venerdì 21 novembre 2014

La libertà, anche per te.

Talvolta dimentichiamo chi siamo, da dove veniamo, dimentichiamo che siamo fratelli in questa vita ingiusta e iniqua.

Dimentichiamo che i confini li abbiamo disegnati noi, sulla carta. La terra ha solo confini naturali, montagne, fiumi, deserti, ma a nessuno dovrebbe essere impedito di camminare, di attraversare terre, mari, oceani.

Parliamo di libertà, ma solo perché pensiamo alla nostra libertà. Questa parola, allora, non ha più il significato che le attribuivo.


E' difficile essere onesti, essere giusti, è più facile essere frivoli e vacui.

E anche io a volte non ce la faccio e mi volto dall'altra parte; non vogliamo cambiare troppo le nostre abitudini e fingiamo di non sentire il ragazzo che grida sotto casa.

Cosa dobbiamo fare per tornare a pensare alla libertà per tutti? La libertà è di tutti. Di tutti.


 




 Abbiamo dentro un principio di grandezza e di bellezza. Non è chiaro il motivo per cui dobbiamo costantemente soffocarlo.

Siamo noi gli eroi, eppure non vogliamo crederci.





venerdì 14 novembre 2014

Le creature sotterranee



Aspettiamo nei nostri letti disfatti
la luce bianca e opaca del sole.

Non ci accorgiamo delle radici
nascoste dietro i mobili
della nostra casa.
Sono grosse vene di fango.

Stanno crescendo.
Respirano.


Non dobbiamo temerle,
fanno parte della nostra dolce e crudele avventura.
Raccogliamo i sassi bagnati dalla notte,
e piantiamo nella terra i bulbi,
densi di vita e linfa.

Già sento l'aria sotto la terra,
è il respiro delle creature dell'inverno:
esse dormono, laggiù nel nero profondo,
ma sognano centinaia di fiori,
petali, pistilli, ovari.

Senza di loro non potrebbe sopravvivere la primavera.





venerdì 7 novembre 2014

Out of time

Sono cresciuta all'ombra, nella periferia di una città di provincia. Lì non c'era la bellezza delle montagne, né l'incanto mistico del mare. C'erano palazzi tutti uguali, prati impolverati, cemento sul verde sporco; per me e i miei amici era normale desiderare la fuga e il riscatto.

Erano anni di transizione. Molti di noi non potevano più tollerare le dinamiche delle discoteche, le attese davanti ai buttafuori: sei abbastanza figo per entrare qui dentro, amico? No, non lo sei, vai via, sgombra.

E poi lì non c'era la musica che ascoltavamo noi: i Clash, i Madness, i Nirvana, i Mano Negra. Scoprimmo i centri sociali.

     Foto di Milena Poggio


Luoghi recuperati o sottratti, colori violenti sulle pareti, il cemento assumeva finalmente altre sfumature. L'arcobaleno nelle discariche.

Mi trovai bene, mi trovai a casa. C'erano persone come me, considerate strane dagli altri, considerate eccentriche o semplicemente out.

E anche la mia piccola opaca provincia sembrava illuminata da una luce nuova, rossa come la brace, blu come la profondità dell'abisso, viola come l'amore senza speranza.

Noi eravamo il futuro, noi potevamo cambiare le cose.

Oggi siamo uomini, ma non siamo noi al comando? Abbiamo portato quei colori fuori da lì?

Forse non dovremmo dimenticare i sogni della nostra fottuta adolescenza.







giovedì 30 ottobre 2014

Fotografo la vita

Fotografo la vita, senza smartphone, senza IPad.
Fotografo la vita con la mente,
le gocce d'acqua sulle foglie secche dei tigli,
come perle di vetro,
le gocce di pioggia,
tiepide come i ricordi,
sbiadiscono,
evaporano.

Fotografo la vita,
qualche volta,
e quando ci riesco,
sorrido.
Per tutte quelle istantanee
che diventeranno fumo leggero in me,
che diventeranno
vago sentimento,
e poi spariranno.


Fotografo la vita,
ora, mentre scrivo.
E sono solo una voce
dentro al mio silenzio,
sono una voce
che cerca una melodia,
ostinata,
beffarda,
sbagliata.

Mi manca il tramonto, mi manca l'ultimo raggio del sole, mi manca il rumore dell'acqua...
E allora
fotografo ancora una volta la mia vita imperfetta,
perché è lei la mia storia.






giovedì 23 ottobre 2014

Il cacciatore di emozioni

Lo amai senza alcuna speranza.
Mai avrebbe potuto capirmi, mai avrebbe potuto sopportare la mia fragilità.
Io vedevo il vento. 
Nell'aria c'erano le voci dei morti, mi raccontavano poesie che parlavano di ricordi sconnessi, laghi prosciugati, fiori dentro la terra. 
Io sentivo il rumore della pioggia, era una canzone antica, in un linguaggio remoto, difficile da tollerare.
E lui rideva. Rideva di me e di tutte quelle stranezze. 
Il mondo era lì per lui, si aprivano decine di porte, decine di possibilità.
Non avrebbe potuto fermarsi con me, lui non poteva fermarsi mai.


