sabato 5 maggio 2018

Heroes

Eravamo ancora bambini, credevamo di essere i migliori. Belli, sfrontati, liberi. Liberi da chi, liberi da cosa? Pensavamo di poter uscire dai guai, ma tutto andava a rotoli.
La musica non era più così importante e neanche il resto. 
Ti amavo, ma in fondo non era così.
Mi amavi, ma non abbastanza.


Era il nostro gioco: ci credevamo invincibili. Giù per le scale ad occhi chiusi, se cadi sei finito.
Il nostro corpo umiliato, era tutto ciò che avevamo e lo stavamo spezzando.

La tua pelle era spaccata, crepe di dolore su di te e su di me. E tutti i nostri giorni, come briciole sul pavimento.

Saremo eroi per un'ora sola, un'ora per toccare il cielo e poi precipitare giù, in una lunga discesa. 
Quanti ne hai visti cadere?
Quanti si sono rialzati?
 Possiamo essere eroi, solo per un giorno, solo per una notte.




Ma anche quella volta io ti ho sentito e ho aperto gli occhi.
Sul soffitto le nuvole si sono fermate e tu eri splendido, come un bambino che non ha più paura.

Eri tutta la mia inquieta speranza, ma il tempo per giocare era finito.
Le nuvole accelerarono la loro corsa.

Noi, sorpresi da una pioggia improvvisa, cercammo di respirare, ma quella casa era invasa dall'acqua.
Dovevamo fuggire.
Non eravamo eroi.
Le gambe ci avrebbero retto?
Non eravamo eroi.
Eravamo solo troppo giovani per tutto quel male.
Solo per un giorno.
E forse mai più.



venerdì 13 aprile 2018

Primavera portami via

Primavera,
portami via.
Annegami da qualche parte.
Primavera,
sono un fiore molle d'acqua.
Vado giù,
i miei petali, le mie braccia,
così bianche, così pesanti.




(Ancora ricordo le siepi fiorite di bianco della mia infanzia e i miei giochi, tra le nuvole e il cielo, così sproporzionato, così infinito. Ancora ricordo il viaggio verso Ovest. Io e quel ragazzo, un po' temevo per lui, un po' per me. Forse sarebbe morto, forse non ce l'avrebbe fatta. Il vento, lì a Le Conquet era troppo violento. E i fari nella notte mi ripetevano che sarei sopravvissuta un'altra volta. Il verde dei prati lì era diverso. Verde come nei sogni o nelle favole. Io e l'erba. Respiro e so che posso farcela.
Ancora ricordo la mia pancia gonfia, non sarò mai più come prima. Accarezzavo la pancia, dentro c'era una ninfea o una sirena. Piangevo guardando le gemme aprirsi lentamente sugli alberi.)

Primavera,
portami via.
Con tutti questi pensieri.

È la vita che conta, 
non perdere le gocce di pioggia, apri le mani, 
lascia scorrere la linfa in te, 
come allora, 
come adesso.



martedì 13 marzo 2018

Arriva la marea

Aspettavo la bassa marea per poterti raggiungere.
Vivevi nell'antica abazia, solo quando il mare si ritirava potevo arrivare da te. 
Ma tu non mi volevi.
Rintanato nella tua stanza, protetto dai libri e dalle parole degli illustri maestri, rifiutavi il mio amore. Io potevo darti solo le mie mani sporche di mare e conchiglie.
- Appartieni al Popolo - mi dicevi e i tuoi occhi diventano opachi e lontani.
Forse non ricordavi più l'estate, l'oro del sole che si scioglieva lento nel mare, l'odore del mio corpo, ancora giovane, vicino all'acqua, i piedi sui sassi bagnati e i nostri capelli pieni di sabbia. 
L'estate era lontana, l'inverno ci aveva allontanati.
Io ero lì, pulivo i pavimenti, i mobili, le biblioteche dei signori; tu studiavi, elevavi il tuo spirito, ti preparavi a diventare uno di loro.
Io, una serva. Tu, un erudito.
Aspettavo la bassa marea e mi mettevo in cammino. Era l'alba, il vento ricamava mille storie nel cielo. Capriole di nuvole, brevi respiri, leggere lacrime che si asciugano in fretta.
Arriverò, arriverò da te.
L'isola non è lontana, ma devo fare presto, prima che l'acqua risalga e cancelli le mie impronte sulla sabbia.
Io, il cielo, la sterminata voglia di te, il mio fiato, l'amore perduto.
Il sole all'orizzonte, come una promessa mancata. 
Canto forte e inciampo, ma non mi fermo.
Ho imparato a correre e a cadere. 
E non m'importa più se tu non mi vorrai.
Arriva la marea, qualcosa sta cambiando.






