Sul balcone le piante fiorivano in un inverno polveroso e malato.
Il gelo non bastava a dissetarmi.
Fiori ghiacciati, sbiaditi, eppure tenaci, sul rosmarino.
E io a pensarti, costruendo castelli immaginari, scale infinite, stanze deserte, grandi finestre da cui entra il sole frantumandosi in miriadi di gocce di luce.
Margaret Durow
Tu sei così reale e io ho pianto troppo.
Di notte sei con me, sento il tuo respiro.
Ho visto la casa della tua infanzia, gli occhi di tuo padre, le mani di tua madre... Vorrei ascoltare tutto, sapere tutto di te.
Mi accontento del suono della tua voce, unica. Mi è entrata dentro, come una canzone indimenticabile.
I fiori d'inverno su di me, piccoli petali incerti, sotto il cielo grigio, cresciuti a nuvole e silenzi.
No, non voglio morire con loro.
Sopravviverò fino a primavera.
Le foglie nuove non mi faranno male, usciranno da me come una liberazione a lungo attesa.
E tu mi guarderai e sorriderai con me.
Non ci lasceremo più, fino alla fine.
Separati e uniti, per sempre.
Io la conoscevo da quando era bambina, ma non l'avevo mai vista così.
Era quasi Natale, Torino brillava, le luci delle strade si riflettevano nei suoi occhi. Era come sopraffatta da qualcosa che non conosceva, da qualcosa che temeva.
Entrava in chiesa e guardava il crocifisso, il bambino era cresciuto ed era morto in modo crudele.
Il figlio del falegname non era mai stato capito dagli uomini.
Amava restare da sola in chiesa, ascoltare il silenzio delle navate deserte, avvertiva il peso degli anni, il tempo s'ingrandiva e si rimpiccioliva nelle chiese vuote.
Io ero affascinato da lei, lo ero sempre stato, ma non glielo avevo mai detto.
E poi lei mi era proibita, aveva un altro e io avevo la mia famiglia.
Però eravamo amici e sapevo che lei sarebbe morta per me.
Jonas Hafner
Quel giorno c'incontrammo per caso, nevicava.
Camminammo un po' insieme, parlando di quando eravamo bambini. Lei ricordava tutto di me, io no, io avevo dimenticato troppe cose, ma era bello riascoltare la mia vita attraverso la sua voce.
Si fermò di colpo, lo sguardo perso in una lontananza sfumata.
La neve tutt'intorno a lei, come polvere di luce.
- Sono malata - disse.
- Non ne avrò per molto, ma credo nei miracoli. Prega per me -
Qualcosa che si rompe in me, i cocci di vetro mi frantumano l'anima. Emorragia interna.
La rivedo in un Natale di anni fa, aveva nevicato molto, giocavamo a nascondino nel cortile di casa sua. Io e lei dietro alla macchina di suo padre.
1, 2, 3, 4, 5, 20, 21.
Ci guardavamo e io avrei voluto baciarla, ma lei abbassò gli occhi e scappò via.
Fu presa,
aveva perso,
ma avevo perso anch'io.
- Anch'io credo nei miracoli - le dico.
Ci abbracciamo forte e non importa se sto piangendo, non importa se piange anche lei.
Non importa se la neve si ferma nei nostri capelli,
se l'ombrello è caduto e la gente forse si è fermata a guardarci.
Ci abbracciamo forte e già so che tutto andrà bene.
Aspettando un miracolo che forse non arriverà mai, io e lei, uniti, come quando, a 5 anni, ci siamo presi per mano, per non cadere.
La fabbrica di plastica è un romanzo avvincente, di Dario Gigli, edito dalla casa editrice indipendente Ali&No.
Marco, il protagonista, si trova a lavorare come educatore in una struttura in cui utenti con disagio psichico assemblano giocattoli per una fabbrica di plastica.
Lui stesso è in un periodo di smarrimento e prova a mettere insieme i pezzi della sua anima, divisa tra razionalità e istinto.
In tutto il libro è presente questo dissidio tra ciò che Marco ritiene giusto e la passione, la violenza, il raptus.
La scrittura di Dario Gigli è attenta ai dettagli e non risparmia nulla al lettore, catapultato nella vita di Marco, Marco che s'innamora e si perde, in un rapporto intenso e a tratti crudele con una donna più grande di lui.
In questo romanzo il disagio psichico non è visto con distacco, ma con sofferta partecipazione.
