Quando entra la malattia nella nostra vita ogni istante è più fragile. Ci aggiriamo insicuri per le stanze, nelle vie così abbaglianti, c'è troppa luce dappertutto. E gli ospedali hanno corridoi così lunghi, pieni di porte chiuse e stanze blindate. Negli ospedali si attende. A lungo. Talvolta si fantastica immaginando universi paralleli nascosti dietro quelle porte, così tanto osservate.
E poi si esce e ci si stupisce per un papavero, il suo colore così violento ci colpisce. In mezzo al cemento lui, ribelle solitario, vive di aria e sole, lontano secoli dalle nostra piccole ed inutili paure.
Voglio vivere così, di sereno splendore, di meravigliosa leggerezza. Camminare e cancellare tutte queste parole accavallate, liberarmi dalla grammatica della cortesia, sorridere al vento, dentro e fuori di me.
Rame sulla tua pelle,
io vedo il rame su di te. Non importa se sei reietta, non importa se hai perso tutte le battaglie.
Rame, nei tuoi capelli, rossi d'estate.
I campi verdi, umidi di silenzio e di pianto nascosto. I campi e i papaveri, non m'importa del resto. Corri, i petali come il fuoco che non si spegne.
Tu porti con te il desiderio del sole, e io, malato da troppo ormai, non posso che perdermi nelle tue falcate veloci. Piedi scalzi. Io non posso più camminare e tu sei la mia speranza.
Ciao piccola strega bambina, non chiedermi di voltarmi dall'altra parte. Non lo farò.
Il Premio “La Giara” ha visto una seconda
classificata, Alice Corsi, la camaleontica e sensibilissima personalità dalla
cui penna è stato partorito il romanzo La
memoria degli alberi. Originaria di Alessandria, già autrice nel 1997 di
un’altra opera Il colore della terra,
edita da Joker: si occupa di scrittura creativa gestendo e promuovendo diversi
corsi sull’argomento. «Le gemme si aprono con troppa lentezza. Le tocco e so
che ci sono, so che sono vive. Le gemme dentro hanno un liquido d’oro opaco.
Vita. Si chiama vita. Io mi sento foglia verde che nasce. Mi sento sola e forte
nel legno. Spingo e respiro. Sto solo respirando. Non mi costa fatica. Il
dolore si cicatrizza. Ho croci ovunque sul corpo. Se mi guardo nuda davanti
allo specchio, rabbrividisco. Ho la pelle bianca, fragile. Qualche livido e i
segni di quello che è stato il mio amore. Tagli neri. Non vogliono guarire. Ma
io li osservo e li sfioro. Non odio la mia debolezza perché so che è forza. Se
piango davanti allo specchio è solo per vedere l’acqua verde sul viso». È la
storia di una caduta, quella nella perdizione della propria mente, del proprio
dolore, e con essa nella spirale della malattia mentale. Marion ha cicatrici su
tutto il corpo ma non ricorda assolutamente come sono state prodotte o da chi,
o meglio la sua mente si rifiuta di ricordare qualcosa di troppo grande o di
troppo doloroso. Fragilità e insicurezza disegnano un cammino di sabbie mobili
dove non solo il corpo ma anche la propria psiche si arena inevitabilmente. Chi
sono? Da dove vengo? Sembra chiedersi la protagonista. Animo sensibile o
imprudenza di una giovane ragazza di campagna persa nell’atmosfera di
provincia, la accompagniamo nelle sue flebili frammentate rimembranze: la casa
dei ciliegi e la sua infanzia, con i fratelli e i genitori, la scelta di
studiare letteratura lontana dalla sicurezza della sua famiglia, la sofferta
perdita del padre, l’arrivo della nonna; fino al trasferimento in una nuova
città, dove l’incontro e l’amicizia di Elix e Vlade dapprima, Giada e Michi in
seguito, con la sua presenza luciferina le sconvolgerà l’esistenza per sempre.
Ma la vita non
è mai prevedibile! Ci si perde per poi ritrovarsi, a volte, anche più forti di
prima, allora ecco che i ricordi riaffiorano come un vigoroso inarrestabile
fiume che straripa e valica gli argini. «Ricordo qualcosa. Una stanza dalle
pareti color mare. La luce entra ad ondate, come aria di oceano, e io sono
china su un libro. È un testo di poesie e io l’assaporo. Ma dove sono? Manca
tutto il resto».
Complessa la
vita di fronte alla problematica e alla sofferta traccia della malattia
mentale, sola in mezzo a gente che non conosci affatto quando nessuno sa niente
di te, nemmeno chi ti circonda, difficile provare a scoprire il proprio mondo
interiore nascosto nel profondo di una coltre di dolorosissimi flashback, solo
la forza e il coraggio possono trovare la strada giusta.