Era un cacciatore di emozioni, le donne erano tutte attraenti, ma nessuna lo appagava pienamente. 
La bionda, la mora, quella piccolina, quella ingenua, quella saggia... Non basta, non basta ancora. 

Lui viaggiava come un vagabondo, era libero, eppure non era mai sazio. 

Io vedevo le sue catene e le sue ali ferite, perdeva sangue ogni volta che mi abbracciava. 

Decisi di abbandonarlo, lui sul marciapiede, lo sguardo annegato nel silenzio. 

Io più forte, forte per una volta, forte per l'ultima volta. 

Il cacciatore imparò una nuova canzone, aprì le mani e si accorse di tutto il sangue che aveva perso. 










mercoledì 15 ottobre 2014

Tutte le canzoni del mondo

Io non sono perfetta, ho sbagliato e sbaglio ancora.

Sbaglio quando non vivo il presente, lasciando sfuggire gli attimi, gocce preziose della mia linfa.

Sbaglio quando non guardo negli occhi la persona che ho davanti, pensando che intanto avrò tempo per dirle tutto.

Sbaglio quando non guardo il cielo, le foglie, le ombre e il respiro della luce.

Sbaglio quando sono distratta e non ascolto le storie dei bambini, anche se sono interminabili e incomprensibili.

Sbaglio quando non assaporo il vino e il caffè con gli occhi chiusi.

Sbaglio quando chiudo le porte al mio mondo magico e a quello degli altri.

                 

Insegnatemi, bambini, a diventare vecchia senza dimenticare la bellezza dell'infanzia e della pazzia.

Insegnatemi, uomini che siete dall'altra parte, il segreto per essere adulti, senza perdere ogni barlume di innocenza.

Canterò tutte le canzoni del mondo, perché avrò così tanto amato che conoscerò tutti i vostri nomi e tutte le vostre favole.







martedì 7 ottobre 2014

Il bambino del vento

Tanti anni fa incontrai un bambino. La sua voce era imprigionata tra i rami degli alberi. Era una voce frusciante e remota, sapeva di ragnatele e comete troppo veloci, troppo lontane.

Lui era bello, gli occhi erano azzurri, limpidi, ma impenetrabili. Eppure non sapeva giocare con i compagni. Un'onda si impossessava di lui, talvolta, e lui si abbandonava a lei, diventando vento e tempesta.

Allora lo vedevo, era lontano in un oceano ghiacciato e sterminato. Laggiù non c'erano appigli, c'era solo acqua scura e silenzio.

Volevo recuperare la chiave segreta che apriva la porta della sua mente, saper interpretare le tracce che lasciava, per farlo uscire da lì. Volevo aiutarlo a trovare la sua voce prigioniera di un incantesimo incomprensibile.


Se si trova la chiave il bambino del vento riuscirà a sorridere e, forse, imparerà a sopportare tutte le banalità del mondo, mi dicevo.

Ma poi capivo che dovevo solo imparare ad ascoltare.
Non subire, non indagare, ma aprire gli occhi e guardare tutto dalla sua prospettiva.
C'erano galassie collegate da fili d'argento nel cielo, me lo disse lui.
E io non l'ho più dimenticato.






mercoledì 1 ottobre 2014

Le stanze di Paolo Vergnano


Paolo Vergnano è un fotografo, ma è anche uno scrittore. Racconta con le immagini storie di interni distrutti dal tempo e dall'incuria, eppure ancora abitati da sogni e visioni. Nascono funghi nelle sue stanze, la natura riprende il possesso di ciò che l'uomo ha abbandonato. 



Stanza 1 (a volte sento dei suoni nel campo)


Animali esotici appaiono, ma sono allucinazioni o desideri repressi. Il mondo animale e quello umano si fondono.


 Stanza 3 (c'eravamo tanto amati)

Gufi o uomini e donne? Il vetro è rotto, gli sguardi sono distanti.



Stanza 4 (questa casa non mi appartiene)

In Questa casa non mi appartiene la zebra è come un giovane che abbandona la casa della propria infanzia, il contorno delle cose si addolcisce, la fotografia diventa illustrazione e pittura.



 Stanza 11 (non sento più niente)

Ma la natura nei quadri di Paolo Vergnano, talvolta, sembra sofferente. Come in Non sento più niente, l'otaria distesa sul vecchio forno è indolente, immobile e apatica. Cosa abbiamo fatto al nostro mondo? Cosa abbiamo fatto agli animali, prigionieri di stanze distrutte e fatiscenti? Cosa abbiamo fatto a noi stessi? La nostra civiltà è in decadenza, eppure qualcosa ancora respira tra le ragnatele e la polvere.

