma non sopportava l'idea che qualcosa, a quel punto, andasse storto, per cui aveva chiesto il cesareo.
- Il cesareo è un intervento chirurgico, non è che faccia meno male - le avevo detto.
No, secondo lei non era vero e poi non voleva più soffrire. Era esausta.
Operazione: mezz'ora e il bimbo è fuori.
Viene tutta la famiglia a vederlo. 10 persone nella nostra stanza da 4. Lo fotografano, lo filmano. Lei è felice, ma stanca. Non riesce ad allattare. Il bimbo piange e piange anche lei. Tenta di tirarsi il latte, al nido, ma al secondo giorno desiste. Vada per il latte artificiale. E infine viene dimessa. Dice: "a casa sono più aiutata che in ospedale".


 La brasiliana
La brasiliana viene ricoverata a notte fonda. Saranno state le 3.00 circa.
Io non stavo bene e nel buio intuivo le sagome della dottoressa e delle infermiere dal camice verde. Lei era grossa e non tanto alta. Aveva la pelle scura e gli occhi neri incavati, i capelli ricci e lunghi, come una sirena.
- Signora ha la pressione troppo alta, mi dispiace, ma dobbiamo farle il cesareo -
Lei annuisce.
La portano via con il suo letto.
Io guardo il posto vuoto davanti a me e penso ai miei guai, al mio bambino che continua a stare chiuso nella pancia. Poco dopo ritorna la brasiliana e di fianco a lei mettono il lettino del bimbo, scuro come lei, bellissimo.

Lei nei giorni successivi non si scompone. Mette il bambino appoggiato sul suo grande seno e cerca di farlo mangiare. Le puericultrici non si accaniscono su di lei, come con noi. La lasciano in pace, è il suo silenzio, forse, a intimorirle. Io, ogni tanto, le dico qualcosa, lei mi sorride. 


Sara
Sara era dolce. Di notte, per non dare fastidio a nessuno, allattava la sua bambina per ore. Si addormentava seduta sulla sedia con la piccola attaccata al seno.
Nel buio le vedevo, unite in un abbraccio.

Quando, dopo giorni di attesa, anch'io tornai in stanza col bambino, le mie tre compagne esultarono. Tutte e quattro, io, la brasiliana, la ragazza con gli occhiali e Sara. Partorire insieme ti lega. 
È come fare insieme la guerra. No, forse è molto di più. In guerra vedi la morte. Noi, insieme, abbiamo visto la vita. Il sangue che porta vita. Dolore e lacrime, colostro che diventa latte, contrazione che diventa spinta, buio che diventa luce. 







giovedì 22 giugno 2017

L'aria avrebbe asciugato la paura e le lacrime



  Il campo da calcio era deserto alle quattro, quel giorno. Davanti c’era un terreno coltivato a granoturco, il mais ancora doveva crescere. Un corvo gracchiò nel cielo bianco di afa. Alessandro tardava e io mi rosicchiavo le unghie.
  Non avevo un piano ed ero agitata. Il sudore mi aveva bagnato le ascelle e temevo si vedesse. O si sentisse.
- E ora cosa gli dico, che cosa gli dico –
  Il corvo mi guardava e io non sapevo che cosa fare.
  Erano le quattro e mezza e non era venuto.
  Le lacrime mi inumidivano gli occhi, presi la bici per tornarmene a casa, ma svoltato l’angolo lo vidi.
- Ciao – mormorò.
  Io ero troppo felice per rispondergli. Sperai che non si notassero le lacrime.
  Aveva il viso scuro, in tempesta. Sembrava aver attraversato un uragano con la sua vecchia bici.
- Che volevi dirmi? –
- Non posso parlare qui. Seguimi –
  E iniziai a pedalare veloce, l’aria avrebbe asciugato la paura e le lacrime.

  E dove lo porti adesso, Viola? Mi dicevo.
  Lontano, più lontano possibile.
  Presi la strada dei girasoli che porta fuori dal paese, lui mi affiancò.
- Aspetta, fermati! –
  Frenai.
- Ti devo avvisare ragazzina – il suo sguardo era scuro – se pensi di portarmi in un posto imboscato per farmi picchiare dai tuoi amici guarda che io ho questo e lo so usare – tirò fuori dalla tasca un coltello pieghevole.
  Lo fece scattare, la lama brillò sotto al sole. Deglutii.
- Tu non hai ancora capito. Io ti ho salvato dai miei amici –
  Ripresi a pedalare in silenzio.

  Non so perché lo portai alla cascina, forse perché ci pensavo in continuazione e avevo bisogno di vederla ancora per distruggere quelle immagini distorte dentro di me. Forse perché sapevo che la banda non ci sarebbe venuta. Era difficile che per due giorni si facessero le stesse cose, era una delle regole.