«Ha aperto un
varco nella mia memoria che temo di esplorare. La sua violenza, il suo odio li
conosco. Fanno parte di me. Non so. Ho paura. Ricordo vagamente un bagno
illuminato di blu. E io grido e spingo qualcuno. È una ragazza. No. Basta.
Basta.»
La tua vita ti
grida aiuto, vuole emergere, riaffiorare, raccontarti chi sei, gridarti il peso
della tua coscienza e scalfire i ricordi.
In questo
processo mentale tanto difficile tutto rivendica la sua importanza, vuole la
sua parte nella tua vita, come l’amore, quello dimenticato, tanto negativo e
distruttivo per Michi e quello nuovo, positivo e folgorante, fatto solo d’anima
ed evanescenza, per il dottore Nico.
«Io rimango
sola con le stelle distanti e ghiacciate. Nell’aria calda dell’estate quei
puntini luminosi blu sono cristalli di freddo puro, perfetto. […]. Il cuore va
un po’ più veloce e non posso farci niente».
di Pamela Quintieri
Nello stesso articolo ci sono le recensioni di Cani Randagi di Roberto Paterlini e di Giochi di manodi Manuela Lunati.
Negli anni 90 sognavamo una rivoluzione che non voleva arrivare. Maledicevamo la nostra insipienza e la nostra impotenza. Negli anni 90 la città era più piccola. C'erano locali pieni di fumo, suonavamo per evasione e desiderio di rivalsa. Eppure non bastava mai.
Imparavamo a memoria canzoni straniere, senza sapere bene il significato di quelle parole.
Nei videogiochi picchiavamo nemici troppo forti.
I nostri padri avevano già fatto tutto. Dopo i Pink Floyd che ti vuoi inventare?
Sul finire degli anni 90 sembrava che qualcosa di grosso stesse accadendo. A Genova spacchiamo il mondo, ne ricreiamo uno nuovo. A Genova il cielo era blu, uno specchio di mare capovolto. Non arrivammo mai a toccare l'acqua. Abbiamo corso tanto e c'era del sangue sul marciapiede.
E poi a settembre. Le torri si sono sgretolate, tutto si bloccò. Noi siamo rimasti attoniti, incapaci di crescere sul serio, riascoltiamo quelle canzoni, compriamo i nostri antichi giocattoli. Hanno fallito i nostri padri, ma noi? Non ci riconosciamo se ci guardiamo allo specchio.
Dax non faceva altro che
cadere e sbagliare. Camminava e le strade erano la sua terra e il suo
cielo.Aveva dimenticato tutte le regole
e non gli importava più, ormai. Rubava, si vendeva e masticava pastiglie di silenzi
eccessivi.
Gli oggetti lo guardavano,
maligni. I lampioni avevano occhi crudeli, indagatori. Le finestre perdevano
liquido nero.
Daxera stanco di perdere.
Una mattina il sole gli
accarezzò la faccia, l’aria era pulita. Dax si mise a correre, attraversò la
città piangendo e sussurrando qualcosa che lo riportava indietro, in un passato
indefinito. Davanti al fiume il ragazzo guardò i gabbiani
volare, cadere e poi riprendere quota all’improvviso. Allargò le braccia. Si accorse che voleva
vivere.
C'era una casa ai confini del tempo, abitata da gatti voraci e selvaggi. La padrona curava le sue piante che fiorivano anche sotto la pioggia incessante di quei giorni. Fiorivano dolorosamente, aprivano i petali sanguinando. I gatti dietro ai vetri aspettavano l'arrivo dell'estate, immobili.
Quando arrivò la casa parve di nuovo respirare. I gatti fuggirono per qualche giorno, rimasero nel bosco a fissare la luna, era un occhio cieco di civetta. Miagolarono compiaciuti, infine tornarono a casa, consapevoli e stanchi.
Noi bambini li spiavamo. Sapevamo che i gatti avevano dei segreti, ma non riuscimmo mai a capire che cosa avevano visto laggiù, nel buio.
Il mio paese ha perso qualcosa. Sconvolto dalla pioggia, allagato da improvvise nuvole nemiche,
il mio paese attende.
Una rivoluzione mancata, un momento di cambiamento represso.
E tutto continua,
ostinato e malato.
E' un paese che ha dimenticato la sua grandezza e noi, spaventati, ci affacciamo alle finestre. Le nuvole si rincorrono velocissime, precipitano.
Noi le osserviamo stupiti.
Gli arcobaleni sono nascosti dai palazzi, è difficile raggiungere quel tesoro leggendario.
Nascoste all'ombra del grande pino c'erano le viole. Quello era un posto incantato, lei lo sapeva. Soltanto qualche volta ci era andata, aveva tolto le scarpe e le calze. I suoi piedi avevano toccato il fresco delle foglie umide e i petali blu delle viole. Acquattata in quell'oscuro rifugio aveva ascoltato i loro bisbigli, spesso incomprensibili.