sabato 24 febbraio 2018

Ricordo l'inverno e quel viaggio

Partii all'alba, dimenticando i giorni dell'abbandono. Il treno viaggiava lentamente nella neve, i miei ricordi erano congelati ed io ero tornata ad essere vento. Avevo occhiaie profonde e il mio sguardo annegava.
Uno straniero mi offrì un sorso di vodka, parlava della sua famiglia dispersa.
Lo ascoltai pensando alla mia. Pensando alla mia casa sepolta nel ghiaccio.
Mi chiese il mio nome.
Io inventai una storia su di me. Gli parlai del sole, del grano, del profumo delle pesche mature. Ma lui non mi credette. Tacque.
Ed io mi addormentai sognando papaveri.

 Emiliano Maldini



mercoledì 7 febbraio 2018

L'amour toujours

Io non sapevo di te, ti cercavo, ma non ti conoscevo. Eri lì, a pochi passi da me.
Ballavi e bevevi e non credevi che un giorno, io e te, avremmo pianto insieme, costruendo una casa fatta di foglie e parole.

Camminavo per i Murazzi, Torino era liquida, una città allagata, sogni ovunque, le stelle erano finite nel Po. Forse potevo andarle a prendere. 
Camminavo sul bordo del fiume e ti incrociai. 
Io con una storia sbagliata, tu con un'altra.
Io e te. 
Io avrei voluto ricominciare tutto da capo. Distruggere la mia casa di cartone, tornare alla terra, respirare.
Tu stavi con lei, ma ti sentivi soffocare. Era tutto già scritto, tutto troppo ovvio.
Io avevo i segni del dolore in faccia, come un'ombra che non va via.
Ogni notte speravo di sopravvivere a lui e a me stessa.
Tu avevi i segni della noia, una maschera che non riuscivi a toglierti.
Ci guardammo e andammo avanti.
Non sapevamo niente di noi, non sapevamo della nostra storia. Quando tutto si sarebbe capovolto.
Io e te, in una stanza.
Io e te.

 Mario Giacomelli



sabato 20 gennaio 2018

Il cielo a gennaio (un pezzo di ghiaccio dentro di te)

Ho te. Non ho niente.
 Il cielo sanguina a gennaio. Le stelle rigano di lacrime il nero lassù. E io ti ho perso. Io non ti ho mai avuto, sei stato con me, ma eri lontano.
Un pezzo di ghiaccio dentro di te. Chi sei?
Chi sei? Mi dicevi.
Non ero niente.
Povera piccola, sei da buttare.
Perché i miei occhi ti guardavano così?
Perché non sapevi rispondermi?
Ice.
Pensavo
Ice.

Il cielo a gennaio è crudele.
L’azzurro apre la mia anima, la fa a pezzi.
Il cielo su questa città,
si muove troppo velocemente.
Non posso non cadere, è inevitabile.

Apro le finestre e vedo i palazzi distrutti,
forse abbiamo troppo amato. Non rimane più nulla di noi,
divorati dalle passioni e dai silenzi.
Non rimane più nulla.

Un cristallo dentro di te. Il mio fuoco non basta, io non basto.
Chi sei? Mi dicevi.
Chi sei?
Avrei voluto poterti rispondere con la violenza della realtà,
ma non ne ero capace.

Il cielo a gennaio è troppo limpido,

devo ricominciare a vivere.





domenica 31 dicembre 2017

Isidora, l'ultima città

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città invisibili.

Ho visto Isidora. Era inverno ed ero stanca. La mia vita sbriciolata in poesie incomplete, i miei piedi pesanti, le mani piene di crepe. Ora le mie dita si spezzeranno, cadranno una a una.
Che ne sarà di me, mi dicevo, mentre scendevo dal treno. E poi mi apparve lei. Isidora. La città del male e del perdono.

Finestre incrostate di muschio, balaustre affacciate su cieli spaccati da nuvole, porte aperte su interni bui in cui gatti ricorrevano farfalle tardive. 

A Isidora il tempo è più lento. I suoi abitanti ti osservano pensosi, benevoli, ma inquieti. A Isidora non c'è la pace. 
Il mare era lontano, un'ombra blu, irraggiungibile.
Avevo perso tutto, potevo solo ricominciare una storia che non conoscevo. 
Camminai per ore, mi persi nei vicoli, i muri erano scuri, creature minerali e vegetali, erano tronchi ed erano pietre. 
Avevo paura, ad Isidora.