I dolori, i traumi subiti, la difficoltà a relazionarsi in modo autentico, l'incomunicabilità, sono tutti aspetti che riguardano ognuno di noi.
Nessuno è fuori dalla fabbrica di plastica, tutti proviamo a mettere insieme i pezzi della nostra vita, come i personaggi di questo romanzo, combattuti, a volte perdenti, spesso incompleti e, per questo,
profondamente veri.
Il freddo era arrivato e tu avevi passato la frontiera.
Io lavoravo duramente.
Cucinavo, pulivo la casa, parlavo con le piante, spolveravo, correvo per la
città immemore.
Avevo dimenticato le mie
promesse?
Chi ero diventata?
Una straniera. Una straniera,
come te.
I miei capelli si contorcevano,
la mia pelle vibrava sotto le maglie pesanti, i miei occhi riflettevano tutte
le nuvole che avevo visto nella mia vita.
I miei sogni di notte erano
liquidi. Ero nell'acqua, navigavo per ore intere, mi perdevo tra le
costellazione sconosciute.
Ma era inutile tentare di
fuggire via da te. Ero sotto il tuo incantesimo.
Le tue mani, come una carezza rimossa,
le tue mani
che creano e plasmano,
la tua voce
che racconta, che mi porta
lontano, che mi fa viaggiare stando ferma.
Quando parlo con te vedo i tuoi universi, vedo le strade che hai
percorso, i cieli, i deserti, le vie trafficate, sento gli odori forti delle
spezie e sento il tuo destino.
Come inciso sul palmo, la tua via.
Il solco che hai creato dentro di me allora fiorisce, come in
primavera.
I semi sono rimasti a lungo sotterrati, in quest’inverno precoce.
L’acqua dei tuoi silenzi è penetrata, goccia a goccia.
Lentamente ha dissetato le piccole piante che ora crescono, come figlie
inconsapevoli.
E io continuo a raccontare storie, cercando di non pensare a quei
fiori che pulsano dolorosamente in me.
Vivevo di vento, in quei giorni. Camminavo molto, parlavo con le persone come nel sonno, salutavo i fantasmi alle finestre.
Avevano volti pallidi, ma gli occhi erano vivi, luci ed ombre brillavano in loro.
Mi facevano cenni di benevola comprensione con le mani bianche.
Appartenevo a loro, appartenevo al mondo dei sopravvissuti. Ero lì, ma ero anche altrove. Dietro gli specchi, salivo scale polverose, infine arrivavo a te.
Tu aprivi le mani, erano ferite.
Io avevo le tracce del pianto e delle attese sulla faccia, ma sorrisi.
Avevamo troppe cose da dirci, il tempo poteva pure scorrere, la cosa non ci riguardava più.
Io e te nel mondo parallelo in cui i fiori di novembre si arrampicano sulle case, l'edera ci raggiunge, si avvinghia lentamente ai nostri corpi.
Io e te, così lontani, così vicini.
La città come uno dei nostri sogni, si muove lentamente insieme a noi.
Io ti seguirò dovunque andrai e sarò con te anche quando avrai paura, perché l'ho promesso alle stelle e a loro non posso mentire.
Era estate e piangevo guardando le scie ghiacciate nel cielo e a nulla valeva maledirmi e maledirti. Tu eri in me, eri con me.
Anche mentre m'immergevo nel mare e giocavo con i pesci, anche allora, sempre.
Portami con te, non ti disturberò. Saprò ascoltare i tuoi silenzi e ti stringerò quando il freddo ricamerà di petali bianchi i vetri delle finestre.
E le terre lontane, le pianure nebbiose, le metropoli infinite, non ti feriranno.
Perché non sarai solo.
Sono nata in una famiglia in cui il teatro non era un mestiere, ma una passione nascosta.
Mia madre diventava una strega, costruiva teatrini per burattini, draghi di cartapesta giganteschi per le sfilate di carnevale, scriveva copioni per recite fino a notte fonda, eppure diceva che il suo mestiere era un altro, il teatro era solo un diversivo, una distrazione dagli impegni quotidiani.
Noi bambini vivevamo recitando. Io costruivo storie complesse che duravano anni con mia sorella, complice dell'incanto.
Io e lei, uniche depositarie dei segreti del nostro mondo parallelo, in cui nessuno poteva accedere.