  Alessandro si guardò intorno.
- Che posto è questo? –
- È una cascina abbandonata e ci sono i fantasmi –
  Alessandro si avvicinò e le sue mani mi afferrarono le spalle.
- Perché mi hai portato qui, adesso parli –
  Per un momento pensai al suo coltello, pensai che ero stata una pazza a portare uno sconosciuto in un posto così isolato, pensai che, in fondo, io ero una ragazza e lui era un ragazzo.
  Mi liberai dalla sua presa e confessai.
- Ieri per penitenza dovevo venire da te e dirti una cosa brutta. Giò voleva che lo facessi. Io però mi sono inventata questa storia dell’appuntamento perché ce l’avevo con Giò e non volevo insultarti –
 
 Abbassai il viso. C’era una pozzanghera vicino ai miei piedi. Doveva aver piovuto quella notte, non me n’ero accorta. La pozzanghera rifletteva una nuvola, come una barca dalla vela sbrindellata che stava naufragando nel cielo.
  Ritornai a guardarlo.
  Alessandro aveva un’espressione diversa, più dolce, che mai gli avevo visto.
  Strappò un filo d’erba e lo strinse tra le labbra.
- Lo sai fare? – chiese.
  Fece cantare l’erba, con un suono acuto, remoto.
  Io scossi il capo.
- Però sono brava a arrampicarmi. Vediamo chi fa prima? – indicai l’ippocastano dietro di noi.
  E iniziò la gara.
  Vinsi io, Ale aveva braccia forti, ma non la mia agilità e la mia pratica.
- Si vede che vieni dalla città! – esclamai in cima ad un ramo.
- Accidenti se sei forte – ansimò lui raggiungendomi.

  Dall’alto si vedeva la cascina, interamente. Il tetto era ancora in buone condizioni, sul retro c’erano dei vecchi aratri arrugginiti, un cingolo e altri rottami.
- Come hai detto che ti chiami? – chiese lui e mi accorsi che era molto vicino, percepivo il suo respiro, ma non si poteva fare altrimenti, il ramo più in là si assottigliava.
- Viola – dissi.
- Viola, ora sarà meglio scendere, che ne dici? –
  I suoi occhi riflettevano le foglie, come carezze su di noi.



L’ombra

- Vuoi entrare? – chiese, indicandomi la cascina.
- È chiusa con un lucchetto, bisogna scassinare la serratura… E poi no, non voglio entrare –
- Cosa hai visto là dentro? Tu hai paura –
  Alessandro sapeva cos’era la paura, sapeva riconoscerla.
- Non posso dirtelo –
- Sei ben strana –
  Si sedette accavallando le gambe, tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans, un accendino e iniziò a fumare.
- Vuoi? –
  Scossi il capo. Avrei fatto una brutta figura perché non sapevo fumare. Lui invece teneva la sigaretta tra le labbra e aspirava tranquillamente, senza impegnarsi o agitarsi come facevamo noi della banda.
  Mi accorsi che era bellissimo e che era da un po’ che lo pensavo. Mi accorsi che non avevo mai provato un’emozione simile, mai. Avrei voluto gettargli via la sigaretta e baciarlo.
  Ma poi guardai la cascina e la vidi.
  Era una sagoma scura vicino alla porta.
  La mia pelle fu percorsa da brividi, come vermi su di me.
- Andiamo via – mormorai.
- Che c’è? –
- Scusa, io devo andare via –
  Scappai verso la mia bici.
  Mi voltai ancora una volta. L’ombra veniva verso di noi, ormai era poco lontana da Ale.
- Vieni via, cazzo! –
  Ale si guardò intorno, non vide nulla, ma mi seguì.
  L’ombra si era fermata al cancello e ci osservava, ma non aveva occhi.
  Io piangevo perché era come vedere la morte o il buio in fondo a un pozzo.

  Pedalai velocemente.
  Ale stava dietro.
  Piangevo come una bambina e sapevo che avevo rovinato tutto.
- Ehi, fermati! –
  Frenai. Eravamo circondati dai girasoli, alti più di noi.
  Ale fece cadere la bici a terra e mi abbracciò.
- Va tutto bene – mi disse all’orecchio.
  Io piansi tutte le lacrime che avevo in corpo ed erano tantissime.
  La mia testa appoggiata al suo corpo aveva trovato un angolo di quiete inaspettata e indimenticabile. Lui nascose il suo viso tra i miei capelli, forse anche lui stava piangendo. Non per l’ombra, ma per qualcos’altro che era costretto a vivere tutti i giorni, per l’assenza di lei, un’assenza assordante in tutto il suo silenzio.
  Non volevo muovere un muscolo, non volevo spostarmi da quella posizione meravigliosa e, malgrado l’ombra che avevo visto, qualcosa mi allagò lo stomaco e risalì fino ai polmoni. Un’emozione densa, un incendio di pioggia dentro di me.
- Va meglio? – chiese lui, staccandosi.
  Annuii, asciugandomi le lacrime con la mano e riprendendo la bicicletta.

