mercoledì 7 febbraio 2018

L'amour toujours

Io non sapevo di te, ti cercavo, ma non ti conoscevo. Eri lì, a pochi passi da me.
Ballavi e bevevi e non credevi che un giorno, io e te, avremmo pianto insieme, costruendo una casa fatta di foglie e parole.

Camminavo per i Murazzi, Torino era liquida, una città allagata, sogni ovunque, le stelle erano finite nel Po. Forse potevo andarle a prendere. 
Camminavo sul bordo del fiume e ti incrociai. 
Io con una storia sbagliata, tu con un'altra.
Io e te. 
Io avrei voluto ricominciare tutto da capo. Distruggere la mia casa di cartone, tornare alla terra, respirare.
Tu stavi con lei, ma ti sentivi soffocare. Era tutto già scritto, tutto troppo ovvio.
Io avevo i segni del dolore in faccia, come un'ombra che non va via.
Ogni notte speravo di sopravvivere a lui e a me stessa.
Tu avevi i segni della noia, una maschera che non riuscivi a toglierti.
Ci guardammo e andammo avanti.
Non sapevamo niente di noi, non sapevamo della nostra storia. Quando tutto si sarebbe capovolto.
Io e te, in una stanza.
Io e te.

 Mario Giacomelli



sabato 20 gennaio 2018

Il cielo a gennaio (un pezzo di ghiaccio dentro di te)

Ho te. Non ho niente.
 Il cielo sanguina a gennaio. Le stelle rigano di lacrime il nero lassù. E io ti ho perso. Io non ti ho mai avuto, sei stato con me, ma eri lontano.
Un pezzo di ghiaccio dentro di te. Chi sei?
Chi sei? Mi dicevi.
Non ero niente.
Povera piccola, sei da buttare.
Perché i miei occhi ti guardavano così?
Perché non sapevi rispondermi?
Ice.
Pensavo
Ice.

Il cielo a gennaio è crudele.
L’azzurro apre la mia anima, la fa a pezzi.
Il cielo su questa città,
si muove troppo velocemente.
Non posso non cadere, è inevitabile.

Apro le finestre e vedo i palazzi distrutti,
forse abbiamo troppo amato. Non rimane più nulla di noi,
divorati dalle passioni e dai silenzi.
Non rimane più nulla.

Un cristallo dentro di te. Il mio fuoco non basta, io non basto.
Chi sei? Mi dicevi.
Chi sei?
Avrei voluto poterti rispondere con la violenza della realtà,
ma non ne ero capace.

Il cielo a gennaio è troppo limpido,

devo ricominciare a vivere.





domenica 31 dicembre 2017

Isidora, l'ultima città

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città.
Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città.Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.


Italo Calvino, Le città invisibili.

Ho visto Isidora. Era inverno ed ero stanca. La mia vita sbriciolata in poesie incomplete, i miei piedi pesanti, le mani piene di crepe. Ora le mie dita si spezzeranno, cadranno una a una.
Che ne sarà di me, mi dicevo, mentre scendevo dal treno. E poi mi apparve lei. Isidora. La città del male e del perdono.

Finestre incrostate di muschio, balaustre affacciate su cieli spaccati da nuvole, porte aperte su interni bui in cui gatti ricorrevano farfalle tardive. 

A Isidora il tempo è più lento. I suoi abitanti ti osservano pensosi, benevoli, ma inquieti. A Isidora non c'è la pace. 
Il mare era lontano, un'ombra blu, irraggiungibile.
Avevo perso tutto, potevo solo ricominciare una storia che non conoscevo. 
Camminai per ore, mi persi nei vicoli, i muri erano scuri, creature minerali e vegetali, erano tronchi ed erano pietre. 
Avevo paura, ad Isidora.


Le chiese erano abitate da angeli enigmatici, cherubini paffuti, donne altere velate, uomini di marmo, armati di spade e bastoni, teschi. È la città dei morti, pensai, questa è la fine. 

Ma non era così, svoltai l'angolo e mi accorsi che non ero più sola. 
- Mi sono perduta - disse la bambina.
Aveva occhi celesti e capelli neri, come l'ombra.
- Povera piccola, come ti chiami? -
- Isidora - disse.
Aprì la mano. C'erano tre conchiglie bianche.
- Non ti preoccupare, ti riaccompagno io a casa -
- Io non ho una casa, io non ho una famiglia -
- Allora siamo in due adesso -
In quella città ho scoperto chi sono. A Isidora mi sono smarrita e mi sono ritrovata, più nuova, più vecchia.