Le chiese erano abitate da angeli enigmatici, cherubini paffuti, donne altere velate, uomini di marmo, armati di spade e bastoni, teschi. È la città dei morti, pensai, questa è la fine. 

Ma non era così, svoltai l'angolo e mi accorsi che non ero più sola. 
- Mi sono perduta - disse la bambina.
Aveva occhi celesti e capelli neri, come l'ombra.
- Povera piccola, come ti chiami? -
- Isidora - disse.
Aprì la mano. C'erano tre conchiglie bianche.
- Non ti preoccupare, ti riaccompagno io a casa -
- Io non ho una casa, io non ho una famiglia -
- Allora siamo in due adesso -
In quella città ho scoperto chi sono. A Isidora mi sono smarrita e mi sono ritrovata, più nuova, più vecchia.






domenica 17 dicembre 2017

Uniti e spezzati

È Natale, ancora. Senza di te che sei il mio passato, le diapositive della mia infanzia, il perdono ricevuto, il perdono offerto.
Tu, che sei stato così sbagliato. Tu, che hai deciso di distruggerti. Tu, che ci dicesti: partirò per un lungo viaggio, ma vi vorrò per sempre bene.
Tu che sei morto e poi risorto. In quel letto bianco d'ospedale, non ci riconoscevi. Dovevi ricominciare tutto da capo.
Tu, che hai lottato e hai vinto tutte le battaglie. Io ti odiavo, poi ti ho amato.
Tu, ribelle sempre, fino in fondo, fino alla fine.
Tu, che ci hai raccontato storie di donne combattive e superiori all'uomo, tu, ironico, beffardo.
Tu, che mi hai insegnato il piacere del camminare, del correre perchè non potevi farlo più.
Eppure non stavi fermo, volavi nei tuoi libri. La tua stanza era piena di nuvole, aerei di carta, porte aperte sull'infinito.
 È Natale un'altra volta per noi e per te. È Natale e dobbiamo imparare a convivere con le assenze. Ci stringiamo le mani, uniti e spezzati.
Buon Natale a te, a lei, a voi, a noi.
(Se vedi delle crepe sul mio viso non sono semplici rughe, sono solo le tracce dei ricordi).












giovedì 23 novembre 2017

Little darlin

A volte senti che le parole non sono efficaci, che quello che vuoi dire è inesprimibile. Le parole, freddi involucri senza sostanza.
E allora stai in silenzio e raccogli tutta l'aria dentro di te.
L'amore ti brucia dentro, un lento dolore caldo, non si può più spegnere, ormai.

La ruota dei ricordi gira sempre.
Tu vedi i visi sfocati, sorridenti, assorti, perduti.
Vorresti fermarti, ma no. Non è possibile farlo.
Gira e gira.
E' un continuo cadere, ma in fondo è così da sempre. La vertigine non l'avverti più.
Eppure vivi ogni giorno.
E bruci e ami.

Fammi ascoltare ancora le tue canzoni. Sarà come averti qui, per un momento.
Fammi cantare con te.
Ballerò senza musica.
Ballerò per me, per te, per voi,
per l'universo intero.
Senza pensare, senza parlare.
Ballerò piangendo e ridendo, seguendo quel ritmo che solo chi ha perso conosce.






domenica 5 novembre 2017

L'acqua di notte.

Se piove anche dentro di me, a te non importa. Di notte ritrovo i cocci del mio passato, brillano. Schegge di ricordi, frammenti di frasi, si ripetono in un gioco ossessivo. 1,2,3. 1,2,3. Quanto può resistere la mia mente? Quanto posso resistere io?
Il mio corpo brucia.
Sotto le coperte.
Brucia.
La metamorfosi si è interrotta, le mie ali sono ancora informi, accartocciate.
La mia infanzia è come un sogno, la vita di un'altra.
E piove. L'acqua tanto attesa, bisbiglia là fuori.
L'acqua, davvero io non la riconosco.
All'alba ritrovo il mio viso.
Lo specchio, un'altra storia.
Le ali incomplete sono state lavate via, non ne rimane alcuna traccia.
La pioggia ha pulito ogni cosa.
I pensieri si susseguono ordinati, non serve contare, non serve urlare.

La pioggia, infine, è entrata e ha spento i miei incendi.

Sally Gall. Hover