  Entrammo in paese. Le case erano ignare dell’inferno, poco lontano da lì.
  Lui si fermò, doveva girare a destra per andare a casa.
- Ciao – disse.
  Anche lui era scosso e non sapevamo come salutarci. Avrei voluto baciarlo, ma non potevo e lui magari avrebbe riso di me o si sarebbe scansato e tutto sarebbe finito.
- Ciao – mormorai.
  E poi scappai via, nelle vie incendiate.






mercoledì 14 giugno 2017

Villa Ombra

Villa Ombra è la storia di un'estate. Siamo nel 1991, Viola ha 16 anni e insieme ai suoi amici entra in una cascina abbandonata. Lì inizia un'avventura con se stessa, i sensi avvertono tutti i fruscii, le ombre, i sussurri. Viola cresce in un'estate di stelle cadenti, di pagine di un diario scritto nel 1978, da un ragazzo morto in circostanze misteriose, di ricordi non suoi, aperta all'universo, in bilico tra due realtà. Il mondo dei vivi e il mondo degli Altri.

La scoperta dell'amore e della morte, in un gioco pericoloso. Si può vivere a metà?




Mille gocce d’acqua, per mille istanti perduti.
Percorri la scala a ritroso,
ritorna a quei giorni d’estate,
in cui i grilli cantarono questa canzone.
Ora, non ho paura di ascoltarla.


 Avrò avuto 4 anni, era pomeriggio e pioveva. Giocavo con le biglie, le facevo cadere dai gradini della scala a chiocciola di casa. Piccole sfere di vetro, sul marmo bianco venato di grigio. Chissà se si rompono, mi dicevo.
   Le biglie rotolano fino al piano terra. Ne raccolgo una. Ha l’anima azzurra, una piccola foglia di mare. E poi li vedo.  Un uomo e una donna, in cima alla scala. Mi guardano con affetto, sono giovani, eppure hanno negli occhi l’incanto della notte. Sanno il mio nome. Sanno tutto di me, eppure non possono toccarmi, non possono parlarmi. Sono lì, ma potrebbero anche essere altrove. Lascio cadere la biglia, ma non fa rumore. C’è solo il suono della pioggia, un bisbiglio antico, frammenti di filastrocche sconosciute, poesie interrotte, lacrime.
 
  Qualche giorno dopo, sfogliando un vecchio album di famiglia, li rivedo; sono proprio loro: la mia bisnonna Arianna, morta a trent’anni di parto e suo marito Umberto. Sfioro le foto antiche e piango. Ma i morti non stanno in paradiso? Che ci fanno i morti a casa mia?

  Non volli più andare sulla scala da sola, costringevo almeno uno dei miei fratelli ad accompagnarmi. Fino a che quel ricordo si offuscò, diventò un sogno sfumato, avvolto nella nebbia. Crescevo veloce e pensavo fosse stato un incubo: i morti sono chiusi nelle bare, sotto terra. Portiamo i fiori a novembre, piangiamo un po’, talvolta, ricordandoli. E le loro anime vivono in un giardino di rose, in mezzo alle nuvole. Il mio ordine mentale era stato ripristinato, resettando quell’interferenza dolorosa.

  Allora non sapevo che quella storia fosse appena incominciata.






 Foto Anita Libera Corsi




Villa Ombra è acquistabile su Amazon

domenica 14 maggio 2017

Everything's alright tonight


Ricordo una strada bagnata dalla pioggia. Il freddo era penetrato nei miei vestiti, la giacca di pelle era troppo corta. Camminavo da sola, avevo lasciato i miei amici per poter vedere lui. La città aveva mille occhi, occhi gialli, dietro le finestre. Il bosco era lì, nella via buia. Una foresta immaginaria cresceva silenziosa attorno a me, dovevo stare attenta. Segui il sentiero, mi dicevo, segui il sentiero. 
Il lupo poteva nascondersi dietro un angolo, o poteva pedinarmi, forse era dietro di me. Mi voltai, ma no, non era lì.
Il lupo era dentro di me, faceva parte di me, inutile cercarlo là fuori, nei cortili interni delle case, era così vicino. Acquattato nella mia mente, mi guardava senza poter sorridere. Aveva il mio volto, solo più stanco, per il continuo rincorrermi. Quella notte il lupo mi accompagnò fino da lui. Come un cane fedele, io, lui e la nostra lenta discesa.
Everything's alright tonight. Fino a qui tutto bene, mi dicevo. Era solo l'inizio della storia. 