Mio padre assecondava il gioco del teatro, anche lui affascinato dalla finzione, scattava fotografie in cui il reale si distorceva. Cercava la luce giusta, riprendeva con la sua cinepresa istanti irripetibili e li rallentava.
Lui e il cinema, lui e il mondo soprannaturale.
Recitavamo in spettacoli creati da mia madre e ricordo l'emozione del palco, quando il sipario era ancora chiuso e sentivi il pubblico là fuori, palpitante, vivo. Era lì per te.
Ancora oggi vibro per la rappresentazione e nei bambini rivedo la mia emozione. La musica, il ritmo, i loro occhi fissi sul pubblico. Andrà tutto bene, dico loro.
Ed è vero, sono meravigliosi.
Si apre il sipario immaginario e loro sono lì, diventano insetti fatati, spuntano ali luminose sulle loro schiene, appaiono cavalli, gufi, civette... La stanza si riempie di fiori stregati ed alberi dalle fronde folte e ventose.
Ecco qui; il gioco del teatro è iniziato un'altra volta.
E io lo so che andrà avanti fino alle fine dei miei giorni.
A settembre scrollati i sogni dai capelli, risciacqua via tutte le illusioni dell'estate,
guardati senza vestiti, davanti allo specchio.
Accarezza i lividi, le rughe, le vene che emergono,
accarezza i segni del dolore e della stanchezza.
Abbracciati e non stupirti se ti sentirai felice, per un momento.
A settembre recupera tutte le foto di te,
di quando eri bambino e ancora ci credevi,
di quando hai conosciuto l'amore,
di quando sei caduto e hai sentito male per i frammenti di vetro dentro di te,
recupera tutto.
Respira.
Cammina,
ascolta.
A settembre l'estate non muore ancora e la notte è ancora lunga,
per te
e
per me.
Combatto stancamente le mie piccole battaglie quotidiane,
guerriera, paladina degli ultimi,
non ho più la forza per combattere te.
E mi arrendo.
Alzo le braccia, prendi i miei sogni,
sono lì, davanti a te.
Strappali o custodiscili,
sono perduta,
ormai.
E non so più il mio nome.
Vorrei solo entrare in te,
e vivere di dimenticanza.
Vivevo a metà. Di giorno ero una cameriera diligente. Mi muovevo svelta tra i tavoli e il bancone, spillavo la birra, cercavo di dimenticare i tuoi occhi, fissi dentro di me come una dolce maledizione.
Di notte, nel mio letto, la tua presenza si faceva luminosa e io ti sentivo.
Potevo piangere quanto volevo, cercare di contare tutte le stelle sul soffitto, osservare gli anelli di Saturno, perdermi nel muoversi lento delle costellazioni, nella rotazione di Venere o di Marte, tu eri lì.
Entravo allora nel mondo sommerso dei sogni.
C'erano i miei fantasmi, mi accompagnavano nella profondità del mare, tra le mante, i pesci pilota, gli anemoni, le murene che aprivano la bocca e mi fissavano con i loro occhi bianchi.
Non avevo paura con loro, mi conducevano con sicurezza nel profondo dell'oceano.
- Non ti spezzerai - mi dicevano per rassicurarmi - E non annegherai -
Laggiù c'era la casa della mia infanzia, era tutto come allora, virato al blu, ma le alghe avevano invaso le stanze. Il cuore batteva troppo forte, mi mancava l'aria.
Volevo tornare in superficie. Su, più su.
Nel letto c'ero solo più io, le stelle erano precipitate.
Io e il buio,
io e la mancanza
di una voce,
di uno sguardo,
di una luce che avevo visto in te.
Cocoparisienne
Lavoravo con meticolosità al mattino, sorridevo, ero io.
Ma bastava poco; lo scorrere dell'acqua nel lavandino, il fruscio delle foglie di un albero, il dolce rumore del vento e il mondo sommerso ritornava, in un'onda tiepida, mi riabbracciava.
Non potevo sfuggire a quell'incantesimo.
Piccole gocce di mare sulla mia pelle, come il ricordo di te.
Alzavo il calice, per un momento e brindavo al tuo sorriso, asciugando un lacrima che scivolava giù, a tradimento. Non mi era concesso piangere.
Tornavo al mio lavoro, tra i tavoli e i clienti, schivando i pesci farfalla e i polpi.
Forse una notte tu saresti rimasto con me, forse un giorno ci saremmo immersi insieme nel mondo sommerso.