Stanza 8 (siamo stati bene insieme) 

Funghi, animali, esseri sopravvissuti all'uomo e al suo egoismo. Come dopo l'apocalisse, Paolo Vergnano ci racconta, con le sue foto, che la natura può salvarsi e salvarci.



http://www.paolovergnano.it/


lunedì 22 settembre 2014

L'età dell'attesa

Ci fu un'epoca, tanti e tanti anni fa, in cui tutti aspettavano.

Aspettavano il treno, l'autobus, il loro turno al banco dei salumi o alle poste.

Aspettavano anche di lavorare, perché il lavoro non c'era più; aspettavano la persona giusta da amare, perché negli altri non si vedevano più i pregi, ma piuttosto gli insopportabili difetti.

Aspettavano per avere dei figli e infine i figli non arrivavano più, non per crudeltà, ma perché ormai i loro corpi erano diventati vecchi.
Aspettavano tutti, da sempre.
Ma non si annoiavano, perché avevano svariate possibilità di svago. Erano passati i tempi grigi della televisione, ormai si viveva nell'era degli specchi magici. Tutti possedevano, infatti, degli specchi che consultavano con accanimento. Lì c'erano proiettate le parole degli amici, le foto, lì c'erano le notizie del mondo, lì c'era una possibile via di fuga. Grazie agli specchi incantanti le persone si sentivano meno sole e non si rendevano conto che la vita scivolava via, fuori dal tempo.

Si sognava una rivoluzione, ma non si aveva la forza di agire. Il sogno aveva preso il posto della realtà, ma non era entusiasmante, perché nulla era vero.

Alcuni uomini e donne si accorsero dell'inganno, distrussero gli schermi, tornarono a sporcarsi le mani di terra e sudore. Ma ancora non sappiamo che ne sarà di loro e della loro età sospesa e incerta. Di certo sappiamo che quella fu un'epoca soggetta a passioni fugaci e ingannevoli. I veri eroi rimasero nel limbo, sconosciuti, silenziosi, ma vivi.




lunedì 15 settembre 2014

Il fungo

Il bruco aveva occhi come fessure di tronco. Fumava il narghilè e forse non si era accorto della mia minuscola presenza.
Aveva un volto conosciuto, dove lo avevo già visto? 
- Chi sei tu? - 
La sua voce apparteneva al mio passato, un'onda amica, conosciuta.
- Alice - risposi.
- Avvicinati - 
Ubbidii. 
L'ombra era una sostanza quasi liquida, accarezzava il bosco, le foglie della quercia e il fungo su cui lui era sdraiato. 
- Cosa sai fare, Alice? -
Era una domanda difficile, a lui non si poteva mentire, lo sapevo.
- So guardare i tramonti - improvvisai.
- Troppo poco, non basta -
Cosa potevo dirgli? Le sue sopracciglia si erano pericolosamente increspate. 
- Mi piace stare con i bambini, giocare con loro, vederli felici -
Non sembrava ancora soddisfatto.
- E so inventare delle storie -
- Davvero? Raccontamene una allora, mi sto annoiando e il giorno è ancora così lungo -
Mi sedetti sotto al fungo, osservavo le dolce geometria delle lamelle sotto al grande cappello. 
Il bruco chiuse gli occhi pronto a entrare nel mio sogno.

C'era una volta una bambina che non aveva paura dei precipizi. Si avvicinava al bordo dei dirupi e allargava le braccia ridendo. Un giorno però il suo equilibrio non bastò, il vento era troppo forte. la bambina cadde. Faceva male rotolare giù, le rocce erano spietate, gli alberi non riuscirono a trattenere la sua caduta rovinosa.
La bambina si ritrovò in un bosco umido e buio. Non poteva più camminare. Strisciò con le mani per ore. Le formiche pensarono fosse una sirena che aveva smarrito la strada e la scortarono.
Tu conosci il buio? Non è completamente nero, ci sono i colori, ma sono attutiti, spenti. Lei lo sapeva, per questo non aveva paura dell'oscurità. 
Conta fino a cento, si diceva, conta fino a cento e non morirai. 
Sopravvisse quella notte e anche tutte le altre, perché allenò le sue braccia e diventò veloce come uno scoiattolo. Visse sugli alberi, protetta dai gufi e dagli insetti, suoi amici. E ancora oggi puoi trovarla, nelle sere d'estate, sui castani più alti. E' una fata dei boschi e vive di vento e rugiada. 

- Le fate sono esseri pericolosi. Ingannatrici, dispotiche. Stanne alla larga - disse il bruco.
- Mangia un pezzo di fungo e ogni cosa ti apparirà più chiara -
Staccai un frammento morbido del cappello. Era bianco sotto e arancione sopra come il sole che muore all'orizzonte. 
Il mio corpo si indurì, forse è la fine questa. Ma no, stavo solo crescendo. 
Addio piccolo bruco, addio fungo e fate dei boschi. Questo pensavo, ma non era vero. 

Cammino per le vie straziate dal grigio eppure vedo ancora le porte magiche che conducono dall'altra parte.