domenica 17 dicembre 2017

Uniti e spezzati

È Natale, ancora. Senza di te che sei il mio passato, le diapositive della mia infanzia, il perdono ricevuto, il perdono offerto.
Tu, che sei stato così sbagliato. Tu, che hai deciso di distruggerti. Tu, che ci dicesti: partirò per un lungo viaggio, ma vi vorrò per sempre bene.
Tu che sei morto e poi risorto. In quel letto bianco d'ospedale, non ci riconoscevi. Dovevi ricominciare tutto da capo.
Tu, che hai lottato e hai vinto tutte le battaglie. Io ti odiavo, poi ti ho amato.
Tu, ribelle sempre, fino in fondo, fino alla fine.
Tu, che ci hai raccontato storie di donne combattive e superiori all'uomo, tu, ironico, beffardo.
Tu, che mi hai insegnato il piacere del camminare, del correre perchè non potevi farlo più.
Eppure non stavi fermo, volavi nei tuoi libri. La tua stanza era piena di nuvole, aerei di carta, porte aperte sull'infinito.
 È Natale un'altra volta per noi e per te. È Natale e dobbiamo imparare a convivere con le assenze. Ci stringiamo le mani, uniti e spezzati.
Buon Natale a te, a lei, a voi, a noi.
(Se vedi delle crepe sul mio viso non sono semplici rughe, sono solo le tracce dei ricordi).












giovedì 23 novembre 2017

Little darlin

A volte senti che le parole non sono efficaci, che quello che vuoi dire è inesprimibile. Le parole, freddi involucri senza sostanza.
E allora stai in silenzio e raccogli tutta l'aria dentro di te.
L'amore ti brucia dentro, un lento dolore caldo, non si può più spegnere, ormai.

La ruota dei ricordi gira sempre.
Tu vedi i visi sfocati, sorridenti, assorti, perduti.
Vorresti fermarti, ma no. Non è possibile farlo.
Gira e gira.
E' un continuo cadere, ma in fondo è così da sempre. La vertigine non l'avverti più.
Eppure vivi ogni giorno.
E bruci e ami.

Fammi ascoltare ancora le tue canzoni. Sarà come averti qui, per un momento.
Fammi cantare con te.
Ballerò senza musica.
Ballerò per me, per te, per voi,
per l'universo intero.
Senza pensare, senza parlare.
Ballerò piangendo e ridendo, seguendo quel ritmo che solo chi ha perso conosce.






domenica 5 novembre 2017

L'acqua di notte.

Se piove anche dentro di me, a te non importa. Di notte ritrovo i cocci del mio passato, brillano. Schegge di ricordi, frammenti di frasi, si ripetono in un gioco ossessivo. 1,2,3. 1,2,3. Quanto può resistere la mia mente? Quanto posso resistere io?
Il mio corpo brucia.
Sotto le coperte.
Brucia.
La metamorfosi si è interrotta, le mie ali sono ancora informi, accartocciate.
La mia infanzia è come un sogno, la vita di un'altra.
E piove. L'acqua tanto attesa, bisbiglia là fuori.
L'acqua, davvero io non la riconosco.
All'alba ritrovo il mio viso.
Lo specchio, un'altra storia.
Le ali incomplete sono state lavate via, non ne rimane alcuna traccia.
La pioggia ha pulito ogni cosa.
I pensieri si susseguono ordinati, non serve contare, non serve urlare.

La pioggia, infine, è entrata e ha spento i miei incendi.

Sally Gall. Hover







domenica 22 ottobre 2017

Il vento. Ma noi non ci saremo

Il vento ha pulito il mio cielo.

 Ieri era offuscato, il sole tramontava nel bianco, non c'era altro che sterminato silenzio.

Donne, uomini, bambini, rinchiusi, l'aria è pesante. Gli alberi, là fuori, muti, non fanno altro che respirare, da giorni, da secoli. Il fumo ha invaso la mia città. Forse potremmo fuggire.

Infine oggi, come un incantesimo selvaggio, il vento.
Il vento ha ripulito ogni cosa ed ora tutto è infinito.
Le stelle roteano lente sopra di me. Vorrei ballare o piangere.
Le stelle.
Il vento.
Le foglie nei vortici.
E un'antica canzone che credevo di aver dimenticato.





lunedì 2 ottobre 2017

Cesure

Cesura. Pausa. La musica si ferma per un istante, la poesia anche.
La mia cesura sei stata tu, dolce amica. La tua vita logorata, la morte di tua figlia, come un angelo senza più ali, ferma sul letto d'ospedale. 
La mia vita si è spezzata un po' con il tuo dolore di madre, madre che vede morire la sua piccola e l'abbraccia, ma è troppo tardi.
La morte dei figli, il male che ci divora dentro come un cancro e cresce, non s'arresta.
E così è stato, lui ti ha presa e portata via da me, da noi.
La mia cesura. Giugno 2015. Da allora non sono più giovane, ma sono vecchia. La mia vita abitata da fantasmi; io, amata, superstite.