Non c'è la speranza
nel buio del cielo
non c'è la certezza
nel rumore dei tuoi giorni
La luce
la vedi
è qui, è adesso.
Stringe tra le braccia il bambino, il suo piccolo. Ora ha capito i loro sussurri. Lo guarda, nei suoi occhi c'è quella sfumatura blu di allora, il blu precipitato per terra, il blu violento delle ore d'amore.
...
in un mondo di vincitori,
io non voglio arrivare sul podio,
voglio stare con voi,
perdermi nella polvere di questo vecchio mondo.
Sono un piccolo corpo di argilla,
osservo la mia lenta distruzione,
l'acqua mi frantumerà,
ma eccomi, sono qui.
Un pezzo di anima,
corrosa dagli errori,
illuminata da una luce inaspettata.
Salvata, ancora una volta,
dalle parole degli uomini.
C'era volta una ragazza che si chiamava Dorella. Era alta e aggraziata, aveva capelli castani lunghi, spesso le coprivano il viso. Erano gli anni 90, lei portava i jeans rossi e il suo modo di parlare era talvolta un po' brusco, eppure io sapevo che era buona. Lei stava nel banco dietro di me e io non avevo il coraggio di parlarle, perché mi metteva un po' in soggezione, i suoi occhi erano così grandi e forse mi sembravano troppo sinceri. L'ammiravo tanto, ma in silenzio. Avrei voluto essere bella e sicura come lei.
Era la mia piccola eroina, ma nessuno lo sapeva.
Dorella amava un ragazzo, mi chiedeva di leggerle la mano, voleva sapere di lui. Io le parlavo di un momento difficile da affrontare, ma tutto, infine, sarebbe andato bene.
Lei ebbe una bambina da lui. Aveva solo 16 anni. Venne a scuola con la pancia e la mia ammirazione crebbe ancora. Era diventata più dolce, qualcosa stava cambiando in lei. Quando partorì la andai a salutare all'ospedale, le avevo regalato un libro di Leo Buscaglia:Vivere, amare, capirsi. Lei lo guardò appena, non era certo quello il momento per leggere. C'era una luce bianca di conchiglia in quella stanza. Lei e il suo ragazzo erano uniti in un abbraccio, come onde sulla spiaggia, quando è notte.
Ci fu un momento buio, Dorella cresceva la sua bambina, ma aveva paura di qualcosa... Forse lui si era allontanato. Dorella si mise a leggere il mio libro, se lo portava a scuola, mi ringraziò: era un libro semplice in fondo, insegnava a vivere istante per istante, non dando nulla per scontato. Vivere ogni ora come se fosse l'ultima. Lei ci provò. Non ci parlavamo molto, ma io so che ci volevamo bene. Un giorno un'insegnante l'attaccò. Io avrei voluto alzarmi e dire - Lasci stare Dorella - Non lo feci, rimasi zitta, seduta al mio posto, maledicendomi. Riuscii solo a guardare quella prof con disprezzo e impotenza. La viltà è amara.
La scuola finì, un'altra età si apriva davanti a noi. La rividi ancora una volta: era estate e lei era ancora più bella, non so perché, ma pensai alle rose. Pensai ai petali ancora chiusi, ai boccioli freschi, bianchi, sfumati di viola. Era il maggio della nostra vita, l'epoca d'oro in cui tutto poteva ancora accadere e maturare. Lei mi parlò in modo diverso, non ero più la sua compagna di scuola, ero qualcos'altro. Non avevo più paura di sostenere il suo sguardo, volevo diventare sua amica.
Non feci in tempo. Lei era finalmente felice. C'era lui, lui, il compagno di una vita e c'era la sua bambina. Nel cielo però c'erano troppe nuvole. Piovve per giorni, come una maledizione feroce.
Pioveva troppo. Il fiume straripò, la città si scoprì fragile, una piccola città di fango. Le mucche morirono travolte, c'erano carcasse nei campi. E lei se ne andò in un incidente, in quel 1994. Aveva 19 anni.
Al telegiornale locale parlarono brevemente di lei, la città era sconvolta dall'alluvione, ma la chiesa era piena di gente, di ragazzi smarriti. Io e le mie compagne ci guardavamo attonite, un inverno cupo era entrato in quella chiesa e nella nostra vita.
Dorella se ne andò troppo presto, ma lasciò un fiore prezioso e raro. La rosa più bella, perché seppe vivere sul serio e fino all'ultimo, ne sono certa.
Lei mi ha insegnato a vivere, anche se a volte lo dimentico e mi arrabbio per inezie. Lei ora è una rosa perfetta in un cielo senza nuvole.