 Foto Anita Libera Corsi






lunedì 24 aprile 2017

Perdere ancora

Forse non è troppo tardi, per perdere ancora.
- Non fai che sbagliare! - mi dicevi. E io scrollavo la testa e guardavo le piastrelle. Vedevo visi senza occhi. Vedevo le ombre, ma non potevo dirtelo.
- Sei strana -
- Sei fuori luogo -
- Sei fuori tempo -
Ma io volevo solo vivere.
I giorni, a volte, scivolano via troppo liquidi, troppo rapidi. Io volevo fermare il tempo, il mio tempo; per questo scrivevo.
Scrivere era vivere il momento, era osservare la venatura imprevista, era ascoltare il rumore della pioggia, le parole che credevo di aver perso.

Ho esplorato le stanze dentro di me, ho aperto alcune porte e mi sono guardata. Io e le altre me, ho pianto per loro, le ho perdonate, le ho ascoltate.

Ora sono pronta.

Non ho più ali.

Ma sono pronta per cadere.

Anthony Browell









mercoledì 8 marzo 2017

Lotto marzo

Forse questa festa ha ancora senso, oggi nel 2017. Perché ancora la donna subisce violenze, soprusi, discriminazioni. Perché ancora si pensa che la donna, comunque, deve essere piacevole, deve essere bella. Per l'uomo questo è un attributo non così fondamentale, anzi, l'uomo avvenente spesso viene visto con sospetto.
Paul Veyne, un grande storico dell'antichità, ha una deformazione congenita che ha provocato una gobba sul lato sinistro del volto; ebbene persino lui, erudito, sapiente, afferma che se fosse stato una donna si sarebbe ucciso.
Ha senso riflettere su questi stereotipi che ancora sopravvivono nella nostra così evoluta società occidentale.

Sono cresciuta con un'educazione profondamente femminista. Mio padre diceva spesso che le donne erano il sesso forte, che gli uomini temevano questa supremazia interiore e per questo, nei secoli, avevano sempre cercato di sottometterle. Streghe, schiave, angeli del focolare, ancelle, dame di compagnia, creature a cui veniva insegnata essenzialmente l'obbedienza al padrone, al capofamiglia, all'Uomo.

Questa educazione è entrata in me e mai mi abbandonerà; così, vedere i veli che coprono i volti, la tenacia con cui ancora sopravvivono alcune concezioni irrazionali di supremazia di un sesso sull'altro, mi devastano.

L'8 marzo dovrebbe essere una data da abolire, in via teorica, eppure, in realtà, ha ancora senso, perché ancora dobbiamo lottare. Per quanto tempo ancora, signori uomini, dobbiamo aspettare?
Possiamo toglierci i veli? Possiamo crescere come voi? Possiamo essere libere di parlare? Possiamo andare dove vogliamo? Nessuna religione, nessuna filosofia dovrebbe appoggiare delle discriminazioni di genere. Nessuna scusa, basta.

Ritratti di donne splendide


 Edna O'Brien



 Frida Kahlo

 Marie Curie



 Tina Modotti


 Emily Dickinson

 Elsa Morante

 Joan Baez

Natalia Ginzburg

 Hannah Arendt

 Maria Montessori

 Patty Smith

Rosa Luxembourg



 Virginia Woolf

 Simone de Beauvoir

venerdì 3 marzo 2017

I'm so sorry



I'm so sorry.
Mi dispiace tanto, amico mio, ma non ho voglia di perdermi ancora. Ho lavorato troppo a lungo, sono stanca e non ho più voce. Voglio dormire per un po' e forse sognare. Vorrei avere uno spazio tutto per me, ma in fondo non è vero. Non ho tempo per queste cose, potrei piangere a lungo pensando, disegnando le mie città immaginarie.
Lei aveva un sorriso che non riesco a dimenticare, lei è con me, anche quando grido per tornare indietro. Ma no, non si può più. Indietro non si torna, il passato è inciso sulla nostra pelle. Macchie, segni, cicatrici, croci su di noi. A volte piangiamo ascoltando una canzone e vorremmo essere altrove, ma è solo un istante. 
Abbiamo bisogno di crescere, di invecchiare, di vedere i nostri figli, come specchi su di noi.
L'inverno è finito.
Non posso sopportare ancora il peso di questo cielo, 
così immenso
su di me.
Dammi ancora una possibilità,
amico, fratello
forse potrei ricominciare dai miei pensieri, scongelando a poco a poco le parole, ferme dentro di me.
I'm so sorry, 
mi dispiace se ti ho deluso. 
Sono qui e sono altrove,
perdonami.


Mario Giacomelli