L'altra cesura è precedente. Nell'estate del 2011, in mezzo alla Toscana assolata, nei campi di grano sterminati io perdo te, papà. Tu sei la mia infanzia e la mia adolescenza. Sei l'uomo che prima ho odiato e poi amato, sei l'uomo che è caduto e ha saputo rialzarsi. Sei la persona più forte che io abbia mai conosciuto e mi manchi come l'aria. Le tue parole, il timbro unico della tua voce, le tue idee, il tuo essere splendidamente anarchico, la tua voglia di farcela, nonostante l'ictus; tu. Tu, mi manchi.

Le cesure ci accompagnano. Sono attimi in cui tutto si ferma, si congela. La nostra storia poi riprende, eppure è diversa, perché noi siamo cambiati. Irrimediabilmente. Non si può tornare indietro, riavvolgere la pellicola.
Il film va avanti, ci rimangono i ricordi, immagini perse nella nebbia, voci sussurrate e tutto l'amore che ancora ci brucia dentro.









giovedì 31 agosto 2017

Atacama

Come il deserto di Atacama,
così io,
fiorisco senza saperlo.
La mia aridità, la mia terra secca, tutto ciò che ho fatto,
i miei errori, i miei silenzi, le mie parole stanche,
si colmano di te.
Mi hai aspettato,
la pioggia è qui,
tu lo sapevi.

Mi hai capito,
mi hai ascoltato.

La tempesta su di noi,
lasciamoci inondare,
amore,
perdiamo insieme.

Se mi hai ferito,
graffiando e aprendo solchi su di me,
ora l'acqua mi curerà.
E diventerò fango,
con te,
e sarò nuova.

Deserti in attesa del risveglio.
Per pochi giorni o per tutta la vita.
Per poche ore,
rivestimi di fiori, sarà per sempre.
Ore,
minuti,
per sempre.





giovedì 13 luglio 2017

Piccole storie di donne che partoriscono

 La ragazza con gli occhiali 
Non ricordo più il suo nome. Aveva i capelli biondi e gli occhiali con la montatura sottile. Dopo 9 anni di sacrifici e di interventi con l'inseminazione artificiale era riuscita a rimanere incinta, ma non sopportava l'idea che qualcosa, a quel punto, andasse storto, per cui aveva chiesto il cesareo.
- Il cesareo è un intervento chirurgico, non è che faccia meno male - le avevo detto.
No, secondo lei non era vero e poi non voleva più soffrire. Era esausta.
Operazione: mezz'ora e il bimbo è fuori.
Viene tutta la famiglia a vederlo. 10 persone nella nostra stanza da 4. Lo fotografano, lo filmano. Lei è felice, ma stanca. Non riesce ad allattare. Il bimbo piange e piange anche lei. Tenta di tirarsi il latte, al nido, ma al secondo giorno desiste. Vada per il latte artificiale. E infine viene dimessa. Dice: "a casa sono più aiutata che in ospedale".


 La brasiliana
La brasiliana viene ricoverata a notte fonda. Saranno state le 3.00 circa.
Io non stavo bene e nel buio intuivo le sagome della dottoressa e delle infermiere dal camice verde. Lei era grossa e non tanto alta. Aveva la pelle scura e gli occhi neri incavati, i capelli ricci e lunghi, come una sirena.
- Signora ha la pressione troppo alta, mi dispiace, ma dobbiamo farle il cesareo -
Lei annuisce.
La portano via con il suo letto.
Io guardo il posto vuoto davanti a me e penso ai miei guai, al mio bambino che continua a stare chiuso nella pancia. Poco dopo ritorna la brasiliana e di fianco a lei mettono il lettino del bimbo, scuro come lei, bellissimo.

Lei nei giorni successivi non si scompone. Mette il bambino appoggiato sul suo grande seno e cerca di farlo mangiare. Le puericultrici non si accaniscono su di lei, come con noi. La lasciano in pace, è il suo silenzio, forse, a intimorirle. Io, ogni tanto, le dico qualcosa, lei mi sorride. 


Sara
Sara era dolce. Di notte, per non dare fastidio a nessuno, allattava la sua bambina per ore. Si addormentava seduta sulla sedia con la piccola attaccata al seno.
Nel buio le vedevo, unite in un abbraccio.

Quando, dopo giorni di attesa, anch'io tornai in stanza col bambino, le mie tre compagne esultarono. Tutte e quattro, io, la brasiliana, la ragazza con gli occhiali e Sara. Partorire insieme ti lega. 
È come fare insieme la guerra. No, forse è molto di più. In guerra vedi la morte. Noi, insieme, abbiamo visto la vita. Il sangue che porta vita. Dolore e lacrime, colostro che diventa latte, contrazione che diventa spinta, buio che diventa luce.